Un futuro senza cromosoma Y

Cosa può ancora dirci del presente un racconto post-apocalittico e distopico, e come è cambiato il nostro sguardo sul genere dopo la pandemia

Città, strade, uffici silenziosi e deserti. Qua e là segni di distruzione e a terra molti cadaveri. In un solo giorno, tutti i mammiferi con cromosoma Y sono morti improvvisamente. In vita sono rimasti solo quelli con cromosoma XX, cioè di sesso biologico femminile, e inspiegabilmente Yorick Brown, un inconcludente mago escapista: perché? Sono le prime immagini e l’interrogativo principale di Y: L’Ultimo uomo, nuova serie di Star, canale dedicato a un pubblico più adulto di Disney+. I primi tre episodi sono disponibili dal 22 settembre, i successivi episodi saranno diffusi ogni mercoledì (qui le informazioni per abbonarsi).

Insieme a Yorick (Ben Schnetzer) è sopravvissuta anche Ampersand, un esemplare maschio di scimmia cappuccina. L’uomo ha una sorella maggiore, Hero (Olivia Thirlby), paramedico dalla vita privata problematica. La madre Jennifer (Diane Lane) è invece una deputata del congresso. Il cast della serie è corale, e comprende altri personaggi, come l’agente 355 (Ashley Romans) e la figlia del defunto presidente degli Stati Uniti (Amber Tamblyn), dalle idee conservatrici. Prima dell’evento catastrofico, stavano affrontando un momento particolare della loro vita, ora dovranno affrontare un dopo ben più problematico, tra distruzione, sommosse, lotte di potere, legami sociali ormai messi in discussione.

Sviluppato per la tv da Eliza Clark insieme a Nina Jacobson, Brad Simpson, Mari Jo Winkler-Ioffreda, Brian K. Vaughan e Pia Guerra, Y: L’Ultimo uomo è la trasposizione dell’omonimo fumetto della DC Comics creato nel 2002 da Vaughan e Guerra, vincitore di un Eisner Awards, uno dei maggiori riconoscimenti in ambito fumettistico. La serie arriva dopo anni dalla prima pubblicazione del fumetto, e dunque deve adattarsi al 2021, anche perché dopo la pandemia è cambiato il modo di guardare a certi generi narrativi.

La serie infatti è un racconto tanto post-apocalittico quanto distopico. Soprattutto quest’ultimo filone si è molto diffuso alla fine del decennio scorso, probabilmente anche per via del particolare momento storico: dalle preoccupazioni per il futuro del pianeta agli aspetti negativi delle nuove tecnologie digitali fino all’elezione di Donald Trump, come raccontato nel 2018 in questo articolo del Venerdì di Repubblica.

Il professore Gregory Claeys, autore di Dystopia: A Natural History (Oxford University Press), spiegava così il valore dei racconti distopici: «Le distopie letterarie hanno sempre aiutato a risvegliare l’ansia sul potenziale futuro per spingere le persone all’azione, al fine di prevenire un crollo sociale, politico o ambientale. Funzionano da avvertimento». Il genere dunque è una metafora che serve a descrivere il presente, con le sue paure, i suoi problemi, i suoi temi, grazie anche alla possibilità di mettere in scena situazioni al limite per i personaggi e quindi spesso narrativamente più efficaci.

Tra i vari titoli usciti in questi anni, uno degli esempi più riusciti di racconto post-apocalittico e distopico tratto da un fumetto è la serie The Walking Dead, giunta alla sua ultima stagione e disponibile su Disney+. La serie racconta di un futuro popolato da zombie in cui dominano istinti primordiali. I sopravvissuti cercano non soltanto di restare vivi in senso letterale, ma di non perdere quel minimo di umanità che ancora li contraddistingue dai non morti.

Un’altra saga, sempre tratta da fumetti ma stavolta trasposta al cinema, che è stata capace di incorporare in parte il tema, è quella degli Avengers (presente su Disney+). Se nel 2012 il primo film The Avengers aveva saputo secondo alcuni critici superare a suo modo lo choc dell’11 settembre, il finale della saga, costituito dai film Infinity War (2018) e Endgame (2019), conteneva elementi più cupi. Il piano del nemico degli Avengers, Thanos, consisteva nell’eliminare metà esseri viventi per “ribilanciare l’universo”, eliminando così tutti i problemi legati al sovrappopolamento: una vera e propria distopia post-apocalittica.

Grazie alla sua premessa paradossale – un mondo senza cromosoma Y – il fumetto Y: L’ultimo uomo anticipava nel 2002 uno dei principali temi di questi ultimi anni: lo sbilanciato rapporto di potere tra uomini e donne. In questo ricordava – anche se con una prospettiva diversa – la distopia raccontata da Margaret Atwood nel Racconto dell’ancella (1985). Nel fumetto la scomparsa di tutti gli uomini porta a repentini mutamenti, che dimostrano le disparita esistenti nella società. Israele, che ha un esercito formato tanto da uomini quanto da donne, surclassa in potenza gli Stati Uniti. Quasi tutti i politici e i milionari muoiono. E siccome gli aerei sono pilotati per lo più da uomini, al momento dell’evento la maggior parte precipita.

La serie riprende e rinnova questo scenario. La presa del potere delle donne non è senza tensioni e lotte interne, alcune anche legate a posizioni estremiste emerse negli ultimi anni. E se il protagonista è l’unico uomo cisgender (che si riconosce cioè nel genere corrispondente al sesso assegnato alla nascita) sopravvissuto, in realtà ci sono altri uomini ancora vivi: gli uomini trans, raccontati attraverso un nuovo personaggio non presente nel fumetto.

Ma per via dell’attuale particolare momento storico, la distopia post-apocalittica assume nella serie anche un senso diverso. Le prime immagini di Y: L’ultimo uomo – la città silenziosa e deserta – possono ricordare quanto visto e vissuto in questo anno e mezzo. La sensazione di smarrimento dei protagonisti dopo un evento imprevedibile appare molto famigliare. Come dopo l’11 settembre, lo sguardo degli spettatori è cambiato: il genere distopico rafforza così il suo essere metafora di rappresentazione delle tensioni del presente.