(M. Sennet/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

La notte in cui morì Marilyn Monroe

Sessant'anni fa fu ritrovata nella camera da letto della sua anonima casa di Los Angeles, in circostanze di cui si discute ancora oggi

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Marilyn Monroe morì 60 anni fa, nella notte tra sabato 4 e domenica 5 agosto 1962, quando era una delle attrici più famose al mondo e un simbolo universale di erotismo e bellezza femminile, destinato a rimanere tale nei decenni successivi, tutt’oggi quasi senza rivali. Il 6 la notizia arrivò sui giornali di tutto il mondo, in molti casi in gran risalto sulle loro prime pagine. Aveva 36 anni, e fu ritrovata nella stanza da letto di una casa di sua proprietà a Los Angeles, nel distretto di Brentwood, al 12305 di Fifth Helena Drive. Da fuori oggi è una villa con piscina uguale alle centinaia di altre che la circondano.

Monroe era nata il primo giugno 1926 e il suo vero nome era Norma Jeane Mortenson (il cognome venne cambiato da Mortenson a Baker poco dopo la nascita). Nei suoi primi film aveva interpretato la parte della dumb blond, la bionda ingenua, ma col tempo mostrò di saper fare anche molte altre cose. Negli anni Cinquanta e Sessanta, anni di profondi cambiamenti sociali e globali, riuscì ad affermarsi – tra l’altro dopo aver studiato method acting all’Actors Studio di Lee Strasberg – come apprezzata attrice, sia comica che drammatica, non solo come sex symbol. 

Fu per anni l’attrice più pagata al mondo, e in vita o dopo diventò un’icona americana con ruoli e funzioni diversi: dalla contrapposizione all’Unione Sovietica all’antirazzismo al femminismo. Il racconto di lei descrisse spesso una donna combattuta tra la volontà di prendere in mano la sua vita e la sua immagine e le difficoltà nel farlo, in mezzo alle aspre critiche e spropositate attenzioni mediatiche che la accompagnarono per tutta la sua breve carriera.

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Fu ovviamente una delle celebrità più commentate sui rotocalchi, che raccontarono per filo e per segno i suoi matrimoni: il primo, negli anni della Seconda guerra mondiale, con James Dougherty, il figlio dei vicini di casa; il secondo, con Joe DiMaggio, leggendario giocatore di baseball dei New York Yankees; e il terzo e ultimo con il drammaturgo Arthur Miller. Si parlò molto anche di altre relazioni vere o presunte di Monroe: su tutte quella con il presidente statunitense John F. Kennedy.

Negli anni Sessanta diversi giornali presero a scrivere con sempre più insistenza dei problemi di dipendenza di Monroe, legati all’alcol ma soprattutto al consumo di anfetamine e barbiturici, ad alcuni suoi insuccessi cinematografici e ai problemi che ebbe durante le riprese dei suoi ultimi film, per ansia e depressione.

I suoi ultimi due film completati – Facciamo l’amore e Gli spostati, scritto da Miller – uscirono nel 1960 e nel 1961 e, sebbene poi entrambi rivalutati, non piacquero né alla critica né al pubblico. Nel 1961 Monroe divorziò da Miller (si dice lui le avesse regalato la sceneggiatura del film per San Valentino e che però a lei non piacesse il suo personaggio) e nel maggio 1962 cantò per il compleanno di Kennedy festeggiato al Madison Square Garden di New York la famosa “Happy Birthday, Mr. President”.

In quegli anni, probabilmente per ristabilire la sua immagine dopo gli insuccessi cinematografici, Monroe fece lunghe interviste con riviste come Life, Cosmopolitan e Vogue e iniziò le riprese di Something’s Got to Give, rimasto però incompiuto (ne esistono solo alcuni minuti, compresa la scena nota come “Il bagno di Marilyn”).

È stato scritto, poi, che per mesi prima della sua morte Monroe passò gran parte del tempo nella sua casa in stile spagnolo al 12305 di Fifth Helena Drive: «praticamente nessun vicino l’ha vista più di una o due volte durante i sei mesi in cui ha vissuto in questo bungalow da due stanze da letto, che è modesto per gli standard di Hollywood», scrisse il New York Times nell’articolo che dettagliava la sua morte.

Su quel che successe il 4 agosto, l’ultimo giorno di vita di Monroe, è stato scritto e detto tantissimo, e tantissime volte le persone hanno ritrattato quanto scritto o detto. Si sa che era un periodo in cui Monroe non stava bene ed era seguita dal suo psichiatra, che quel giorno andarono a visitarla la sua addetta stampa e il fotografo Lawrence Schiller, e pare che Monroe fece, ricevette e tentò di fare anche molte telefonate.

Nella casa con lei c’era la governante Eunice Murray. Fu lei a trovarla incosciente nella notte tra il 4 e il 5, e ad avvisare Ralph Greenson, lo psichiatra. A dichiarare la sua morte e a parlarne come di un possibile suicidio conseguente all’assunzione di barbiturici fu, alcune ore dopo, la polizia di Los Angeles.

Murray, scrisse il 6 agosto 1962 il New York Times, fu «l’ultima persona a vederla viva» e ha raccontato che Monroe era andata a dormire verso le otto di sera. Disse di averla vista incosciente verso le 4 di notte, con la cornetta del telefono in una mano. Sempre il New York Times scrisse che «accanto al letto c’erano un flacone per pillole vuoto» e, sul comodino, diversi altri flaconi, pillole e medicinali.

Il Los Angeles Times scrisse, sempre il 6 agosto, che nel flacone vuoto avrebbero dovuto esserci 50 pillole e che la relativa prescrizione, che parlava di una pillola al giorno, era di due o tre giorni prima.

Quello stesso giorno Variety iniziò così il suo articolo: «Marilyn Monroe, che spesso aveva cercato senza successo di allontanarsi dal mondo [shut herself off from the world], ieri lo ha fatto».

Agli articoli di cronaca e alle celebrazioni di Monroe si accompagnarono ben presto le varie teorie sulla sua morte, alimentate dal fatto che, prima o dopo, chiunque ci ebbe a che fare, dall’autista dell’ambulanza al medico legale che ne fece l’autopsia, disse la sua. Ci fu chi parlò, tra le altre cose, di un fantomatico coinvolgimento della CIA o della mafia, in genere per via dei rapporti di Monroe con John Fitzgerald Kennedy e con suo fratello Robert.

Nel 1982, vent’anni dopo la morte, si fecero nuovi accertamenti sugli eventi di quella notte e sulle successive analisi e dichiarazioni, e anche in quel caso si parlò di probabile suicidio.

Il funerale, organizzato e pagato da DiMaggio, si tenne l’8 agosto: il discorso funebre lo fece Lee Strasberg, che le aveva insegnato recitazione, e tra le altre cose furono suonate la Sinfonia n. 6 di Tchaikovsky e “Over the Rainbow”.

Il funerale di Marilyn Monroe, 1962 (Central Press/Getty Images)

Per i vent’anni successivi, secondo certi resoconti per tre volte a settimana ogni settimana, DiMaggio fece arrivare rose rosse sulla sua tomba. Pare che prima di morire, a 84 anni nel 1999, lui disse: «finalmente riuscirò a vedere Marilyn».

Nell’articolo in cui ne annunciava la morte, il New York Times definì Monroe una «Venere contemporanea». Commentando la sua morte, il regista Joshua Logan, per il quale aveva recitato nel 1956 in Fermata d’autobus, disse invece che Monroe era stata «una delle persone più sottovalutate al mondo».

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