Certe serie tv non suonano più come una volta

Sui servizi di streaming "Dawson's Creek" ha una sigla diversa, perché 25 anni fa non si immaginavano sarebbe stata ancora vista: e non è la sola

Per molti di quelli che la guardarono, ma anche per chi era un adolescente in quegli anni e ne sentiva solo parlare, la serie tv Dawson’s Creek è fortemente associata alla canzone “I Don’t Want to Wait”: scritta, composta e cantata dalla statunitense Paula Cole. Chiunque però abbia guardato o guardi ora Dawson’s Creek (le cui 6 stagioni sono sia Netflix sia su Amazon Prime Video) ha sentito al suo posto un’altra canzone: “Run Like Mad”, della canadese Jann Arden. Chi a fine anni Novanta si occupò di gestire i diritti musicali di Dawson’s Creek, infatti, non si sarebbe mai immaginato (o quantomeno non se ne curò) che vent’anni dopo sarebbe stata ancora vista, tantomeno “in streaming”.

E per quanto Dawson’s Creek e la sua sigla rappresentino l’esempio più evidente, nella serialità televisiva non mancano casi simili. Come ha raccontato il New York Times, le serie che non suonano più come una volta sono diverse, sia nella sigla sia per altre canzoni che includevano. È un problema comune a Scrubs, X-Files e Felicity, per esempio. E, più in generale, in molte serie di fine anni Novanta e primi anni Duemila, e spesso in serie che pur avendo avuto grande successo partirono magari senza eccessive ambizioni o prospettive.

Succede perché chi ai tempi si occupò di negoziare i diritti delle canzoni da inserire nelle serie doveva spesso cercare un difficile equilibro tra l’esigenza di avere canzoni famose e il budget limitato. Come ha spiegato al New York Times il supervisore musicale Robin Urdang, solo per una serie tv statunitense medio-grande che voglia oggi i diritti (non solo televisivi e non solo per un anno) di una canzone famosa, di quelle che passano in radio e che la maggior parte degli ascoltatori conosce, si parla di una cifra compresa tra i 30mila e i 40mila dollari. Da moltiplicare per ogni canzone di questo tipo usata nella serie.

In certi casi si sceglieva quindi di assicurarsi canzoni importanti, e quindi più costose, ma di limitarsi ai diritti relativi alle prime messe in onda della serie, senza preoccuparsi troppo di cosa sarebbe successo negli anni successivi. Era un approccio comprensibile, perché (almeno fino agli anni Novanta) il mercato dei DVD era ancora limitato e sebbene lo streaming fosse già quasi dietro l’angolo, di certo non era facile prevedere tutto quello che sarebbe successo da Netflix in poi.

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Si facevano quindi accordi per la cessione limitata e parziale dei diritti d’autore, che in certi casi permetteva di pagare anche solo il cinque per cento di quanto sarebbero costati diritti completi e pluridecennali. Quelle licenze parziali potevano durare cinque anni o anche solo uno; e anche quando i DVD ebbero successo e si iniziò a capire che lo streaming sarebbe stato il futuro qualcuno continuò comunque, almeno per i primi tempi, a stringere accordi che consentivano di usare le canzoni solo per le messe in onda televisive. Quando le serie finivano poi su qualche piattaforma di streaming, qualcuno – magari su pressione dei creatori – sceglieva di spendere nuove somme e rinegoziare i contratti, e qualcun altro ripiegava invece su altre canzoni.

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Ci sono però casi in cui la sostituzione di una canzone con un’altra crea problemi di trama, perché quella rimpiazzata era in qualche modo funzionale alla storia. È successo per esempio con il tredicesimo episodio della prima stagione di X-Files, intitolato “Beyond the Sea” e che nella sua versione originale e televisiva usava la canzone “Beyond the Sea” di Bobby Darin. A canticchiare brevemente la canzone era un serial killer che diceva di essere un sensitivo, nel tentativo di dimostrare all’agente Scully che le aveva letto la mente. In effetti, come sa anche il pubblico, Scully quella canzone ce l’aveva in testa per averla sentita il giorno prima al funerale del padre.

Il problema, in questo caso, è che nel tempo i diritti di “Beyond the Sea” non sono stati rinnovati e la canzone che si sente al funerale del padre di Scully è diventata “La Mer”: secondo il New York Times, un canzone francese «con una melodia simile». Cosa che fa sembrare il serial killer un sensitivo un po’ più scarso, e che lascia lo spettatore un po’ più perplesso e con qualche brivido in meno.

Malgrado succeda ormai da anni (e già nel 2013 si parlasse dell’assenza di “I Don’t Want to Wait” prima di ogni episodio di Dawson’s Creek), la sostituzione di alcune canzoni nelle serie continua a essere notata dagli spettatori. A volte sono ignari delle ragioni contrattuali che ci sono dietro, altre volte ne sono ben consapevoli e si impegnano addirittura per rimettere online versioni e spezzoni della loro serie preferita con la musica giusta.

Va detto, comunque, che nel caso di Dawson’s Creek c’è sempre stata una rimarchevole confusione, per quanto riguarda le sigle. Iniziò tutto nel 1997, prima ancora che la serie andasse in onda, quando gli autori volevano usare come sottofondo musicale per la sigla dell’episodio pilota “Hand in My Pocket” di Alanis Morissette. Ma chi di dovere non riuscì a ottenerne i diritti, sicché – mentre nel frattempo era stata girata tutta la prima stagione – si decise di commissionare ad altri cantanti meno famosi di Morissette le possibili canzoni originali per la sigla. Tra le tante la preferita fu “Run Like Mad”, scritta apposta dalla canadese Jann Arden, che decise senza pensarci troppo su di vendere per «qualche migliaio di dollari» i diritti – completi e senza scadenza – per far sì che fosse usata in Dawson’s Creek.

Solo che prima che la serie arrivasse in tv, in alcune sue pubblicità fu associata ad “I Don’t Want to Wait”: visto che la cosa sembrava funzionare, il canale televisivo che avrebbe dovuto trasmetterla chiese di usarla come sigla. Ricordando quella richiesta, Paul Stupin – produttore esecutivo della serie – disse qualche anno fa: «Ora sembra così iconica, ma al tempo era solo una delle tante possibilità».

Giusto per complicare le cose, in alcune versioni estere della serie, almeno per la prima stagione, la sigla continuò comunque a essere “Run Like Mad”. Ora, invece, sia su Netflix che su Amazon Prime Video, “Run Like Mad” è la sigla di quasi tutti, gli episodi della serie. Gli ultimissimi due, infatti, continuano ad avere “I Don’t Want to Wait” per le conseguenze di un accordo in merito fatto per una speciale versione DVD del 2003.

Con “Hand in My Pocket”, invece, sarebbe stata così: