In psichiatria c’è un dibattito sulla psicosi post-partum

È una malattia rara e spesso trascurata, anche perché non rientra nel manuale di riferimento internazionale

(Richard Baker/In Pictures Ltd./Corbis via Getty Images)
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All’interno dell’American Psychiatric Association (APA), la più importante organizzazione di psichiatri americana, è in corso un dibattito sull’opportunità o meno di riconoscere la psicosi post-partum come un disturbo mentale. È una malattia rara, che interessa lo 0,1-0,2 per cento dei parti, riconosciuta da diversi enti e organizzazioni che si occupano di salute mentale. Tra i sintomi, che si manifestano nelle prime settimane dopo il parto, ci sono allucinazioni e deliri: le pazienti possono sentire voci immaginarie, per esempio, o convincersi di essere sorvegliate o in pericolo.

Al momento la psicosi post-partum non ha una voce specifica nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), il più famoso testo di riferimento per i disturbi psichici, di cui l’APA è responsabile. Il dibattito sul suo inserimento è molto seguito negli Stati Uniti ma anche in Europa, per l’influenza del DSM e perché confondere la psicosi post-partum con altri disturbi mentali può portare a cure inadeguate, o ritardare interventi che dovrebbero invece essere tempestivi per evitare danni irreversibili.

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Il DSM non è l’unico strumento diagnostico in psichiatria. Per esempio Orphanet, il sito europeo sulle malattie rare, riconosce la psicosi post-partum già da alcuni anni, nella sezione sulle malattie a interesse ginecologico e ostetrico, e la associa al rischio di suicidio o di infanticidio.

Un neonato in un lettino in mezzo ad altri lettini vuoti

Un neonato di 4 giorni nel reparto maternità di un ospedale a Brandeburgo, in Germania (Sean Gallup/Getty Images)

L’infanticidio causato dalla psicosi post-partum è molto raro: si verifica nel 4 per cento circa dei casi, secondo una stima comunque incerta, citata dal New Yorker nel 2023 in un articolo in cui spiegava diverse difficoltà di questa malattia. La principale è che tende a manifestarsi improvvisamente, dopo un periodo di estrema privazione del sonno, ma con sintomi intermittenti, che possono esserci in un momento della giornata e non in quello successivo.

Negli Stati Uniti l’interesse pubblico verso la salute mentale perinatale (cioè dalla gravidanza a un anno dopo il parto) è aumentato in particolare dopo il caso di un’infermiera del Massachusetts di 32 anni, Lindsay Clancy, accusata nel 2023 di avere ucciso i suoi tre figli piccoli e di avere poi cercato di suicidarsi.

Altri aspetti della psicosi post-partum sono noti aneddoticamente, attraverso le donne che ci sono passate. Emily Sliwinski, una donna di 33 anni di Greensboro, in North Carolina, ha detto di recente al New York Times di aver cominciato a soffrire di insonnia e di allucinazioni – sentiva parlare il suo cane – già al rientro a casa dall’ospedale, dopo la nascita del suo primo figlio tre anni fa. Cominciò ad avere pensieri ossessivi su come risolvere una carenza di latte artificiale nel paese, e ad appuntare tutto su una bacheca di sughero a casa. Non aveva precedenti problemi mentali.

Dopo essere diventata violenta con la madre e con il marito, perché temeva che volessero farle del male, fu ricoverata per una decina di giorni in un ospedale psichiatrico in cui i medici non collegarono però i suoi sintomi al parto, e le diagnosticarono la schizofrenia. Solo in un secondo momento, all’ospedale dell’università della North Carolina a Chapel Hill, le fu diagnosticata la psicosi post-partum.

Nel 2024 Ariane Beeston, una psicologa ed ex assistente sociale australiana, raccontò in un libro la sua esperienza diretta con la malattia, descrivendo alcuni sintomi avuti subito dopo la nascita di suo figlio e poi peggiorati nel tempo. Una volta, mentre era in macchina con lui di tre mesi ferma a un semaforo, lo vide trasformarsi in un drago. «Non è la prima volta che succede. Ho già visto draghi prima: nella culla, sulle altalene, nel seggiolone. Ma questo è arrabbiato, feroce e rosso».

Il libro fu molto apprezzato, anche per la capacità di descrivere una frequente sensazione di profonda solitudine durante la maternità. Beeston guarì dalla malattia grazie alle cure psichiatriche, alle medicine, alla psicoterapia e all’aiuto di familiari e gruppi di sostegno.

Una donna incinta, seduta su un tappeto, parla ad altre donne in una stanza

Un gruppo di ascolto femminile a Summertown, in Tennessee (AP Photo/George Walker IV)

Il DSM mostra da anni una serie di limiti e contraddizioni, in parte attribuiti alla resistenza dei curatori a includere nuove categorie diagnostiche. L’inclusione di una malattia ha molte ripercussioni, perché può profondamente influenzare i finanziamenti per la ricerca, la formazione medica e l’assistenza clinica. E soffrire di una malattia largamente riconosciuta può anche fornire delle attenuanti a persone eventualmente accusate nei processi giudiziari.

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Un recente articolo sul New York Times ha raccontato diversi dettagli sul dibattito in corso tra gli psichiatri dell’APA, l’organizzazione che cura il DSM. Una commissione promuove l’inclusione della psicosi post-partum da oltre cinque anni, opponendosi a un’altra commissione che invece è contraria.

La proposta attualmente in esame prevede la possibilità di diagnosticare il disturbo fino a 12 settimane dopo il parto, nelle donne con deliri, allucinazioni, eloquio o comportamento disorganizzato e altri sintomi. Tra le principali sostenitrici dell’inclusione c’è la ricercatrice Veerle Bergink, direttrice del centro di salute mentale femminile dell’ospedale Mount Sinai a New York. Nel 2025, al convegno annuale dell’APA, descrisse il profilo tipico della paziente con psicosi post-partum: una neomamma che parla freneticamente, all’apparenza sia euforica sia paranoica, preoccupata che il marito non capisca quanto sia speciale il loro neonato o la loro neonata, e insicura se potersi fidare di lui.

Un’ampia ricerca sulla psicosi post-partum pubblicata nel 2025, di cui Bergink è coautrice, sostiene che sia una malattia con una chiara base biologica, perché il periodo post-partum è caratterizzato da profondi cambiamenti nel cervello, nel sistema endocrino e in quello immunitario. E aggiunge che per rapidità dell’insorgenza e per gravità dei sintomi sia una malattia mentale diversa da ogni altra, ma con molte correlazioni con il disturbo bipolare (un disturbo che provoca sbalzi d’umore estremi tra stati emotivi opposti).

Un uomo osserva un dipinto raffigurante una donna incinta nuda

Un uomo osserva un dipinto del 1973 dell’artista Chuck Forsman, al Denver Art Museum a Denver, in Colorado (Robert Alexander/Getty Images)

È la ragione per cui una delle due commissioni dell’APA propone di trattarla nel capitolo sul disturbo bipolare: perché la maggior parte delle pazienti che ne soffre presenta sia le allucinazioni sia i sintomi dell’umore. Le cure attualmente più valide per la psicosi post-partum, come il litio, sono tra l’altro la prima scelta anche nel trattamento del disturbo bipolare. Ma quasi il 30 per cento delle donne con psicosi post-partum non soddisfa i criteri per il disturbo bipolare: ragione per cui la commissione stessa sostiene che siano necessari ulteriori studi su altri trattamenti efficaci e a lungo termine.

Gli psichiatri dell’altra commissione, quella contraria all’inclusione, obiettano che la psicosi post-partum sia invece una malattia multiforme, con caratteristiche di vari disturbi, e che l’intermittenza dei sintomi renda complicata la diagnosi. Al momento considerano sufficiente e adatta all’eterogeneità di questa malattia la possibilità di fare, a seconda dei casi, diagnosi di disturbo bipolare, di psicosi o di depressione maggiore «con esordio perinatale», una particolare formulazione delle diagnosi già presente nel DSM dal 2013.

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Secondo loro dare una definizione sbagliata o fuorviante della psicosi post-partum potrebbe indurre gli specialisti a prescrivere interventi drastici come il ricovero ospedaliero coatto o l’allontanamento dei figli.

L’introduzione di ogni nuova malattia nel manuale deve fare un bilancio tra i possibili effetti benefici e i possibili rischi di quella classificazione, incluso quello di produrre stigma sociale. Nel caso della psicosi post-partum, il DSM dovrà bilanciare il vantaggio di sensibilizzare l’opinione pubblica su questa malattia con il rischio di codificare un disturbo non ancora del tutto compreso.

Alcuni psichiatri sostengono però che i benefici di una classificazione specifica prevalgano sulla preoccupazione di includere la malattia nella sezione sbagliata. «Ho valutato trenta donne che hanno ucciso i loro bambini, e a nessuna era stata diagnosticata correttamente [la psicosi post-partum]», ha detto al New York Times Margaret Spinelli, una psichiatra della Columbia University che ha testimoniato in tribunale in diversi casi di infanticidio. E ha aggiunto: «non mi interessa se si tratta di disturbo bipolare, ma è un tipo di malattia unico».

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 tutti i giorni dalle 9 alle 24, oppure via WhatsApp dalle 18 alle 21 al 324 0117252.

Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.