(Antonio Masiello/Getty Images)

Si spera tutti insieme

«Credo, in tutta onestà, che ci troviamo a un passo dalla resa, a un solo metro da un legittimo sconforto ma so anche che, dando fondo al meglio di noi stessi, possiamo farcela ad augurarci in tutta sincerità un buon anno, un anno finalmente buono»

(Antonio Masiello/Getty Images)

Ieri pomeriggio, 30 dicembre 2021, mi aggiravo nelle corsie quasi deserte del supermarket sotto casa mia. Con più di 5.000 casi diagnosticati ogni giorno, Milano si è svuotata. Chi ha potuto se n’è andato. Ovunque ma non qui. Fare la spesa alla vigilia del cenone di capodanno non è mai stato tanto agevole.
Riempito in pochi minuti il carrello, la cassiera mi riconosce: “Scriva qualcosa che ci dia speranza”, mi dice gettando uno sguardo alla desolazione urbana attorno a sé con l’aria stupita del superstite a un naufragio. Quella richiesta inattesa, combinata a quello sguardo smarrito, mi giungono come una chiamata cui non si può non rispondere.

Chiedo il servizio di consegna della spesa a domicilio, vado in studio e mi costringo a scrivere un articolo speranzoso di fine anno per domani. E, allora, io, io che ho sempre creduto nel dovere etico di tenere lo sguardo fisso sull’abisso, convocato in extremis alla speranza coatta mentre faccio la mia povera spesa al supermercato per il triste cenone di quest’anno disgraziato, avendo incautamente accettato di celebrare la speranza a ogni costo, comincio così: rischiamo di soccombere.

La speranza è merce rara, preziosa, non si compra a buon mercato. Anzi, non si compra affatto: si conquista. Per questo motivo dobbiamo partire dalla cruda realtà: siamo stanchi, siamo sfiniti, siamo immalinconiti da questo secondo inverno di pandemia. Ci curviamo sulla prospettiva mesta di un capodanno senza gioia, quasi solitario, senza quegli amici e parenti che magari non sopportiamo ma che sono tutto ciò che abbiamo, senza quell’istante di sfrenata preghiera laica agli dei della dissipazione, quel momento di ebbrezza spensierata capace di redimere i torti di una vita intera, quella abbuffata di spaghetti alle vongole e fuochi d’artificio, primordiale, cieca, ignorante e sovrana, quella nostra patetica speranza comica in un improbabile happy end che unisca la fine all’inizio nell’iperbole madornale di un augurio urlato con le lacrime agli occhi: “Buon anno, amici, buon anno padri, madri, figli e fratelli!”.

Ci curviamo, nelle corsie semideserte di un supermarket metropolitano, sulle orate di Orbetello prigioniere del cellofan, su un cotechino stanco, rituale, acquistato senza convinzione e rischiamo di soccombere. Soccombere a cosa? A Delta, a Omicron, alla prossima stramaledetta variante? No. A noi stessi, alla parte peggiore, meschina, cedevole del nostro carattere nazionale. Alla rassegnazione che, nei nostri momenti sbagliati, fa di noi un popolo inerte, larvale, apatico fino all’indifferenza, immobilizzato da trent’anni di conformismo, sbandato dopo due anni di privazioni, credulone e al tempo stesso scettico, sentimentale e cinico, furbo per non sentirsi stupido e stupido perché troppo furbo, pronto a bersi qualsiasi cosa, a infiammarsi brevemente per qualsiasi iperbole retorica, prono a ogni obbedienza ma incapace di credere e, dunque, di combattere.

E, invece, no. Credo, in tutta onestà, che ci troviamo a un passo dalla resa, a un solo metro da un legittimo sconforto ma so anche che, dando fondo al meglio di noi stessi, possiamo farcela ad augurarci in tutta sincerità un buon anno, un anno finalmente buono. Possiamo farcela a smettere di ascoltare la canea di quelli che, pur di non accettare il fatto che il male esiste, nella sua tremenda banalità, da sempre, per sempre, pur di non assumersi il conseguente dovere di combatterlo sul serio, s’inventano un maleficio supremo, un puerile, diabolico, grande complotto, un male con la M maiuscola che dia senso alla loro insensata esistenza trasformandoli, d’un tratto, in eroiche vittime. Possiamo farcela a cogliere l’occasione irripetibile di questo dramma epocale per tornare a meditare sulle cose prime, sulle cose ultime, spogliandoci finalmente della untuosa, complice, noiosa futilità delle nostre vite di privilegiati, irresponsabili e immemori; possiamo pretendere da noi stessi e dai nostri governanti che l’anno 2022 dell’era cristiana, ora che tutte le minuzie, le menzogne di una vita, ora che tutte le cazzate ci sono cascate di dosso, cominci all’insegna dell’essenziale, del necessario, del vitale.

Possiamo invocare i nostri governanti perché, sull’orlo dell’abisso, ci parlino con onestà, con sincerità, dei pericoli che corriamo, senza prospettarci facili e improbabili resurrezioni prêt-a-porter, promettendoci, se necessario, ancora lacrime, fatiche, sudore e sangue ma nella prospettiva di un futuro migliore, autenticamente migliore.

Non so voi ma io sono stufo marcio di vivacchiare fino al prossimo lockdown, fino alla quarta, quinta o sesta dose di vaccino e, allora, propongo un mese di moratoria di ogni discorso sulla pandemia. Propongo che nel primo mese dell’anno 2022 si parli d’altro: torniamo a parlare di noi stessi non delle nostre malattie, della vita che vogliamo non di quella che non possiamo avere. Discutiamo con passione, con accanimento e, sì, con volontaristica fiducia, della transizione ecologica, del salto di civiltà che dovrà abolire una volta e per tutte le differenze preconcette tra gli esseri umani, della nuova giustizia sociale che dovrà colmare il vergognoso fossato tra chi paga le tasse e chi non le paga, degli investimenti in risorse umane, finanziarie, intellettuali che potranno riportare il meridione d’Italia al centro dello sviluppo, di come davvero vogliamo spendere i miliardi del piano di rinascita e resilienza per una società più equa, moderna, affrancata dall’illegalità endemica e liberata nel lavoro, un’Italia della democrazia culturale, della giustizia sociale, della speranza sociale.

Sì, perché una cosa l’abbiamo imparata in questi due inverni di resistenza: puoi festeggiare a champagne mentre il tuo prossimo fa la fame ma nessun uomo si salva da solo. La speranza, se non vogliamo che si riduca a un mero esercizio retorico, non può mai essere un fatto individuale. Ci si dispera da soli ma si spera tutti insieme.

Antonio Scurati
Antonio Scurati fa lo scrittore e ha vinto il premio Strega nel 2019. Il suo ultimo romanzo è M, l'uomo della provvidenza.