(ANSA/Wolfgang Kumm/dpa)

Perché acquistare prodotti equosolidali

L'8 maggio è la giornata mondiale del commercio che tutela i diritti degli agricoltori in Asia, Africa e America Latina

(ANSA/Wolfgang Kumm/dpa)

Il secondo sabato di maggio, quindi quest’anno l’8, si celebra la giornata mondiale del commercio equo e solidale, cioè quel tipo di commercio che promuove le aziende che garantiscono un prezzo più giusto per il prodotto e un salario più corretto per chi lo produce, con tecniche inoltre che favoriscono il rispetto dell’ambiente e delle risorse naturali. Fra i principi base del commercio equo e solidale c’è quello di vendere al cliente finale i prodotti limitando la catena di intermediari.

L’idea iniziò a farsi strada dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i paesi ancora sotto dominio colonialista erano costretti ad accettare le richieste produttive dei paesi stranieri, spesso in condizioni di sfruttamento e con guadagni miseri. Le grosse aziende occidentali facevano ottimi affari e i cittadini dei loro paesi acquistavano merci lontane a prezzi molto convenienti. Negli anni Sessanta aprirono in Europa e negli Stati Uniti i primi piccoli negozietti che compravano direttamente dai produttori dei Paesi in via di sviluppo. Non era ancora un sistema organizzato, ma stava nascendo il movimento equosolidale, che attraverso l’attivismo di alcune associazioni era interessato a migliorare la vita degli agricoltori.

La vera svolta arrivò negli anni Ottanta: le storie dei contadini che lavoravano per salari miseri per produzioni a buon mercato iniziarono a diffondersi, a essere raccontate in TV e sui giornali. Il concetto di commercio equo e solidale si stava consolidando, tanto che nel 1997 venne fondata la Fairtrade International a Bonn in Germania. Scopo dell’associazione era quello di unire iniziative indipendenti e non coordinate di volontari e di attivisti per creare un sistema che garantisse una certificazione, riconosciuta a livello globale, della produzione etica e sostenibile.

Fairtrade oggi è una delle più grandi e famose associazioni internazionali che si occupano del “commercio equo e solidale” e il suo marchio tondo verde e azzurro, simile al simbolo dello yin e yang, è diventato negli ultimi decenni un segno di riconoscibilità per prodotti realizzati e acquistati nel rispetto dei diritti dei lavoratori in Asia, Africa, America Latina e secondo i criteri del commercio equo.

La certificazione Fairtrade attesta infatti che il produttore di quel bene ha ricevuto il cosiddetto Prezzo Minimo Fairtrade, un prezzo equo e stabile al di là delle oscillazioni del mercato e che copre i costi medi di una produzione sostenibile. Inoltre chi ottiene la certificazione può contare anche sul cosiddetto “Premio Fairtrade”, una somma di denaro aggiuntiva, che gli stessi lavoratori decidono come spendere: possono scegliere di utilizzare il Premio per migliorare le tecniche produttive, per realizzare progetti sociali o ambientali, oppure per costruire strade e infrastrutture.

Il commercio equo e solidale si è evoluto negli anni. Fairtrade ha coinvolto nel suo sistema migliaia di comunità promuovendo accordi commerciali fra le organizzazioni contadine locali e gli importatori europei. Oggi il suo circuito coinvolge oggi 1,6 milioni di agricoltori in 75 paesi di Asia, Africa e America Latina: coltivatori di caffè, zucchero, banane, ananas, cacao, tè, fiori e molto altro. Il mercato equo e solidale è così uscito dall’ambito ristretto dei negozietti specializzati. I prodotti certificati Fartrade si possono ora trovare sugli scaffali di quasi tutti i supermercati italiani, nei bar, nei negozi di vicinato, nelle macchinette della distribuzione automatica e nelle mense scolastiche.

Un importante mercato su cui Fairtrade opera è quello delle banane. Nel passato la guerra al ribasso sui prezzi nei supermercati aveva ottenuto come risultato compensi molto bassi, tanto che gli agricoltori di paesi come Colombia e Repubblica Dominicana guadagnavano spesso troppo poco per poter continuare la produzione. Oltre a garantire il prezzo minimo, nel 2019 l’acquisto di banane Fairtrade da parte dei consumatori italiani ha generato 776mila euro di Premio, che è andato direttamente agli agricoltori e ai dipendenti delle piantagioni. Da luglio 2021 inoltre i lavoratori delle piantagioni potranno ottenere il Salario Base Fairtrade, pensato affinché gli agricoltori abbiano abbastanza per il cibo, le spese sanitarie, per quelle per l’istruzione e altre uscite essenziali per i lavoratori e le loro famiglie, più un extra da mettere da parte per le emergenze.

In Asia, Africa e America Latina alcune situazioni restano ancora problematiche. Il grande aumento del consumo di cioccolato (e quindi della domanda di cacao globale) dell’ultimo decennio ha generato – spiega Fairtrade – grandi pressioni sulle comunità di coltivatori, specie di Ghana e Costa d’Avorio, e il ricorso alla manodopera infantile e la deforestazione. In America Latina invece i cambiamenti climatici hanno iniziato a minacciare pericolosamente alcune coltivazioni come quella del caffè, diffondendo una malattia molto dannosa per le piante, la cosiddetta ruggine del caffè. Problemi che sono stati complicati ulteriormente dalla pandemia da coronavirus.

La grande sfida è ancora oggi quella di garantire una vita dignitosa per le famiglie che si sostengono grazie all’agricoltura: secondo la FAO più del 90 per cento dei 570 milioni di aziende agricole nel mondo è infatti gestito da un individuo o da una famiglia e si basa principalmente sul lavoro familiare.