L’uomo che dovrebbe chiedere più spesso

«Se la quasi totalità delle mamme si occupa di accompagnare la figlia femmina dal ginecologo quando raggiunge la pubertà, il numero di padri che accompagna il figlio maschio dall’andrologo è praticamente pari a zero. Così come lo è il numero di papà che accompagna le figlie: perché c’è un problema a pensare al maschile e al fare i controlli. Soprattutto se sono proprio lì»

Quando ero piccolo io erano gli anni Ottanta, forse la decade più prolifica nella costruzione dei nuovi miti del mondo post moderno. Tra tutte le divinità dell’olimpo del consumismo, negli anni in cui l’alta politica e le donne bellissime in pelliccia si bevevano tutta la Milano possibile, c’era un semidio che era destinato a sopravvivere a molti suoi simili contemporanei, nonostante fosse legato a un prodotto decisamente poco ispirante: un dopobarba da supermercato.

Se infatti erano i grandi marchi inarrivabili ad alimentare il sogno di diventare eroi del successo personale, il mercato aveva permesso che fosse sufficiente acquistare un prodotto dozzinale per essere autorizzati ad entrare in punta di piedi quantomeno nell’olimpo dei desideri. Bastava quindi comprare una confezione di Denim musk aftershave per sentirsi circonfuso dal superpotere di questo dio della montagna e del fulmine, da questo Eracle invincibile che copriva i virili muscoli con una camicia di jeans con i bottoni a clip. Bastava il forte odore di legni, patchouli e alcool industriale per diventare lui, l’uomo chenondevechiederemai.
Quello affisso nelle vetrine e sui metrò, per cui impazziva Gianna Nannini, che in quegli stessi anni cantava “i Maschi” e “voglio il tuo profumo”.
Lo spot era efficacissimo.

Il busto maschile che indossava una camicia in blue jeans, inquadrato senza testa e fino allo stomaco, veniva frugato da un’avida e affusolata mano femminile munita di unghie smaltate di rosso rubino che gli slacciava un bottone, cercando di infilarsi sotto il tessuto ad accarezzare il villoso petto, ma a quel punto la di lui mano spuntava nell’inquadratura per immobilizzare con fermezza quelle dita birichine, mentre la voce baritonale recitava: «Denim, per l’uomo che non deve chiedere. Mai!».

Non credo di dover attribuire un potere così grande alle comunque acclarate capacità persuasive di questo spot, per cui mi chiedo quanto indietro io debba andare per trovare le ragioni per cui a una certa idea stereotipata e atavica di maschio, corrisponda quella di qualcuno che non chiede. Mai, per l’appunto.
A cominciare dal più classico degli esempi quotidiani, su cui sicuramente ciascuno di noi può ricostruire aneddotiche personali o raccontate da conoscenti: lui e lei in auto in una strada mai vista prima. Per qualche ragione – non funziona google maps? La cartina non è chiara? L’indirizzo segnato su un foglio non è esatto? – stanno girando in tondo senza trovare la meta. Lei dice: «chiediamo a quel signore che sta attraversando» e lui risponde: «non serve, ho capito, ci siamo quasi».
Il maschio medio, tendenzialmente, sente che chiedere anche solo una semplice indicazione stradale, possa togliergli qualcosa, sminuirlo, metterlo sotto una qualche luce più fioca, svuotarlo da dentro. Ma perché?

In questi ultimi trent’anni il lavoro di decostruzione degli stereotipi e di condivisione sempre più capillare di nuovi e diversi modelli identificativi del maschile e del femminile hanno fatto e stanno ancora facendo una vera rivoluzione culturale. Gli uomini sentono di dover acquisire skills ritenute fino a poco tempo fa doveri scontati delle loro madri/mogli/compagne. I maschi lavano i piatti sempre di più, fanno la spesa con accuratezza, e soprattutto, se fanno le lavatrici, hanno capito che non stanno “aiutando mia moglie”, ma stanno facendo semplicemente la loro parte di dovere. Grandissimi passi avanti dunque.

Eppure, ancora, l’uomo medio non chiede.

Nella terrificante narrazione purtroppo quasi quotidiana dei femminicidi, e più in generale nelle ricostruzioni delle storie di problemi di gestione della vita amorosa, che degenerano troppo spesso in molestie, quando non in violenze, ci sono almeno due elementi comuni.
Se la donna non aveva ancora chiesto aiuto, non lo aveva fatto per paura.
Ma in ogni caso, l’uomo, di aiuto non ne ha chiesto mai. Non ha chiesto aiuto a nessuno. Ma nemmeno un parere. Non si è a volte nemmeno confidato con un amico.
Mi chiedo quanto, in ognuna di queste storie a non lieto fine sarebbe cambiato se solo il maschio avesse saputo farsi aiutare, chiedere un supporto psicologico per gestire una relazione per la quale sentiva di non avere gli strumenti.

Ma già solo a scriverla, questa frase, ha il sapore dell’utopia. Perché conosciamo quanto la confidenza con i propri sentimenti – sto sempre generalizzando, lo so che i casi contrari ci sono e per fortuna crescono con le nuove generazioni – gli uomini ancora non ce l’abbiano. E nemmeno con le proprie fragilità. Fragilità e maschio sono due parole che ancora tutti noi fatichiamo ad associare come una coesistenza non solo possibile, ma normale. Ancora, da qualche parte in noi, maschile è gestione, controllo. Cavarsela da soli.
Ma davvero? Ancora? Pare proprio di sì.
Altrimenti non si spiega la grandissima disparità di genere attuata anche dai modernissimi genitori a discapito dei maschi, per quanto riguarda la prevenzione e i controlli in tema genitale e sessuale. Se la quasi totalità delle mamme si occupa di accompagnare la figlia femmina dal ginecologo quando raggiunge la pubertà, il numero di padri che accompagna il figlio maschio dall’andrologo è praticamente pari a zero. Così come lo è il numero di papà che accompagna le figlie: perché c’è un problema a pensare al maschile e al fare i controlli. Soprattutto se sono proprio lì. Una volta c’era la visita medica che precedeva il servizio di leva, ma secondo gli andrologi, andare a farsi “vedere” da uno specialista a 18 anni è comunque tardi, e l’ideale sarebbe anticipare questa visita alla prima pubertà: non solo per eventuale presenza di patologie, quanto per la possibilità di conoscere lo stato di salute generale di un apparato che da quel momento in avanti acquisirà una enorme importanza nella costruzione della propria identità, e con il quale sarà necessario imparare a dialogare per affacciarsi alle relazioni affettive e sessuali con gli altri in modo il più possibile costruttivo e felice.

Non voglio fare della psicologia spiccia né giustificare o banalizzare nessuna vicenda umana, ma mi chiedo quanti maschi che poi non trovano altra forma di affermazione delle proprie necessità o ragioni con la violenza avrebbero trovato altre vie se accompagnati da un medico specialista a conoscere la propria sessualità; così come mi chiedo quanto la cultura del possesso della donna come unica forma di realizzazione del proprio maschile non sia influenzata anche da una insicurezza della propria virilità, legata anche al non aver mai messo in dubbio il proprio modo di esprimere e vivere le pulsioni sessuali. Una cosa è certa: uomini e donne, che oggi siano adulti o adolescenti, tutti noi, abbiamo ancora l’idea che l’uomo non debba chiedere mai. Altrimenti non si spiega la riluttanza anche di uomini in piena età da controllo andro/urologico, ovvero oltre i 40, che ancora preferiscono non sottoporsi a quei controlli. E questo, a detta sempre degli specialisti, anche in presenza di problemi che, se affrontati, almeno toglierebbero quel senso di mascolinità frustrata e quasi disonorata che finisce per inquinare i rapporti sentimentali di questi uomini. Con un’aggravante. La temutissima ispezione prostatica. Chiederete voi, ma fa male? Assolutamente no. Allora dà fastidio? Non certo fisico. Parliamo di un’operazione di quattro secondi. Ma genera un insostenibile disturbo all’idea di maschio che abbiamo di noi. E al concetto che subire una minima penetrazione, seppur con il solo scopo di prevenire l’insorgenza di patologie e controllare la nostra salute, umili il nostro stesso essere uomini.

Noi tutti, uomini e donne, troppo spesso con il maschio siamo rimasti ancora lì: ai dopobarba anni Ottanta sugli scaffali del supermercato.

Non affronto qui l’immenso eldorado che i maschi eterosessuali scoprono quando hanno il coraggio di esplorare la sessualità senza stereotipi con le loro compagne, anche vivendo la penetrazione in modo passivo, perché non è l’argomento che mi interessa qui. Ma sappiate almeno che questa terra meravigliosa esiste, e che non è per forza per tutti, ma che non ha senso fingere di non vederla. Quello che mi interessa, in effetti, è che ciascuno di voi, qualunque sia il suo genere, porti il maschile che lo circonda (mariti, amici, fidanzati, compagni di sport, figli), a farsi fare un controllo andrologico. Che questa cultura della salute entri nei gesti e nel linguaggio quotidiano.

Ci sono due comportamenti tipici del “maschio alfa” che sono di per sé una cartina tornasole del problema.

1. Il toccarsi continuamente mentre si parla.
Un gesto che è incontrollato forse nell’adolescenza, ma che su uomini adulti genera situazioni al limite del ridicolo. Ecco, con tutto questo toccarsi, se solo si frequentasse un andrologo si potrebbero prevenire molti tumori ai testicoli, individuabili con una corretta e attenta autopalpazione, come le donne hanno già imparato a fare su di sé da tempo.

2. L’irresistibile impulso a fotografarsi il pene in erezione e mandarlo a possibili prede sessuali senza che sia stato richiesto. Ecco, allora perché tutto questo esibizionismo non metterlo a frutto e mostrare quel pene ad un medico, per essere certi che oltre ad essere il proprio motivo di orgoglio, sia anche sano?

Che il maschio si senta che chiedere aiuto, farsi controllare, farsi spiegare la strada, diventi la norma, nella conoscenza, nella gestione e nella condivisione con i relativi partner della propria sessualità, è un’urgente necessità. E che finalmente diventi imbarazzante il contrario dipende solo da noi.

Diego Passoni
È stato frate e anche ballerino in televisione. Attualmente accompagna a casa gli ascoltatori di Radio Deejay dalle 17 alle 19 nel programma Pinocchio con La Pina e la Vale.