Onoranze funebri per animali

«Non volevo che Luna morisse, ma non erano il vuoto né la malinconia a spaventarmi. Quello che non potevo sopportare era l’idea del suo corpo buttato via come uno dei tanti rifiuti smaltiti dalla clinica veterinaria»

(foto Elena Esposto)
(foto Elena Esposto)
Elena Esposto
Elena Esposto

Giornalista freelance e data analyst, ha collaborato con il sito La Svolta e con Q Code Mag. Ha vissuto in Ungheria, Brasile e Paesi Bassi. Racconta il Brasile contemporaneo sul blog Conexxxões.

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La mattina della Vigilia di Natale del 2024 mi sono svegliata di soprassalto, come per un presentimento. Stesa accanto a me, Luna, la mia gattina, stava morendo.

L’avevamo adottata quattro anni prima e nonostante tutto il tempo passato insieme non si era mai abituata alle coccole, o al contatto fisico. Quella notte, però, quasi avesse saputo che sarebbe stata l’ultima, aveva voluto dormire accoccolata contro il mio petto. Appena mi sono resa conto di ciò che stava succedendo, ho svegliato il mio compagno e siamo corsi alla clinica da cui era stata dimessa dopo un ricovero di oltre due settimane per pagare il quale avevamo dovuto chiedere 18 mesi di finanziamento alla clinica, nonostante avessero fatto una diagnosi sbagliata.

Quando aveva smesso di mangiare e aveva continuato a dimagrire nonostante il sondino che la nutriva a forza, ci avevano detto che avrebbe potuto non farcela.

Avevo passato ore seduta sul pavimento dell’ambulatorio tenendomela sulle gambe e passandole le dita nel pelo ancora setoso ma sotto il quale sentivo le ossa. Cercavo di imprimermi nella mente la forma di ogni singola macchia del suo mantello, la sfumatura di ogni screziatura dei suoi bellissimi occhi verdi.

Ritratto della gatta Luna (foto Elena Esposto)

Non volevo che morisse, ma in quel momento non erano il vuoto né la malinconia a spaventarmi. Quello che non potevo sopportare era l’idea del suo corpo buttato via come uno dei tanti rifiuti smaltiti dalla clinica veterinaria.

Avevo già sentito parlare dei servizi di onoranze funebri per animali, ma non avevo mai pensato di averne bisogno. La sera in cui era stato evidente che per Luna non c’era più niente da fare ero stata presa da una tale disperazione da decidermi a chiamare. E, di colpo, il nodo che mi stringeva la gola dal primo giorno del ricovero si era allentato.

– Leggi anche: Salvare animali a Kharkiv di Giulia Palladini e Edoardo Marangon

Il settore dei servizi funebri per animali si è sviluppato negli ultimi dieci anni, ma il primo cimitero italiano risale al 1923. Fu creato a Roma da Antonio Molon, veterinario di fiducia della famiglia Mussolini, a cui il duce aveva chiesto la disponibilità di un pezzetto di terra per seppellire una gallina a cui i suoi tre figli erano molto affezionati. In seguito, la tenuta del dottore avrebbe ospitato i cani di casa Savoia e la voce si era diffusa, tanto che Molon aveva deciso di aprire un cimitero con tutti i crismi, Casa Rosa, oggi ancora in funzione.

Secondo i dati dell’Associazione imprese del settore funebre per animali, oggi in Italia sono presenti 82 impianti crematori, 43 cimiteri e 200 agenzie e il settore è in continua espansione, con dieci nuove attività censite ogni anno. I servizi offerti spaziano dalla cremazione collettiva a quella singola con urna, fino alla cremazione assistita con possibilità di un ultimo saluto nella sala del commiato. Alcune agenzie offrono anche la trasformazione delle ceneri in diamanti.

Questo è il momento in cui di solito qualcuno alza gli occhi al cielo e commenta che tutti i soldi che girano nel settore del pet potrebbero essere investiti meglio, per esempio donandoli a qualche associazione che si occupa di bambini. A suo tempo perfino papa Francesco, parlando contro «l’inverno demografico», aveva detto che per molte coppie «cani e gatti occupano il posto dei figli».

In realtà, scremando gli eccessi tipici del capitalismo in ogni settore, la crescita di quest’economia ci racconta una trasformazione della relazione tra gli esseri umani e gli animali domestici che, nel bene e nel male, sono parte sempre più integrante delle nostre vite. Non è solo un fatto numerico (secondo il rapporto Assalco-Zoomark, pubblicato ogni anno dall’Associazione nazionale tra le imprese per l’alimentazione e la cura degli animali da compagnia e dalla Fiera internazionale pet di Bologna, nel 2024 in Italia c’erano circa 65 milioni di animali d’affezione, di cui circa un terzo cani e gatti).

Gli animali sono a tal punto membri a pieno titolo delle famiglie che perfino la giurisprudenza sta iniziando a considerarli diversamente: non più semplici beni patrimoniali ma “individui senzienti” (come li definisce anche la normativa europea). La legge italiana ha stabilito con diverse sentenze che il legame tra l’umano e il proprio animale è paragonabile a quello tra genitori e figli, principio che è stato usato in caso di cause per l’affidamento degli animali a seguito di separazione e divorzio, per i quali sono stati applicati criteri affini a quelli dell’affidamento dei minori.

Un cane ne veglia un altro al cimitero per animali di Milano “Il fido custode” (foto Elena Esposto)

Un gatto di casa vive in media quindici anni, ma può arrivare fino ai venti. La vita media di un cane è circa di tredici anni, con picchi di quindici e perfino diciotto. Questo significa che la nostra relazione con gli animali che entrano in famiglia da cuccioli è più lunga di tante altre che intratteniamo nel corso della nostra vita.

Negli anni che abbiamo passato insieme ai nostri due cani, tre gatti e due canarini, io e il mio compagno abbiamo imparato a riconoscere i rumori e le abitudini di tutti quanti loro: chi sta trotterellando in corridoio dal ticchettare delle unghie sul pavimento, chi miagola nell’altra stanza e perché (fame, sete, solo voglia di farsi sentire), chi ha sbocconcellato sul divano i biscotti lasciati incustoditi e perfino chi (mi scuserete) ha vomitato sul tappeto nel cuore della notte.

Ho imparato a riconoscere le loro piccole abitudini e idiosincrasie, e loro di sicuro ormai conoscono bene le mie. So che quando dorme Cooper sogna, e non mi spavento più se lo sento muoversi o abbaiare di notte. So che Frittella darebbe l’anima per bere acqua corrente e che cerca di convincere ogni ignaro ospite che passa a farsi aprire il rubinetto. So che d’inverno Guinness non si muove dalla poltrona prima di mezzogiorno non perché è malato, ma perché è pigro. So che Shirley e Frittella hanno un debole per i carboidrati, mentre Guinness preferisce gamberetti e ceci in scatola. Pipoca non ama il burro di arachidi ma va ghiotta di zucca e broccoli. Cooper ingurgita qualsiasi cosa, tranne mandarini e finocchi. Aria e Fiamma amano il radicchio e le mele, ma disdegnano il cavolo cappuccio.

Pipoca e Shirley (foto Elena Esposto)

Per me quelli che mi stanno di fronte, attorno o in braccio, anche ora mentre scrivo, non sono, come qualcuno potrebbe dire, “solo animali”, ma individui con i quali ho instaurato un legame affettivo forte e profondo. Un legame che voglio duri anche dopo la morte.

La dimensione del rito, spiega l’antropologo Dimitris Xygalatas nel saggio Ritual. Storia dell’umanità tra natura e magia, ha la funzione di infondere sicurezza e tenere a bada l’inquietudine verso qualcosa che non abbiamo gli strumenti per comprendere. I riti funebri, dalla cura del corpo alla sepoltura fino alla visita alle tombe, sono un elemento centrale nel processo di elaborazione del lutto e vengono condivisi anche da diverse specie di animali non umani.

Gazze e corvi sono stati osservati mentre ricoprono i compagni morti con erba e rametti e si dispongono attorno al corpo in un atteggiamento che ricorda quello della veglia. I mammiferi marini possono portare le spoglie di membri del gruppo in una sorta di processione per giorni interi, nuotandovi intorno all’unisono. Più simili ai riti umani sono quelli degli scimpanzé, che puliscono il corpo e lo vegliano collettivamente in un silenzio rotto a tratti da urla e salti. Gli elefanti coprono le spoglie dei loro morti con fiori ed erba, vegliano il corpo per giorni e percorrono distanze lunghissime per tornare, anche ad anni di distanza, a fare visita alle ossa dei loro familiari.

È il 3 gennaio 2025, un anno fa, e la pianura è avvolta da una nebbiolina grigia e deprimente che mi offusca la vista. O forse sono le lacrime. Death is not the end. La morte non è la fine. La voce calda di Nick Cave e degli altri esce in loop dagli altoparlanti della macchina. Accanto a me, sul sedile del passeggero, è posata la scatolina con le ceneri di Luna.

«Andiamo a casa», le dico. Death is not the end.

Qualche mese più tardi sono al cimitero per animali “Il fido custode”, alle porte di Milano. È il luogo di sepoltura più grande d’Europa. Il tempo è bello, l’aria è frizzante e il prato in cui si snodano i vialetti di ghiaia è punteggiato dai primi fiori primaverili. Sulle tombe con foto, nomi e date, sono posate palline, ciotole, peluche, guinzagli e girandole colorate.

Su una lapide qualcuno ha fatto incidere:

«Non è un addio ma un arrivederci».

Negli orari di apertura c’è sempre gente in visita, spesso con i fiori. Il direttore, Gianni Amenta, mi accompagna e mi presenta alle persone chiedendo se hanno piacere di fare due chiacchiere con me. Alina mi racconta che la sua cagnolina, Beba, adorava il Natale e la notte della Vigilia era sempre la prima a scartare il suo regalo, che sapeva riconoscere tra le decine ammucchiate sotto l’albero. Ora che Beba non c’è più ogni anno Alina decora un piccolo sempreverde da posare accanto alla lapide. Lili non riesce a rassegnarsi al fatto che il suo boxer, Aron, se ne sia andato, «ma sapere che si trova qui e che posso venire a trovarlo è di grande aiuto», mi dice.

Veduta del cimitero per animali “Il fido custode”, a Milano (foto Elena Esposto)

Avere una tomba su cui piangere è la ragione che, più di ogni altra, porta le persone a rivolgersi a posti come “Il fido custode” o a tenere le ceneri in casa. Poter venire a trovare i propri animali defunti può essere di grande aiuto nel superamento del lutto. «Ci sono persone che vengono tutte le settimane, anche più volte a settimana, e c’è anche chi viene quando il cimitero è chiuso e sta lì, vicino alla recinzione», mi spiega Gianni.

Mi guardo intorno. Qualcuno è di fronte alla tomba a capo chino, qualcun altro si affaccenda per sistemare le decorazioni, o cambiare l’acqua ai fiori. Un ragazzo è seduto a terra, accanto alla lapide, e mormora qualcosa. È un modo per sentirsi ancora vicini a chi si è amato e che ci ha amato, per sentirne la presenza e onorarne il ricordo.

Il desiderio e la necessità di spazi dove seppellire e piangere i propri animali sono stati riconosciuti anche da alcune Regioni italiane, che hanno reso possibile la tumulazione delle spoglie degli animali insieme a quelle dei loro umani, nei cimiteri comunali. La prima è stata la Lombardia nel 2019, seguita da Liguria, Piemonte, Abruzzo, Calabria e Toscana. Per ultima si è aggiunta la Campania, lo scorso ottobre. Per ora, però, l’applicazione è a discrezione dei singoli comuni ed è soggetta a limitazioni, come il divieto di mettere nome e foto dell’animale sulla lapide.

Il giorno in cui ho riportato a casa Luna ero profondamente triste, ma non disperata. Avevo già preparato una piccola nicchia dedicata a lei, sulla libreria nel mio studio. Attorno alla scatolina che contiene le sue ceneri ho messo dei sassi disposti in circolo, come i primi monumenti sacri dell’antichità. Sul ripiano c’è anche la sua ghianda di peluche e una candela bianca. Nei giorni in cui il tempo è bello il sole disegna una pozza di luce attorno all’urna. Saperla lì, anche nei momenti più tristi, come il periodo dell’anniversario, mi strappa un sorriso. La rivedo sdraiata nei punti più luminosi della casa che erano i suoi preferiti, e la sento ancora vicina.

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