• di Marcello Flores e Giovanni Gozzini
  • Storie/Idee
  • Sabato 7 maggio 2022

La “guerra per procura”

«Ricondurre la guerra di aggressione russa all’Ucraina a un conflitto per procura tra Russia e Stati Uniti è un modo consolatorio per utilizzare i criteri e i parametri della guerra fredda con cui siamo convissuti per decenni, ma impedisce di comprendere la novità della strategia aggressiva di Putin».

(Chris McGrath/Getty Images)
(Chris McGrath/Getty Images)
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Il mantra più frequente delle ultime settimane, introdotto dagli «esperti geopolitici» e utilizzato con entusiasmo da tutti coloro che non vogliono (per timore o per avversione) che si mandino armi in difesa della resistenza ucraina contro l’invasione russa, è la «guerra per procura» o «proxy war». La «procura» è la delega attraverso cui qualcuno (persona, istituzione, stato) conferisce a un’altra entità (persona, istituzione, stato) il potere di rappresentarlo. Parlare di guerra per procura tra Russia e Stati Uniti (o NATO) vuol dire ritenere che siano stati gli Stati Uniti (o la NATO) a conferire all’Ucraina di rappresentarli nella guerra contro Putin: di cui, evidentemente, porterebbero responsabilità significative nell’averla iniziata o nel continuarla.

Per quanto il pensiero geopolitico tenda a ritenere soggetti della storia soltanto le grandi potenze, le cui ambizioni, timori e percezioni dovrebbero essere tenute in considerazione e rispettate (mentre quelle delle piccole potenze evidentemente no), sono rimasti in pochi coloro che non riconoscono che sia stato Putin a invadere l’Ucraina. Altra sorpresa per i geopolitici – in genere poco attenti a fattori non materiali come le ideologie – è stata la capacità di resistenza di una piccola (appunto) nazione come l’Ucraina. E infatti la scelta di parlare di «guerra per procura» non è stata immediata, ma si è fatta sempre più insistente man mano che – di fronte alle capacità inattese di resistenza degli ucraini – Stati Uniti ed Europa si sono trovati costretti (moralmente, politicamente e geopoliticamente) ad aumentare i loro aiuti, anche militari, a chi si sta difendendo da un’aggressione illegittima e criminale.

In questo modo si equipara, con un salto logico che dovrebbe far riscrivere gran parte della storia e degli scontri militari avvenuti in passato, l’aiuto fornito a un paese aggredito all’entrata in guerra diretta contro il paese aggressore. Perché succede? Per cercare una risposta siamo andati a rileggere le memorie autobiografiche di Bob McNamara, ministro della difesa statunitense al tempo della guerra in Vietnam. Si dimise in pieno Sessantotto per dissenso con il modo di gestire il conflitto e ormai convinto che quella guerra la si poteva solo perdere. Nelle sue memorie scrive che il motivo vero e profondo della sconfitta americana sia stata la mancanza di “empatia con il nemico”: non sapevamo chi avevamo di fronte e in queste condizioni è molto facile perdere. Anche oggi, come sempre, il problema è lo stesso: chi è Putin? Il guaio delle domande giuste è che producono altre domande. La risposta a questa la cerchiamo in un altro libro molto demonizzato e poco letto: Lo scontro di civiltà di Samuel Huntington. Il punto centrale del libro è che, finite le grandi ideologie del Novecento (fascismo, comunismo), sono destinate a risorgere antiche identità religiose. Scritto otto anni prima dell’undici settembre, non c’è male come capacità di analisi.

In Putin si ritrova lo stesso passaggio: da ufficiale del KGB a (finto) seguace della chiesa ortodossa e soprattutto credente nel nazionalismo grande russo. Ma d’altra parte, cosa ha da offrire al futuro la Russia? Non ha le capacità industriali della Cina, non ha la scienza e la tecnologia degli USA (vaccino sputnik insegna). Ha delle risorse naturali (gas, petrolio) in via di sostituzione se non si vuole bruciare il pianeta. Anzi è stata proprio la “maledizione” – gli economisti dello sviluppo la chiamano proprio così – della rendita petrolifera a viziare i russi, scoraggiare i loro imprenditori, alimentare la corruzione. E a perdere i vantaggi che indubbiamente avevano al tempo dello Sputnik (quello vero, il primo satellite spaziale). A Putin rimane perciò solo la forza bruta militare. Quella ha e quella mette sul tavolo. Come dice Shakespeare “c’è del metodo in questa follia”.

Perché non ci accorgiamo di queste piccole cose? La geopolitica realista ha avuto notevole successo nell’epoca della guerra fredda, ma nemmeno in quel periodo si è usato il termine di «guerra per procura» per spiegare i conflitti in Vietnam, in Medio oriente, in Afghanistan. Di quegli anni, tuttavia, è rimasto in gran parte dell’opinione pubblica – soprattutto di quella di sinistra e pacifista – l’idea dei «campi» contrapposti, un’idea sopravvissuta, dopo trent’anni, alla fine del comunismo e della guerra fredda; con il collegato e conseguente atteggiamento fortemente critico nei confronti degli Stati Uniti e dell’Occidente, e spesso tollerante e giustificazionista verso quello sovietico.

In gran parte d’Europa, e in Italia in modo particolare, si è continuato a guardare ai nuovi rapporti internazionali e al nuovo mondo multipolare con gli occhi del passato, del secolo scorso: e questo ha portato a sottovalutare le mire neoimperiali e l’ideologia neonazionalista di Putin (che non sono solo riedizioni del passato ma hanno forti elementi di novità), con cui ci si è sempre più legati nella dipendenza energetica, frutto di una visione bipartisan della destra e della sinistra; ma anche l’evoluzione della politica statunitense e la sua crescente debolezza proprio in politica estera e sulle scelte internazionali (dal fallimento in Siria di Obama a quello in Afghanistan di Biden, passando per la schizofrenia pericolosa di Trump).

Ricondurre la guerra di aggressione russa all’Ucraina a un conflitto per procura tra Russia e Stati Uniti è un modo consolatorio per utilizzare i criteri e i parametri della guerra fredda con cui siamo convissuti per decenni, ma impedisce di comprendere la novità – preoccupante e difficile da risolvere – della strategia aggressiva di Putin, una reinvenzione a uso russo e della sua storia, in un’ottica ideologica religiosa-nazionalista, dello «spazio vitale» ritenuto imprescindibile dal potere di Mosca (e che molti «realisti» considerano il limite da non violare pena il rischio di una guerra nucleare).

Coloro che rifiutano, con motivazioni diverse e da prospettive politiche e ideologiche differenti e opposte, la consegna di armi all’Ucraina per continuare a difendersi dall’aggressione russa, cadono nella logica del non-intervento che non ha dato in passato – pur con tutte le differenze di situazioni non comparabili – risultati da considerare positivi. Il non-intervento di Francia e Gran Bretagna di fronte alla ribellione militare dei generali spagnoli contro la Repubblica ha permesso la vittoria, dopo tre anni di guerra civile (e con altri trenta di violenta dittatura) di Franco e dei paesi fascisti che l’avevano militarmente appoggiato, accelerando la scelta bellicista dell’Asse nel 1939. Il non-intervento in Siria da parte di Obama dopo averlo minacciato se si fosse superata la linea rossa delle armi chimiche si è risolto nell’intervento russo e nella terribile e cruenta vittoria di Assad dopo la distruzione di Aleppo e altre città. Si tratta di due esempi, il più lontano e il più vicino nel tempo, in cui la logica di evitare una escalation bellica ha condotto alla vittoria militare dell’aggressore, con conseguenze terribili per la popolazione civile, non solo nell’immediato ma anche nel tempo futuro.

Terminare o ridurre l’aiuto alla resistenza ucraina, sia militare che economico, sia diplomatico che umanitario, può solo accelerare una vittoria – magari solo parziale dal punto di vista territoriale, ma completa – dell’esercito russo, le cui forme di occupazione abbiamo visto con dovizia di documentazione a Bucha, Mariupol e tanti altri luoghi. La possibile trattativa che ne seguirebbe non potrebbe essere che un riconoscimento delle condizioni poste da Mosca, mentre quella che facesse seguito a una non-vittoria russa potrebbe incanalarsi su una vera trattativa con la possibile partecipazione di paesi garanti.

Resta l’interrogativo – a cui nessuno per ora sa e può dare risposta – se in caso di perdurante non vittoria Putin possa decidere l’escalation verso forme più distruttive fino all’uso possibile di armi nucleari tattiche. Se però fosse questo timore a impedire di continuare ad armare gli ucraini per difendersi si aprirebbe la strada a un equilibrio di «non deterrenza» in cui le potenze nucleari possono invadere e conquistare a piacimento i propri vicini con la minaccia di usare, se ostacolati e fermati, le armi atomiche.

La «guerra per procura», in realtà, nasconde anche un’altra insidia, che è forse la più pericolosa: quella di non considerare come entità autonome e indipendenti i popoli e gli stati che vivono accanto o nelle sfere d’influenza delle grandi potenze, di cancellare la loro volontà e le scelte che vogliono e possono compiere, per sottometterli alla logica ferrea del realismo geopolitico e quindi delle ragioni del più forte. Si tratta, da questo punto di vista, di una regressione – non solo ideale e giuridica – di quanto conquistato faticosamente con la pace di Westfalia, anche se la fine della seconda guerra mondiale mantenne e anzi affermò la logica dei campi contrapposti e intoccabili, che poi il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda accantonarono in nome dei principi di libertà e autogoverno.

Ci pare, in particolare, che non si sia colta in Occidente la novità di quella che gli ucraini chiamano “rivoluzione della dignità” e che nel 2014 porta alla fuga del presidente filorusso. Protagoniste di quella rivoluzione non sono le bandiere degli USA (come era accaduto alla caduta del muro di Berlino nel 1989) bensì quelle dell’Unione Europea (ed è la prima volta che accade nella storia). Il significato ci pare chiaro: non è (solo) l’idea di una prosperità economica a muovere gli ucraini, ma un’idea più ampia e generica di libertà e democrazia (e anche questo è la prima volta che accade). È  questo a spaventare Putin, per le implicazioni potenziali che riguardano le giovani generazioni russe. Ma la sua reazione è immersa nel passato: pensa di replicare Budapest 1956 o Praga 1968 con una parata di tank a scopo deterrente. E invece si trova davanti a un mondo cambiato. Anche gli Stati Uniti e la Gran Bretagna oscillano di fronte alla novità: prima offrono un salvacondotto a Zelensky, poi pensano di vincere la guerra sottovalutando le capacità di prolungata guerra di attrito a disposizione di Putin. Errori si mischiano ad errori, da entrambe le parti. Così in passato si è entrati nelle guerre mondiali. A costo di apparire menagrami, è nostro dovere di storici ricordarlo.

Marcello Flores e Giovanni Gozzini
Marcello Flores e Giovanni Gozzini

Marcello Flores ha insegnato Storia comparata e Storia dei diritti umani all’Università di Siena, dove ha diretto il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies, e all’Università di Trieste tra il 1975 e il 1992. Giovanni Gozzini insegna Storia della globalizzazione e New Media and Globalization all’Università di Siena. Insieme hanno scritto Il ’68. Un anno spartiacque (il Mulino, 2018) e Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano, (Laterza 2021).

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