16 grandi canzoni di David Bowie
Selezionate da Luca Sofri nella versione aggiornata di “Playlist”, da riascoltare nel decimo anniversario della sua morte

Il 10 gennaio di dieci anni fa David Bowie, uno dei più importanti e influenti musicisti rock di tutti i tempi, morì per le complicazioni di un cancro al fegato, con una coincidenza temporale che stupì un po’ tutti: due giorni prima era uscito il suo venticinquesimo e ultimo disco, Blackstar. Queste sono le dieci canzoni di Bowie che Luca Sofri, il peraltro direttore editoriale del Post, ha scelto per il suo libro Playlist: una raccolta di storie intorno a più di tremila canzoni, pubblicata per la prima volta nel 2006 e disponibile ora in libreria in una versione aggiornata e ampliata. Playlist è pubblicato da Altrecose, il marchio editoriale del Post in collaborazione con l’editore Iperborea.
David Bowie
(1947-2016 Brixton, Inghilterra)
Uno dei più grossi fighi della storia del rock, non si è fatto mancare niente: dal travestitismo ai duetti con Mick Jagger, dalle modelle all’epica astronomica, e mille reincarnazioni e reinvenzioni. Un’icona, sovrumana, impensabile.
Space Oddity
(Man of words/Man of music, 1969)
Il titolo è un gioco di parole su A Space Odissey, il film di Kubrick che ispirò la canzone (2001, Odissea nello spazio): fu pubblicata subito prima dell’allunaggio e diventò il primo grande successo mondiale di Bowie. Ed è una cornucopia di invenzioni sonore e formali. Ci suona anche Rick Wakeman, poi tastierista degli Yes. Major Tom è un astronauta che non fa in tempo a celebrare con la base terrestre (“Ground control”) il successo del suo storico volo, che perde contatto e resta abbandonato nello spazio. Il verso sulla maglia indossata da Major Tom (“whose shirt you wear”) significa “per che squadra tifi”. Bowie ne incise un’imbarazzante versione in italiano (e una in francese), “Ragazzo solo, ragazza sola”, paragonabile per bruttezza solo a “Con le mie lacrime” dei Rolling Stones (“As tears go by” nell’originale). Anni dopo Major Tom ricomparve in “Ashes to ashes”.
Changes
(Hunky Dory, 1971)
Il piano è ancora Rick Wakeman. Il sassofono in chiusura è Bowie. Lui poi disse che la canzone era uno scherzo, la voglia di fare una cosa allegra. Il “ch-ch-ch” ha un suo posto nella storia del rock.
Starman
(Ziggy Stardust, 1972)
Volendo potete trovare un’assonanza tra il ritornello e quello di “Somewhere over the rainbow”, dal Mago di Oz; e il breve passaggio scandito di pianoforte (“tara-tara-tarattara”) è uguale al codice Morse di “You keep me hangin’ on” delle Supremes. Bowie andò a Top of the Pops con il prode Mick Ronson – il successo di “Space Oddity” era già roba vecchia e dimenticata – fece Bowie, cantò “Starman”, e venne giù il mondo.
Rock’n’roll suicide
(Ziggy Stardust, 1972)
“Time takes a cigarette. Puts it in your mouth”. Chiudeva la saga di Ziggy Stardust in quel disco, geniale ironia sul viale del tramonto e sul compiacimento autodistruttivo di una rockstar. E ballata perfetta, di andamento e versi.
Panic in Detroit
(Aladdin sane, 1973)
Il migliore pezzo rock di Bowie, con quell’attacco tostissimo e il tipo che “somiglia un sacco a Che Guevara e guida un furgone diesel”. Tesa e apocalittica, fu ispirata dai racconti di Iggy Pop sui tumulti di Detroit alla fine degli anni Sessanta.
The prettiest star
(Aladdin sane, 1973)
La scrisse per Angela Barnett, che avrebbe sposato di lì a poco, e sarebbe poi diventata la madre di suo figlio, Zowie Bowie (Angela è anche la presunta testimone del famoso aneddoto su Mick Jagger e Bowie a letto assieme). Uscì come singolo nel 1970 con Marc Bolan alla chitarra. Vendette pochissimo, ma con un nuovo arrangiamento più retrò Bowie la ripropose tre anni dopo nel disco Aladdin sane.
Rebel rebel
(Diamond dogs, 1974)
Riff di chitarra da leggenda, testo di ribellismo giovanile da antologia, manifesto del glam rock al suo tramonto.
Rock’n’roll with me
(Diamond dogs, 1974)
Ballatone tenebroso e sentimentale, ingiustamente trascurato tra i capolavori di Bowie. In realtà ha i versi definitivi su noialtri innamorati delle ragazze e delle canzoni, per cui non c’è ragazza senza canzone e non c’è canzone senza ragazza: “when you rock’n’roll with me, no one else I’d rather be”.
Young Americans
(Young Americans, 1975)
Grande canzonetta, e svoltina soul per Bowie, con citazione di “A day in the life” dei Beatles (“I heard the news today, oh boy”) e mirabile passaggio vocale conclusivo, quando lui gorgheggia: “ain’t there one damn song that can make me break down and cry?”.
Heroes
(Heroes, 1977)
“Naaaaaaaaaaaaaaa, na-naaaaaa…”. Non sono tante le canzoni che sopravvivono all’ascolto plurimo, decennale, sfinente, accompagnato da tutta la retorica sulla loro immortalità. Per esempio, “Stairway to heaven” no. “Like a hurricane” sì. “Heroes” sì sì sì. Strasì. Potrebbero farne la sigla di Porta a Porta e vi verrebbe voglia di guardare Porta a Porta (forse; forse no). La leggenda vuole che sia stata ispirata dalla visione di due che si baciavano davanti al Muro di Berlino, quando Bowie abitava là. Robert Fripp ci mise la chitarra, e Brian Eno il resto. Esistono la versione tedesca (“Helden”) e quella francese (“Heros”), cantate dallo stesso Bowie. Sì, noi l’abbiamo sfangata.
Sound and vision
(Low, 1977)
Pare che alla RCA si volessero suicidare quando sentirono per la prima volta il nuovo LP di Bowie, Low. La cosa più vicina a un singolo che se ne potesse tirar fuori era “Sound and vision”; ed era molto lontana dalla loro idea di un singolo, con quell’incessante ritmo circolare e ipnotico, e niente che sembrasse simile a un ritornello. E poi non cominciava mai, dannazione. Ma andò che la BBC la scelse per i suoi spot, e il disco stravendette.
D.J.
(Lodger, 1979)
C’è del sarcasmo nel racconto disperato delle fatiche del deejay, ma vale la citazione per il verso “I am a deejay, I am what I play”.
Ashes to ashes
(Scary monsters, 1980)
“Vi ricordate di quel tipo che era in una vecchia canzone? Circolano delle voci su di lui, al Ground control”: la storia di Major Tom – quello di “Space Oddity” – e di Bowie stesso, rivisitate. Fioccano gli studi filologici conseguenti sul significato di ogni parola.
Everyone says hi
(Heathen, 2002)
La migliore delle canzonette pop del Bowie del terzo millennio, disimpegnata e allegra: “Tutti dicono ciao”, coretti à la Beach Boys e la produzione di Tony Visconti, come trent’anni prima con “Rock’n’roll with me”, “Heroes” eccetera.
Fall dog bombs the moon
(Reality, 2003)
Ancora con Tony Visconti, e siamo nel 2003. Questa Bowie la scrisse avendo in mente Dick Cheney e la sua impermeabilità da bulldozer a qualsiasi perplessità morale potessero suscitare le sue imprese e i suoi traffici con l’Iraq. È bella la ripetizione in
“devil in a market place, devil in your bleeding face”.
Where are we now
(The next day, 2013)
Una bellezza sofferente e malinconica, sul tempo passato e con riferimenti ancora berlinesi. Fu il suo penultimo disco, l’ultimo – spettrale, ancora inventivo, ancora con la sua gran voce – uscì nel 2016 il giorno del suo sessantanovesimo compleanno: Bowie morì due giorni dopo.



