Due persone camminano a Hiroshima, poco più di un mese dopo l'esplosione della bomba (U.S. Air Force via AP, File)

L’articolo che rivelò le bugie del governo americano su Hiroshima, nel 1945

Fu scritto dal giornalista nero Charles Harold Loeb, e rivelò i devastanti effetti delle radiazioni provocate dalla bomba atomica

Due persone camminano a Hiroshima, poco più di un mese dopo l'esplosione della bomba (U.S. Air Force via AP, File)

Due mesi dopo il bombardamento nucleare sulla città giapponese di Hiroshima, il 6 agosto 1945, un quotidiano statunitense poco conosciuto pubblicò uno degli articoli più informati e dettagliati sulle devastanti conseguenze della bomba, allora non ancora conosciute. L’autore era il giornalista nero Charles Harold Loeb e il giornale l’Atlanta Daily World, uno dei primi e più importanti quotidiani diretti e scritti da persone afroamericane. L’articolo fu il primo a parlare apertamente di una cosa che il governo e l’esercito degli Stati Uniti stavano provando a nascondere: gli enormi danni causati dalle radiazioni generate dalle bombe nucleari. Il New York Times ne ha recentemente raccontato la storia.

Quando dopo il bombardamento di Hiroshima la popolazione locale cominciò a manifestare i primi gravi sintomi legati alle radiazioni, gli Stati Uniti cominciarono un’opera di propaganda e disinformazione per contraddire la posizione del governo giapponese.

L’uso di armi chimiche era già stato vietato da un trattato internazionale del 1925 e secondo gli storici, il generale Leslie L. Groves – allora a capo del Manhattan Project, il programma di ricerca che aveva portato alla realizzazione della bomba – voleva dimostrare che le bombe nucleari erano sostanzialmente delle bombe di tipo tradizionale, anche se immensamente più potenti. Gli effetti dannosi delle radiazioni, nonostante fossero già noti a chi si era occupato direttamente della bomba, erano stati tenuti quasi segreti ed erano sconosciuti ai più. Anche il presidente statunitense Harry Truman, che autorizzò il bombardamento, sapeva probabilmente poco di questi aspetti della bomba atomica.

Nelle settimane successive ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, Groves organizzò una spedizione di scienziati che – raccontarono alcuni di essi – aveva di fatto il compito di «dimostrare che non c’era radioattività» a Hiroshima. Nei risultati di queste indagini si parlava di quasi totale assenza di radiazioni nella zona dell’esplosione di Hiroshima, fingendo di ignorare che dei due tipi di radiazioni prodotte da una bomba nucleare, le prime – dannosissime – scompaiono in breve tempo e le altre vengono spesso trasportate lontano dal luogo dell’esplosione.

L’opera di disinformazione arrivò a coinvolgere anche la stampa più prestigiosa del paese: il caso più significativo fu forse quello di William L. Laurence, giornalista del New York Times, che nei suoi articoli aderì completamente alla versione dell’esercito statunitense. Con toni perfino celebrativi, come quando paragonò la bomba di Hiroshima alla creazione divina, Laurence parlò di «propaganda giapponese» e disse che Hiroshima era «sicura».

Oggi sappiamo invece che le radiazioni causarono migliaia di morti, malformazioni nei nuovi nati ed enormi sofferenze.

Tra i vari articoli di giornale pubblicati in quei mesi, il 5 ottobre del 1945 ne uscì uno sull’Atlanta Daily World, un giornale molto conosciuto nella comunità afroamericana statunitense.

Si intitolava «Loeb riflette sull’area bombardata dalla bomba atomica» e il suo autore Charles Harold Loeb con un tono molto analitico, a tratti sarcastico, e dividendo per punti la propria argomentazione, descriveva la devastazione lasciata dal bombardamento di Hiroshima, criticava la spedizione del Manhattan Project volta a «mettere a tacere» l’evidenza delle sue conseguenze, e diceva che la scelta di ricorrere alla bomba atomica da parte della «più grande nazione libera del mondo» era stata inutile e dannosa.

Soprattutto, seppur brevemente, l’articolo di Loeb parlava esplicitamente e per la prima volta dei danni provocati dalle radiazioni durante e dopo l’esplosione, che l’esercito statunitense stava cercando di nascondere. «Ci sono considerevoli testimonianze che nell’area dell’esplosione ci sia ancora attività radioattiva», scriveva Loeb. «I giapponesi sostengono che molti di quelli che hanno visitato l’area dopo l’esplosione si sono successivamente ammalati e sono morti di malattie riconducibili alla radioattività».

Charles Harold Loeb era un giornalista afroamericano che era stato a Hiroshima come corrispondente e aveva potuto visitare i luoghi distrutti dall’esplosione in un tour di due giorni organizzato per la stampa dall’esercito. Prima di fare il giornalista, Loeb aveva studiato per entrare nella facoltà di medicina e la sua preparazione medica, per quanto incompleta, lo aveva probabilmente aiutato a capire gli effetti che le radiazioni avevano avuto in Giappone.

Il suo articolo fu ripreso da altri giornali diretti e scritti da afroamericani, che continuarono nei mesi successivi a parlare degli effetti devastanti della bomba di Hiroshima sulla popolazione locale. Per la dirigenza del Manhattan Project divenne impossibile continuare a negare che a Hiroshima le persone morissero a causa delle radiazioni. Circa un mese dopo, davanti a una commissione del Senato, il generale Groves provò allora una nuova tattica, dicendo che, da quel che aveva capito parlando coi dottori, morire a causa delle radiazioni era «un modo molto piacevole di morire».

Nel 1946, l’esercito statunitense ammise che le radiazioni dovute alle bombe sganciate in Giappone erano state probabilmente responsabili per la morte di circa 40.000 persone, su un totale di circa 200mila morti.

Loeb ebbe poi una lunga carriera come giornalista e direttore di giornale ed è oggi noto come “il decano dei giornalisti neri”. Il suo articolo sulle radiazioni ad Hiroshima e il ruolo che ebbe nel raccontare la verità su quello che era accaduto sono stati a lungo sottovalutati. Loeb continuò per il resto della vita ad avere incubi sui corpi che aveva visto ad Hiroshima, distrutti dalle radiazioni, e morì nel 1978, a 73 anni.