(Evans/Three Lions/Getty Images)

Che fare con le pellicce ereditate?

Vanessa Friedman del New York Times ha risposto al grande dilemma di chi non vuole darle via, ma si fa qualche scrupolo a indossarle

(Evans/Three Lions/Getty Images)

«Esiste un modo, nelle nostre vite moderne, per cui sia possibile usare le vecchie pellicce ereditate senza essere considerate sostenitrici della crudeltà sugli animali o assassine senza cuore?». È una domanda che una lettrice svedese ha rivolto qualche tempo fa a Vanessa Friedman, responsabile della sezione moda del New York Times. La lettrice pensa che comprare pellicce sia una pratica immorale, peraltro ormai superata, ma non sa cosa fare delle varie pellicce appartenute alla madre e alla zia che ha nell’armadio.

La questione è delicata e riguarda probabilmente molte persone in molte parti del mondo, visto che tra gli anni Sessanta e Settanta le pellicce di pelo vero erano molto diffuse e sono un tipo di capo che si tende a non dare via con leggerezza quando lo si eredita da madri, nonne e zie, visto il grande valore che gli si associava in passato. Negli ultimi anni la sensibilità nei confronti del rispetto degli animali è cresciuta al punto che oggi molte persone non solo non comprerebbero mai una pelliccia (anche la regina Elisabetta II ha smesso), ma non ne indosserebbero neanche una usata. La stessa Friedman ha raccontato di aver ereditato una pelliccia di visone dalla nonna, che l’aveva comprata con grandi sacrifici dopo aver messo i soldi da parte per anni, e di non essere disposta a separarsene, ma neanche a indossarla.

Le pellicce usate sono innocue?
Nel 2018 la giornalista Liana Satenstein scrisse su Vogue di aver ricevuto due pellicce usate cinque anni prima. Allora le sembrava che l’idea di metterle per uscire avesse perfettamente senso, ma nell’arco di quei cinque anni le cose erano cambiate velocemente. «Perché ora mi sento così in colpa a indossarle?», si chiedeva Satenstein su Vogue. Chiedendo alla collega Lilah Ramzi scoprì di non essere la sola. «Sono un’arma etica a doppio taglio», le disse Ramzi: «Indossare vecchie pellicce promuove il riuso e riduce gli sprechi nel grande schema delle cose, ma porta avanti anche l’idea della pelliccia come capo di moda». Della stessa idea sono anche molte associazioni animaliste, che pensano che se si continuano a indossare, le pellicce non passeranno mai di moda, si continuerà a comprarne di nuove e gli allevamenti continueranno a sfruttare e maltrattare gli animali.

Il dibattito sulle pellicce esiste almeno dagli anni Ottanta, ma è più di recente che la questione si è approfondita. Alle preoccupazioni degli animalisti si sono infatti aggiunte quelle degli ambientalisti, nel tentativo di decidere una volta per tutte se le pellicce sintetiche fossero da preferire a quelle animali: in molti, tra stilisti e ambientalisti, sono tutt’ora convinti di no perché le pellicce sintetiche sono fatte di acrilico, un tipo di plastica che ha bisogno di centinaia di anni per essere smaltito in una discarica, e al tempo stesso si possono fare pellicce – di montone – con gli scarti dell’industria alimentare, cioè senza dover uccidere degli animali solo per il loro pelo. Ormai comunque nel mondo della moda si sta rinunciando alle pellicce ottenute dagli animali: nel 2018 molte aziende di moda come Gucci, Versace, Michael Kors e Furla dichiararono che non avrebbero più prodotto abiti usando vere pellicce. In alcuni paesi inoltre sono state introdotte leggi per vietarne la vendita e chiudere gli allevamenti di animali destinati a diventare capispalla.

– Leggi anche: Le pellicce sintetiche sono davvero più sostenibili?

Secondo Vanessa Friedman ci sono due motivi per cui si può essere favorevoli all’utilizzo di pellicce ereditate dai familiari. Il primo è che sono oggetti con una storia e in alcuni casi hanno un valore affettivo che ci impedisce di darle via. Il secondo è che quello di conservare gli oggetti in buono stato anziché liberarsene è un approccio ecologico virtuoso su cui è bene insistere, soprattutto in un momento in cui la moda è sempre più dominata dagli sprechi del fast fashion.

Ma siccome a prima vista è impossibile sapere se una pelliccia è usata o nuova, e questo potrebbe esporre anche chi ne indossa una vintage al «disprezzo della folla», la soluzione ideale secondo Friedman sarebbe cucire una grossa toppa con scritto “vintage” sul retro della pelliccia. «Potrebbe esserci un’opportunità di business per una persona intraprendente che voglia creare un processo di certificazione, con tanto di logo, per le pellicce usate», scrive: «ma non è ancora successo».

Quindi, cosa faccio con le vecchie pellicce?
Una soluzione più praticabile per chi non vuole incentivare la moda delle pellicce è quella di trasformare quelle ereditate in qualcosa di completamente diverso e meno visibile. Friedman cita due aziende che hanno cominciato a farlo negli Stati Uniti, ma in Italia questa possibilità esiste già da un po’: alcune pelliccerie storiche si sono adattate alle nuove esigenze della clientela e hanno cominciato a offrire la possibilità ― oltre che di rimettere a modello le pellicce vecchie ― di trasformarle in altro.

A Milano, uno dei servizi più interessanti da questo punto di vista è quello di Winter Lab, un laboratorio nato all’interno di una storica azienda di pelli e pellicce, la cui attività principale negli ultimi anni è stata quella di ridare vita alle vecchie pellicce creando cappotti, giacche, gilè di pelo e tessuto che risultino «meno pellicciosi», come ci ha raccontato la titolare e creativa dell’azienda, Benedetta Fachini:

Oltre ai capi facciamo cappelli e borse utilizzando il vecchio pelo e tessuti che uno ha già o che vendiamo noi. Anche le coperte sono un prodotto molto richiesto, soprattutto a partire da peli lunghi come quelli di volpe, che abbiniamo per esempio a tessuti etnici per creare dei risultati divertenti e moderni. Spesso rasiamo le vecchie pellicce e le mettiamo come interni dei cappotti: quando si rasa la parte superiore del pelo, infatti, si ottiene un pelo corto più morbido e si toglie peso alla pelliccia. Abbiamo molte clienti donne ma ci capitano spesso anche uomini che non sanno cosa fare con le pellicce delle loro madri e ci chiedono una consulenza: è capitato per esempio di usare la pelliccia per l’interno delle giacche sportive da moto.

Secondo Fachini, «oggi chi prova a rivendere le vecchie pellicce di famiglia deve andare ai mercatini rionali, dove non si vendono a più di 200 o 300 euro. È un peccato che sia così, ma il materiale ha un valore e a quel punto ha molto senso utilizzarlo in modo diverso, soprattutto quando ha anche un valore affettivo». Naturalmente i costi rispecchiano la complessità della lavorazione che c’è dietro: si va da 150 euro per rifare l’orlo di una pelliccia a più di mille per una trasformazione particolarmente elaborata. «Ci vogliono mani esperte di lavorazione delle pellicce e sono rare», ha spiegato ancora Fachini: «Servono diverse figure professionali come la sarta, la montatrice, il tagliatore, la foderatrice e ci vogliono macchine diverse dalle altre. Anche per questo noi abbiniamo molto il pelo al tessuto, per minimizzare le ore di lavoro e dare un risultato bello a un costo non esagerato».

Un altro esempio è quello di Micaela Italian Charme, una pellicceria di Padova che si definisce «green» e che oltre a rimodellare e tingere le vecchie pellicce per creare capi più adatti ai tempi, crea cappelli, borse, portachiavi, polsini e persino pantofole di pelliccia vintage. La pellicceria L’Artigiano, a Roma, offre ai clienti che vogliono trasformare la propria pelliccia usata la possibilità di ricavare cuscini e coperte da divano, fodere per i dorsi dei libri, bordi di tovaglie e polsi per cappotti.

Un insolito progetto nato per rispondere al bisogno di riciclare le pellicce è stato pensato da K-Way, l’azienda nota per aver inventato e diffuso l’omonimo giubbino antipioggia, forse la cosa più lontana che ci sia dal concetto di pelliccia. Nel 2014 K-Way presentò il progetto Furbe per cui nel giro di un anno strinse accordi con decine di pelliccerie in tutta Italia per offrire ai propri clienti la possibilità di “foderare” la loro giacca K-Way con una pelliccia vecchia: il risultato è una giacca K-Way reversibile, con il pelo da un lato e il tessuto impermeabile, traspirante e colorato dall’altro.

Infine, una soluzione che potrebbe piacere a chi ha nell’armadio pellicce con un grande valore affettivo, ma sa già che non le indosserà mai in nessuna forma, è donarle a una causa benefica. In Italia non ci sono associazioni benefiche che ritirano pellicce donate (o comunque sono poco pubblicizzate), ma non è escluso che in futuro alcune comincino a seguire l’esempio dell’associazione americana per i diritti degli animali PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), che accetta donazioni di pellicce e le dona a sua volta a persone senza casa in difficoltà durante i mesi più freddi. Un’altra iniziativa è quella, sempre americana, di Cuddle Coats, che utilizza le pellicce donate per ricreare ambienti accoglienti e familiari per cuccioli di animali orfani, favorendo il loro reinserimento in natura una volta cresciuti.

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