Nvidia/Luca Pezzani
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Restaurare un film è un’indagine scientifica e artistica

Come le tecnologie digitali permettono di simulare al meglio l'immagine originale dei film del passato

Nvidia/Luca Pezzani

Quando pensiamo al restauro di un’opera, oggetto, monumento del passato intendiamo in generale tutti quegli interventi atti al suo recupero e conservazione, per preservarli dal passaggio del tempo e da eventuali danneggiamenti. Non tutti i restauri però sono uguali, perché molto dipende dal tipo di oggetto da restaurare: è diverso preservare un quadro, opera unica, o un film, opera riprodotta in più esemplari. A monte c’è poi la scelta di cosa conservare e cosa non conservare: il valore che attribuiamo a certi oggetti rispetto ad altri continua a cambiare nel corso dei secoli.

Senza dimenticare che è l’idea stessa di restauro a mutare. Nel Medioevo restaurare poteva voler dire aggiornare un’opera al gusto contemporaneo, mentre nel Rinascimento integrarla con aggiunte fino a scivolare talvolta nel rifacimento. Tra Settecento e Ottocento inizia a farsi strada l’idea di rispettare il più possibile la storicità dell’opera, da restituire nella sua veste originale. Difficile semplificare le posizioni di un dibattito molto articolato e tuttora in corso, cui si aggiunge a partire dal Novecento l’utilizzo di tecnologie (dai raggi X al digitale) che hanno reso possibili sulle opere analisi e interventi prima impensabili.

Per L’Immagine Ritrovata, laboratorio specializzato nel campo del restauro cinematografico nato a inizio anni Novanta grazie alle attività della Cineteca di Bologna, restaurare ha un significato ben preciso, spiegano Elena Tammaccaro, vicedirettrice, e Giandomenico Zeppa, senior colorist, cioè responsabile della correzione colore. Significa infatti mettersi davanti a un film e interrogarsi sulle intenzioni originali: quale visione venne proposta nelle sale al tempo, e dunque quale contenuto e quale stile visivo. L’obiettivo finale è un restauro filologico ed estetico, che per entrambi è il risultato di un’«indagine», come vedremo, che si avvale di precise tecnologie.

Dal punto di vista tecnico infatti, accanto a metodi di restauro meccanici (riparazione delle pellicole con forbici, bisturi, pinze, colle) e chimici (recupero delle pellicole deteriorate a causa del decadimento chimico del nitrato e del triacetato di cellulosa che le compongono), L’Immagine Ritrovata ha introdotto da molti anni l’uso del digitale nei suoi interventi, uno strumento che – spiegano Tammaccaro e Zeppa – ha reso più semplici, immediate, efficaci alcune operazioni di restauro.

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Una volta scansionati e comparati digitalmente i materiali, per verificarne la completezza, inizia una serie di fasi di restauro realizzate grazie a diversi software. Ad esempio si interviene rimuovendo segni di polvere, sporco, giunte, muffe, con una precisione difficile da ottenere con le tecniche tradizionali. Un’altra possibilità è data dall’interpolazione, cioè la tecnica grazie alla quale, se manca una porzione di immagine in un fotogramma o addirittura un intero fotogramma, è possibile recuperare l’informazione dai fotogrammi precedenti e successivi, e dunque simulare e ricostruire i vuoti nei e dei fotogrammi.

A queste fasi segue poi quella che più in generale viene definita correzione colore: grazie a specifici programmi, si interviene sull’aspetto fotografico dell’immagine e dunque sul contrasto, luminosità, colore, saturazione, densità. È possibile anche agire solo su alcuni aspetti dell’immagine, escludendone altri. È questa la fase in cui va ricostruito anche lo stile visivo originale del film, fondamentale aspetto del suo significato.

Grazie al digitale è così possibile «simulare al meglio i procedimenti con cui nel passato si costruivano le immagini dei film» spiega Zeppa. Per gestire questa simulazione sono necessari strumenti adeguati, che funzionano al meglio quando riescono a integrarsi in un vero ecosistema. Come accade per Nvidia Studio, una piattaforma composta da hardware e software per migliorare il lavoro di chi crea contenuti. Non solo: Nvidia Studio si accorda anche con altre aziende del settore digitale, come ad esempio Acer, per far interagire i rispettivi prodotti.

Nvidia ha attivato in questi mesi una collaborazione con L’Immagine Ritrovata, fornendo loro un computer portatile Acer ConceptD 7 SpatialLabs Edition con processore Intel Core i7 di ultima generazione e scheda video Nvidia GeForce RTX 3080. Una combinazione che consente di velocizzare le fasi di lavoro grazie alla potenza di calcolo della scheda video. Inoltre, grazie ai driver Nvidia Studio, è possibile accelerare ulteriormente le prestazioni dei più comuni programmi utilizzati per la gestione delle immagini, e dunque anche per il loro restauro. Così, grazie a questi due aspetti, il tempo di rendering dei file (cioè il processo di resa finale dell’immagine a partire dalle operazioni informatiche) viene molto diminuito, il che si traduce in una maggiore efficienza del lavoro e nella possibilità di lavorare su più progetti contemporaneamente. 

Il sistema di raffreddamento di ConceptD 7 consente infine alla macchina di lavorare in maniera fluida, e in generale il display certificato Pantone 100% RGB garantisce precisione e accuratezza dei colori. Tutto questo permette di ottenere prestazioni da postazione fissa su un laptop: una soluzione importante, e a maggior ragione in tempi di smart working.

Questi strumenti aiutano dunque L’Immagine Ritrovata a dare forma al suo obiettivo, cioè il restauro filologico ed estetico del film. Che nasce da un’«indagine», come ribadiscono Tammaccaro e Zeppa. Prima del restauro tecnico, si procede infatti allo studio «scientifico», sottolinea Tammaccaro, del materiale conservato e delle sue varie versioni per capire quale restaurare. Nello stesso tempo si studiano documenti d’epoca, recensioni e interviste.

È fondamentale poi capire come si presentava l’immagine del film, dato che lo stile visivo ne determina anche il senso: «C’è una serie di domande da porsi: quando è stato girato? Quali erano le condizioni tecniche di allora? Che tipo di pellicola si usava? Quanto era sensibile alla luce?» continua Zeppa. Il testimone principale da interrogare in questa fase dell’indagine è il film stesso, bisogna così recuperare la prima copia positiva stampata dal negativo originale o la copia della prima proiezione pubblica, magari avvenuta durante un festival: sono le copie “più affidabili”, molto probabilmente validate da regista e direttore della fotografia. Altri testimoni da interrogare sono registi e direttori della fotografia, e i loro eredi e collaboratori artistici. 

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Una volta identificato lo stile visivo del film lo si ricostruisce grazie alla fase di correzione colore, «una fase più artistica», sottolinea Tammaccaro: è necessario saper tradurre tutte le informazioni ottenute dall’indagine per simulare, e quindi ripristinare, l’immagine che aveva il film all’epoca. «Una fase anche delicata perché c’è il rischio di stravolgere l’opera» conclude Tammaccaro.

Non si tratta – spiega Zeppa – di modificare una singola foto su cellulare con qualche filtro, operazione comune per ognuno di noi, ma di gestire centinaia e centinaia di fotogrammi sui quali vengono apportate molte modifiche. Serve dunque una potenza di calcolo elevata per tradurre in tempi brevi queste modifiche. La scheda video Nvidia GeForce RTX 3080 montata sul ConceptD 7 permette di dimezzare i tempi di lavoro, così come i driver Nvidia Studio che agiscono sul principale software utilizzato per la correzione colore. Zeppa può così vedere in tempo reale le modifiche apportate, valutandole immediatamente.

Gli strumenti digitali sono elementi importanti per il restauro dei film, a maggior ragione quando la finalità dell’operazione di recupero è di simulare al meglio l’immagine del passato per restituirla agli spettatori del presente. «Senza il digitale forse i film restaurati sarebbero rimasti solo un’operazione da cineteche, non sarebbero arrivati a un pubblico più grande, quello dei grandi festival e delle piattaforme di streaming» spiega Zeppa. «Ha spostato il punto di interesse» conclude Tammaccaro «prima il restauro trattava il film solo come una forma d’arte da recuperare, con il digitale invece il film torna a essere anche uno spettacolo».

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