(Carl Court/Getty Images)

Alla ricerca del punto triplo

di Paolo Giordano
(Carl Court/Getty Images)

Inizierà mercoledì 26 maggio a Trieste il festival Scienza e virgola, dedicato alla discussione e comprensione di temi scientifici dopo un anno in cui questi temi sono diventati protagonisti del dibattito pubblico e persino delle conversazioni quotidiane. Il festival dura fino al 31 maggio e ospita incontri anche a Udine e Pordenone: la sua quinta edizione “riparte quindi dalla voglia di ritornare a discutere se e come la conoscenza può aiutarci a dare senso al mondo, nonostante tutto”. Il direttore artistico del festival è lo scrittore Paolo Giordano, che dall’inizio della pandemia è stato uno dei più competenti e attenti commentatori delle questioni scientifiche, culturali e umane che si sono poste in queste mesi: i suoi articoli sono stati raccolti in un ebook dall’editore Einaudi (in una nuova collana chiamata I quanti), Le cose che non voglio dimenticare, per il quale Giordano ha scritto una postfazione che è un parziale consuntivo.

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La crisi del Covid è stata, ed è tuttora, anche una crisi dei saperi. A ogni passaggio della pandemia c’è voluto del tempo perché la scienza raggiungesse delle convinzioni abbastanza solide, perché i media trovassero il modo di tradurre quelle convinzioni in una forma condivisibile, e perché infine le istituzioni agissero in ragione di quelle convinzioni nuove. Se una parte dei ritardi, soprattutto dal lato scientifico, era inevitabile – abbiamo studiato un fenomeno inedito mentre si dispiegava davanti ai nostri occhi –, gli impacci nella comunicazione e nella risposta istituzionale sono stati causati in larga parte da una scarsa predisposizione all’ascolto dei temi scientifici. Siamo stati inefficienti perché eravamo fuori allenamento con le scienze, fuori allenamento nel capirle e prima ancora nell’accoglierle all’interno del dibattito pubblico.

Va ammesso che la varietà di competenze necessarie ad approcciare in modo organico la pandemia si è dimostrata scoraggiante da subito: microbiologia, medicina generale, epidemiologia, statistica, economia, psicologia, scienze della comunicazione, scienze diplomatiche e molto altro. Ogni questione appariva inestricabilmente legata alle altre e le correlazioni tra i campi erano moltissime. Prospettive diverse portavano a conclusioni divergenti. In mezzo a queste tensioni, i media hanno fatto del loro meglio per dare conto di tutto, ma troppo spesso ricorrendo al collaudato schema oppositivo: per ogni opinione, concedere spazio anche a quella contraria. Peccato che, per argomenti a forte impronta tecnica, non tutte le opinioni hanno lo stesso valore, e neppure lo stesso diritto di esistere.

La molteplicità del presente ci si è parata davanti in blocco, all’improvviso. Eravamo tutti impreparati. Ci mancavano i concetti, ci mancavano le parole, ci mancava la forma mentis adeguata per ragionare in modo complesso e completo. Chi dice oggi di aver capito ogni cosa dall’inizio, di aver previsto tutto, mente. Perché se la pandemia, una pandemia, era immaginabile per molti, non lo erano le innumerevoli difficoltà che ha causato al nostro vivere, personale e collettivo. Scrivere, nel corso di questo anno e qualche mese, è stato il mio tentativo personale di tenere il passo con una realtà che si presentava continuamente nuova e sorprendente. Ne avevo bisogno innanzitutto per me stesso, perché la comprensione, nel mio caso, non precede quasi mai la scrittura, ma arriva, se arriva, nell’atto stesso di scrivere.

Oggi mi sento una persona diversa rispetto a quella che ha scritto il primo degli articoli. So di essere una persona diversa, ma non ho ancora idea di come. So anche che questo è un libro non finito, che parla di una crisi non finita. Negli ultimi giorni la situazione in India è precipitata e, benché la tragedia si stia consumando «lontano», nella nostra quieta indifferenza, prima o poi arriverà a riguardarci. Le novità continuano, come continua l’alterazione della nostra vita «normale», e chissà per quanto. Soprattutto per questo ho scelto la forma piú impalpabile e aggiornabile di tutte, un e-book.

Gli articoli, che singolarmente e nel giorno in cui sono usciti avevano un’urgenza specifica, riletti in sequenza mi sembrano formare il racconto in presa diretta di una comprensione che viene acquisita, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Una consapevolezza scientifica che assorbe via via nuove parole – «erre-con-zero», «lockdown», «tipping point», «varianti» – e accanto a essa una consapevolezza emotiva, che inizia nella confusione assoluta del febbraio 2020, attraversa lo sgomento della primavera scorsa e arriva con cauta speranza agli esordi della campagna vaccinale un anno più tardi.

Che questa consapevolezza sia destinata a diventare coscienza profonda non è ancora chiaro, se ne parla astrattamente dall’inizio, ma nulla lo dimostra per il momento. Da parte mia, sarei pronto a circoscrivere di molto le ambizioni. Mi basterebbe se di tutto questo percorso restasse almeno la memoria della complessità in cui siamo stati immersi, perché sarà una complessità simile a caratterizzare molte delle sfide del futuro. Mi basterebbe che questa esperienza ci desse l’impulso per passare da un pensiero «disgiuntivo» a un pensiero «congiuntivo», più aperto, contaminato, curioso, che unisca i saperi invece di dividerli.

Per l’acqua, come per altre sostanze, esiste una condizione termodinamica speciale, chiamata «punto triplo». È una combinazione di valori di pressione e temperatura in cui i tre stati della materia coesistono: quello gassoso, quello liquido e quello solido. Soltanto in quel punto vapore, acqua liquida e ghiaccio sono presenti insieme. Per più di un anno, me ne accorgo adesso, non ho fatto altro che cercarlo: il «punto triplo» della pandemia, la condizione instabile in cui scienze, comunicazione e politica potessero coesistere in equilibrio. Oppure ragione, emotività e comportamenti, se si guarda un diagramma diverso. Forse mi ci sono avvicinato, forse no, ma sono certo oggi, come lo ero il primo giorno, che quel punto triplo da qualche parte c’è.