Alessandro Florenzi, Ciro Immobile, Leonardo Bonucci e Lorenzo Insigne cantano l'inno prima di Italia-Turchia (Claudio Villa/Getty Images)
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  • mercoledì 16 Giugno 2021

Che storie hanno gli inni nazionali europei

Sono i giorni giusti per conoscere le più curiose e interessanti: sapete che nel titolo di quello polacco c'è la parola “Italia”?

Alessandro Florenzi, Ciro Immobile, Leonardo Bonucci e Lorenzo Insigne cantano l'inno prima di Italia-Turchia (Claudio Villa/Getty Images)

Lunedì sera agli Europei di calcio si è giocata Germania-Francia, finita 0-1 per i francesi, e prima della partita sono stati suonati come di consueto i rispettivi inni nazionali. In occasione di tornei internazionali come gli Europei o i Mondiali di calcio (ma anche durante moltissime altre manifestazioni sportive) gli inni nazionali ricevono un’attenzione insolita, e guardandoli e ascoltandoli può capitare di chiedersi da dove arrivino e perché una certa nazione a un certo punto della propria storia scelga una certa melodia e un certo testo per rappresentarsi. In ambito europeo gli inni sono spesso densi di retorica patriottica e militare, ma alcuni hanno anche storie curiose: lo sapevate che l’inno polacco contiene la parola “Italia” nel titolo? E che quello scozzese – non ufficiale – fu composto “solo” nel 1967?

Canto degli italiani (Italia)

L’inno della Repubblica italiana si chiama Canto degli italiani, anche se “Inno di Mameli” è il nome con cui è più conosciuto. La melodia fu scritta dal musicista genovese Michele Novaro, mentre il testo su cui è basata, pieno di riferimenti classici e storici, fu scritto nel 1847 da Goffredo Mameli, un poeta genovese di nemmeno vent’anni. Due anni dopo aver scritto l’inno, Mameli si arruolò con le milizie guidate da Giuseppe Garibaldi che avevano conquistato Roma e proclamato la Repubblica. Nel febbraio del 1849 Mameli fu ferito a una gamba e morì di cancrena pochi giorni dopo, all’età di 21 anni. Quando gioca la Nazionale italiana di calcio di solito viene eseguita solo la prima parte dell’inno, quella più celebre, perciò in pochi ricordano la seconda, in cui peraltro ci sono colti riferimenti storici alla battaglia di Legnano (con cui nel 1176 la Lega Lombarda respinse l’armata di Federico Barbarossa) e ad altri episodi storici di insurrezione come i Vespri siciliani.

Solo nel 1946, dopo la proclamazione della Repubblica, il Canto degli italiani divenne l’inno nazionale. Nel periodo monarchico l’inno ufficiale era la Marcia Reale dei Savoia, mentre durante il ventennio fascista erano popolari altre canzoni come Giovinezza Faccetta nera. Nel 1946 il Canto degli italiani fu scelto come “inno provvisorio” (l’alternativa era La canzone del Piave, che peraltro era stato a sua volta inno provvisorio tra il 1943 e il 1944) e tale rimase fino al 2017, quando una legge lo rese inno ufficiale.

La Marsigliese (Francia)

È uno dei più riconoscibili e noti nel mondo. Negli anni è diventato l’inno repubblicano per eccellenza, ma in realtà fu scritto da un militare monarchico. Claude Joseph Rouget de Lisle era un ufficiale dell’esercito monarchico francese, anche se favorevole all’introduzione di una Costituzione e quindi sostenitore della prima fase della Rivoluzione. Su consiglio del sindaco di Strasburgo, che era anche suo amico, Rouget de Lisle scrisse una serie di canzoni patriottiche tra cui “Il Canto di guerra per l’armata del Reno”, dedicato agli eserciti francesi che difendevano la Francia dai tentativi di restaurazione delle potenze europee.

La canzone venne adottata da alcuni volontari provenienti da Marsiglia accorsi a difendere Parigi, e così divenne “La Marsigliese”. Poche settimane dopo la prima esecuzione del canto, però, il re venne arrestato dal nuovo regime rivoluzionario. Rouget de Lisle protestò, fu cacciato dall’esercito e degradato, e solo per casualità riuscì a sopravvivere al periodo del Terrore, in cui i giacobini rivoluzionari uccisero centinaia di sostenitori della monarchia. Essendo un inno militare il testo è piuttosto cruento (“Marciamo, marciamo! / Che un sangue impuro / Bagni i nostri solchi”).

Wilhelmus (Paesi Bassi)

L’inno olandese fu scritto e composto nel 1570 ed è probabilmente il più antico del mondo. L’unico suo concorrente in questo particolare campo è l’inno giapponese, il cui testo ha circa 12 secoli ma che non fu mai musicato prima degli anni Trenta. L’inno olandese si chiama Wilhelmus (il Guglielmo) ed è particolare anche per altre ragioni. Il testo è un discorso fatto in prima persona dallo storico fondatore dei Paesi Bassi, il leader politico Guglielmo d’Orange.

Quando fu scritto l’inno, i Paesi Bassi stavano conducendo un’annosa guerra per rendersi indipendenti dalla Spagna. Curiosamente, nei primi versi, Guglielmo ci tiene a sottolineare che ha “sempre onorato il re di Spagna”, come a dire che era colpa di quest’ultimo se in quel momento era in corso una sanguinosa rivolta. Dice anche di essere “di sangue tedesco” e quindi fedele alla propria madrepatria. Il verso sul re di Spagna è presente ancora oggi nel testo e questo fa sì che quello olandese sia l’unico inno al mondo in cui viene celebrato un monarca straniero.

Inno di stato della Federazione russa (Russia)

L’inno russo ha una storia molto travagliata. Con la caduta dello Zar e la rivoluzione comunista, la nascente Unione Sovietica decise di adottare come inno l’Internazionale socialista, che è la canzone tradizionale dei partiti socialisti di tutto il mondo. Era un inno particolare, molto coinvolgente, con il quale i leader sovietici volevano chiarire al mondo che l’Unione Sovietica non era uno stato come gli altri, ma l’avanguardia mondiale del movimento operaio.

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Nel 1943, nel pieno della Seconda guerra mondiale, il messaggio dell’Internazionale socialista non era più attuale: l’Unione Sovietica era sotto attacco dell’esercito nazista e aveva bisogno dell’aiuto delle grandi democrazie occidentali. L’Internazionale fu abbandonata e sostituita con una nuova melodia, scritta da Alexander Vasilevich Alexandrov, accompagnata da parole ultra-nazionaliste e un sacco di riferimenti a Stalin che furono eliminati dopo la morte del dittatore. Con la caduta dell’Unione Sovietica, l’inno sovietico venne eliminato insieme agli altri simboli del vecchio regime. Una nuova melodia senza parole, il “Canto patriottico”, fu scelta al suo posto, ma non durò a lungo. Nel 2000, poco dopo essere diventato presidente, Vladimir Putin reintrodusse il vecchio e potente inno sovietico di Alexandrov, a cui fu affiancato un nuovo testo. Scritto da Sergej Michalkov non una, ma ben tre volte.

Flower of Scotland (Scozia)

Utilizzata dai giocatori di rugby fin dagli anni Settanta, e dalla nazionale di calcio dagli anni Novanta, questa canzone folk fu scritta da Roy Williamson del gruppo The Corries a metà degli anni Sessanta. Negli anni ha acquisito sempre maggiore popolarità, andando a sostituire nelle manifestazioni sportive un altro inno molto popolare, Scotland the BraveFlower of Scotland omaggia la battaglia di Bannockburn, una delle più importanti e celebrate della storia scozzese: fu combattuta nel 1314 e vide confrontarsi gli eserciti di Robert Bruce – futuro re di Scozia – e quello del re d’Inghilterra Edoardo II. Gli scozzesi erano in netta minoranza, ma una serie di errori tattici degli inglesi li condussero alla sconfitta, con Edoardo che nel secondo giorno di battaglia fuggì lasciando i propri soldati allo sbando, massacrati.

Mazurka di Dąbrowski (Polonia)

Forse non tutti sanno che il nome ufficiale dell’inno della Polonia è Canto delle legioni polacche in Italia, e che fu scritto nel 1797 dal tenente Józef Wybicki mentre si trovava a Reggio Emilia con le truppe del generale Jan Henrik Dąbrowski. Ma che ci facevano dei soldati polacchi in Italia a fine Settecento? Partecipavano alla campagna militare italiana condotta da Napoleone Bonaparte, il quale aveva promesso ai polacchi di restituire loro l’indipendenza se avessero combattuto al suo fianco. Infatti il territorio polacco all’epoca era stato spartito tra Russia, Austria e Prussia, dopo essere appartenuto per più di due secoli alla Confederazione polacco-lituana istituita nel 1569 con l’Unione di Lublino. Il testo della Mazurka di Dąbrowski allude proprio al fatto che la nazione polacca non si estinguerà «finché noi vivremo».

La Brabançonne (Belgio)

La nascita dell’inno belga viene fatta risalire a una leggenda, secondo cui sarebbe stato scritto da un giovane patriota di nome Jenneval e declamato un giorno di settembre del 1830 nel caffè “l’Aigle d’or”, dove avrebbe riscosso un successo tale da diventare in poco tempo l’inno della causa indipendentista del Belgio (allora parte del Regno dei Paesi Bassi). Di certo Jenneval – il cui vero nome era Louis-Alexandre Dechet – scrisse davvero le parole della Brabançonne, e di certo morì come Mameli a meno di trent’anni combattendo per l’indipendenza del proprio paese.

Il nome della canzone si riferisce alla regione storica del Brabante, oggi divisa tra Belgio e Paesi Bassi.

A Portuguesa (Portogallo)

Per quanto possa sembrare strano oggi, l’inno portoghese è nato nel 1890 dall’orgoglio colonialista del compositore Alfredo Keil. Poco prima c’era stato l’ultimatum del Regno Unito per far cessare la colonizzazione portoghese di alcune terre tra l’Angola e il Mozambico, e il re portoghese Carlos I accettò. La decisione provocò estesi malumori tra i repubblicani, e Keil decise di scrivere una melodia per dotare le proteste di un inno, il cui testo fu poi scritto da Henrique Lopes de Mendonça. Divenne l’inno ufficiale del Portogallo nel 1911, quando fu istituita la repubblica.

Deutschlandlied (Germania)

Quando August Heinrich Hoffmann von Fallersleben scrisse l’inno tedesco la Germania era ancora lontana dall’essere uno stato unitario. Era il 1841 e Hoffmann, che faceva il professore e il poeta, si trovava in vacanza nel Mare del Nord, sull’isola di Helgoland. Sembra che Hoffmann provasse sentimenti forti non solo nei confronti della nazione tedesca, ma anche per le donne e per il vino, che infatti fanno parte dell’inno: “Donne tedesche, fedeltà tedesca / Vino tedesco e canto tedesco / Devono mantenere nel mondo / Il loro antico, bel suono”.

Deutschlandlied (letteralmente “Canto dei tedeschi”) è uno dei pochi tratti identitari della Germania che fu adottato sia dal dittatore nazista Adolf Hitler sia dalla Germania repubblicana del dopoguerra, anche se durante il nazismo veniva suonata solo la prima strofa (che inizia con “Germania, Germania al di sopra di tutto”) e poi seguiva l’inno ufficiale del partito. Oggi l’inno nazionale inizia invece con la terza strofa (“Unità, giustizia e libertà / Per la patria tedesca!”).

God Save the Queen (Inghilterra)

Un altro inno assai famoso è quello che canta con trasporto la Nazionale che si ritiene la patria del calcio, l’Inghilterra, prima di ogni sua partita. La melodia fu ispirata probabilmente a una canzonetta del Settecento, e come molti altri tratti della cultura inglese si è affermato attraverso la tradizione e non attraverso una legge ufficiale. L’aspetto più curioso della canzone, comunque, è la sua popolarità che l’ha resa a sua volta inno nazionale di altri paesi in giro per il mondo. Tra il 1871 e il 1918 fu la melodia dell’inno della Germania unita, poi fu utilizzata anche dalla Russia degli zar, dal regno delle Hawaii, e oggi viene ancora utilizzata dal Lichtenstein nell’inno Oben am Jungen Rhein (“Lassù, sul giovane Reno”).

– Ascolta: Wembley, il podcast del Post sugli Europei