La raccolta degli abiti usati non funziona più

A causa del fast fashion e della differenziata le aziende che gestiscono i cassonetti hanno più costi che guadagni

(Getty Images)
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Da alcuni mesi cooperative e aziende che si occupano del ritiro di vestiti usati in Italia denunciano una crisi del settore. Il problema è che i cassonetti che usano nelle città per raccogliere i vestiti usati vengono riempiti sempre di più con capi di materiali scadenti, che non possono essere né rivenduti, né donati, né riciclati, e nemmeno smaltiti come rifiuti a costi sostenibili. Il risultato è che molte di queste aziende sono in perdita e in diverse città hanno ritirato i loro cassonetti o hanno cambiato le modalità di raccolta.

La causa di tutto è l’enorme diffusione di capi prodotti dalle aziende di fast fashion, che usano materiali come poliestere, viscosa e filati misti, che non possono essere riciclati o possono esserlo solo in minima parte. Sono capi che, una volta rovinati o consumati, si preferisce buttare che rammendare, perché sono costati poco e spesso il conto della sartoria sarebbe più alto del prezzo del capo. Inoltre sono spesso vestiti pensati per seguire tendenze passeggere, e per questo si tende a buttarli dopo pochi anni.

Chi invece deve liberarsi di capi di qualità o di marca che non usa più, ormai raramente li lascia nei cassonetti di raccolta. Con piattaforme di rivendita online sempre più popolari e facili da usare, come Vinted o Vestiaire Collective, infatti, è più vantaggioso rivenderli e rientrare almeno in parte della spesa.

«Il valore di quello che ritiriamo si è ridotto del 40 per cento», dice Matteo Lovatti, presidente della cooperativa Vesti Solidale, che opera a Milano. «Paradossalmente, ogni chilo di vestiti che raccogliamo dai cassonetti ci fa un danno», aggiunge, perché sono troppi i vestiti e i tessuti in generale che devono essere smaltiti, con costi eccessivi per la cooperativa. Vesti Solidale e altre cooperative del settore dicono di aver già avuto un incontro con il ministero dell’Ambiente per cercare una soluzione e di aver chiesto anche al comune di Milano di poter ricevere una qualche forma di sostegno. «Il rischio è di fermare la raccolta», aggiunge.

A Napoli negli ultimi anni diverse aziende hanno tolto dalle strade i loro cassonetti per il ritiro degli indumenti usati. La cooperativa Ambiente Solidale da qualche tempo gestisce da sola tutta la città: Antonio Capece, il presidente, spiega che «l’importante per molte cooperative come la nostra, che sono non profit e che danno lavoro a persone in difficoltà, è soprattutto riuscire a mantenere gli impieghi, ma abbiamo bisogno di sostegno».

Le aziende e le cooperative che si occupano della gestione dei cassonetti e della raccolta dei vestiti guadagnano rivendendo i vestiti in buone condizioni che raccolgono. Dopo aver fatto una cernita, li puliscono e li rivendono nei negozi o nei mercatini di seconda mano, e in alcuni casi anche a organizzazioni che operano all’estero. Quelli in cattive condizioni vengono invece in parte destinati agli impianti che possono riciclarli (ma, come dicevamo, non tutti sono adatti), e in parte trattati come rifiuti indifferenziati.

È molto diffusa l’idea che i vestiti raccolti nei cassonetti vengano donati alle persone in difficoltà, perché tra i primi a distribuirli nelle città della Lombardia ci fu l’organizzazione cattolica Caritas, che però lo fa solo con una minima parte dei vestiti che raccoglie.

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La crisi delle imprese che si occupano di raccolta e riciclo degli abiti usati non riguarda solo l’Italia: in altri paesi d’Europa stanno protestando e chiedendo un intervento da parte dei legislatori. Un grosso tema è infatti quello della raccolta differenziata dei rifiuti tessili, che in Europa è diventata obbligatoria dal 2025, mentre in Italia lo è dal 2022.

Fino ad allora i cassonetti per il ritiro degli abiti venivano usati solo per i capi in buone condizioni e il resto veniva buttato più semplicemente nella spazzatura. Con l’entrata in vigore dell’obbligo di raccolta differenziata però i cassonetti sono stati indicati dai comuni come punti di raccolta di tutti i rifiuti tessili, compresi, come detto, vestiti rotti, rovinati e non riciclabili. Quando le quantità sono diventate ingestibili e i costi per le aziende e le cooperative che li gestiscono insostenibili, molte hanno cominciato a non accettarli più.

Ora le regole variano da comune a comune, in base all’azienda che gestisce la raccolta. Nella stragrande maggioranza dei casi però i capi danneggiati o irrimediabilmente sporchi non vanno più messi nei cassonetti, ma portati in ricicleria o buttati nell’indifferenziato.

Secondo l’ultimo rapporto di Ispra sulla raccolta differenziata in Italia, su un totale di 905mila tonnellate di rifiuti tessili prodotte ogni anno in Italia, circa 725mila finiscono nell’indifferenziato. Gli abiti usati che vengono raccolti quindi sono solo una piccola parte: dal 2020 al 2024 la quantità è però aumentata, passando da oltre 140mila tonnellate a circa 180mila.

La richiesta di aziende e cooperative italiane ed europee che si occupano del recupero di abiti usati è che venga applicata la direttiva comune a tutti i paesi sull’EPR, ovvero sulla “responsabilità estesa del produttore”. Ai produttori di vestiti e scarpe, come già avviene per i prodotti elettronici, dovrebbe cioè essere chiesto di pagare una tassa per finanziare chi si occuperà dello smaltimento dei loro capi. La direttiva europea è stata pubblicata ma gli stati non l’hanno ancora recepita e non si sa come verrà inserita nell’ordinamento italiano. Ci vorrà tempo però e nel frattempo le aziende continueranno a dover gestire spese troppo alte rispetto ai loro ricavi.

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