• Cultura
  • martedì 16 Febbraio 2021

Cosa aveva di speciale “Boris”

Arrivò nel momento giusto e fece qualcosa che in Italia non aveva fatto nessuno: da qui l'agitazione per la nuova stagione

Dopo voci e smentite andate avanti per alcuni mesi, si è saputo che la serie tv Boris avrà una quarta stagione, che si potrà vedere (non si sa ancora quando) su Disney+, all’interno del catalogo “Star”. La nuova stagione arriverà a più di dieci anni dall’uscita del film di Boris, che arrivò dopo che le tre stagioni, composte in tutto da 42 episodi, erano uscite tra il 2007 e il 2010. Insomma, ne è passato di tempo, eppure per molti Boris resta una serie fondamentale e amatissima, probabilmente quella più “di culto” uscita in Italia negli ultimi vent’anni, ancora celebrata e spesso citata da più parti. Perché evidentemente aveva qualcosa di diverso dalle altre, e perché arrivò nel momento e nel modo giusto.

Boris in poche righe, prima di tutto
In episodi di circa mezz’ora, la serie racconta il dietro le quinte di una finta fiction italiana strappalacrime intitolata Gli occhi del cuore, girata con pochissima attenzione alla qualità, affrontando quotidiani intoppi e ostacoli di ogni tipo. Si chiama Boris perché Boris (da Boris Becker) è il nome del pesce rosso del regista Renè Ferretti, interpretato da Francesco Pannofino (originariamente doveva chiamarsi “Sampras”, come il tennista Pete Sampras).

Il quando e il come
Prima di individuare i diversi motivi del successo e della fama di Boris – perlomeno in un certo tipo di pubblico – c’è da considerare come Boris arrivò in televisione e che strade prese dopo. Prodotta da Wilder (nel frattempo diventata Wildside), Boris arrivò sul canale satellitare Fox Italia nell’aprile del 2007 e da subito cercò di farsi notare in quanto serie diversa, promuovendosi come “la fuoriserie italiana”.

Era il periodo giusto: in quegli anni stavano arrivando anche in Italia alcune di quelle che negli Stati Uniti stavano inaugurando la cosiddetta golden age delle serie tv, da LostDesperate Housewives. C’era quindi una neonata attenzione e richiesta di serie televisive, anche se tra un pubblico un po’ di nicchia, abituato magari a guardare prodotti in lingua originale.

Fin da subito qualcuno si accorse di certe sue qualità e peculiarità, ma il vero successo arrivò con il tempo: dopo che uscirono anche le altre stagioni e dopo che la serie ebbe modo di arrivare anche a pubblici diversi da quelli che all’epoca avevano un abbonamento a Sky. Come ammise Marta Bertolini, responsabile della comunicazione di Fox Italia, la pirateria ebbe di certo un merito. Parlando della questione in un lungo e interessante incontro su Boris organizzato da Wired, Bertolini spiegò: «diciamocelo, Boris su Fox lo guardava pochissima gente ed è diventato un culto grazie al passaparola e alla pirateria».

Ma non fu solo questione di pirateria o passaparola. Iniziata e finita quando ancora Instagram non esisteva, Boris riuscì ad avere più vite grazie al fatto che dopo essere passati su Fox i suoi 42 episodi (lunghi in tutto circa 21 ore) ebbero modo di andare anche su Cielo (un canale in chiaro) e poi su Rai 3. Più recentemente, la serie ha vissuto una rinnovata popolarità da quando è stata resa disponibile in streaming su Netflix.

I tormentoni
Come succede per le commedie di maggiori successo, Boris è stata la fonte di una serie di parole, battute, tormentoni e riferimenti condivisi. Di cose che, in altre parole, sono entrate nel linguaggio collettivo in certi gruppi e bolle, quasi come fossero dei proverbi. Tra i tanti personaggi della serie, ce ne sono molti che hanno i loro tormentoni: il regista René Ferretti, per esempio, dice sempre “dai, dai, dai”, insiste affinché certe cose siano fatte “a cazzo di cane” e si riferisce a un’attrice totalmente priva di talento chiamandola “cagna maledetta”. L’attore Stanis La Rochelle si atteggia invece da esterofilo e sostiene che tante cose (anche William Shakespeare) siano “troppo italiane”.

– Leggi anche: Le cose di Boris che sono rimaste

La comicità “meta”
Boris usava quei tormentoni non solo come momenti comici fini a se stessi, ma anche per prendere in giro quel tipo di comicità che li sfrutta, costruendoci intorno personaggi più tridimensionali. Nell’elogiarla come «la serie tv italiana meno italiana di sempre», Hall of Series ha scritto che Boris «coniuga comicità di carattere (data da personaggi spesso folli e strampalati, ognuno con le proprie manie e divertenti caratteristiche peculiari) con comicità di situazione, studiata ad arte per creare spassosi scenari e lontana dalla comicità dell’equivoco tanto cara alla commedia all’italiana».

 

La televisione e il cinema italiano erano il principale bersaglio comico di Boris, che con la sua parodia del modo di lavorare sui set e dei tipi umani dell’ambiente cinematografico aggiunse un fondamentale piano di lettura rispetto a quello delle semplici battute o della storia, rivolto principalmente a chi aveva una certa conoscenza del mondo del cinema italiano. Il personaggio di Stanis LaRochelle ad esempio fa ridere di suo, ma è divertente specialmente per chi sa che Pietro Sermonti, l’attore che lo interpreta, era stato Guido Zanin in Un medico in famiglia. Su Wired, Lorenza Negri l’ha spiegata così:

Chi lavora nel settore può riconoscere chi sono alcune delle figure del panorama cinematografico e televisivo a cui sono ispirati i numerosi personaggi che si avvicendano nel corso delle tre stagioni e del film e farsi una risata sotto i baffi immaginando la persona in oggetto mentre rimira la propria caricatura. Per tutti gli altri: non fatevene un cruccio, non è necessario riconoscere l’addetto ai lavori e dirsi “aaaah lo sapevo che era lui”, Boris è un calderone di esperienze, ricordi, testimonianze, leggende metropolitane di tutte le situazioni più liminali, incredibili e rigorosamente vere perpetratosi sui set romani e milanesi, e un’occasione irripetibile per lo spettatore per sapere, veramente, come nasce la tv che guarda.

 

A funzionare era anche una certa dose di autoironia: i tormentoni ridicolizzati con il personaggio del comico Martellone, con i suoi “bucio de culo” e “sticazzi”, erano in realtà, come si è detto, usati in abbondanza per vari personaggi. Tra i personaggi più meschini pensati dai tre sceneggiatori di Boris, poi, c’erano proprio i tre fittizi sceneggiatori di Occhi del cuore.

I nomi
Scritta da Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e Mattia Torre (morto nel 2019 e autore di alcuni grandi monologhi comici) e con una sigla degli Elio e le Storie Tese, Boris aveva un cast di attori e attrici relativamente noti (tra loro anche l’attrice Roberta Fiorentini, morta nel 2019) ai quali nelle sue tre stagioni si aggiunsero via via diversi “ospiti”, spesso interpretando loro stessi. Tra gli altri, da Boris passarono infatti Valerio Mastandrea, Valentina Lodovini, Laura Morante, Corrado Guzzanti, Filippo Timi, Marco Giallini e  Paolo Sorrentino.

E di frequente venivano menzionati altri grossi personaggi della cultura e della tv italiana, anche quando non apparivano.

La storia
Per prendere in giro le serie fatte male era necessario, per evitare il ridicolo, fare una serie fatta bene. E sotto molti aspetti tecnici, Boris era una serie fatta bene, con cura e attenzione ai dettagli. E anche alla trama: gli episodi di Boris (soprattutto dalla seconda stagione in poi) non raccontano infatti solo storie verticali, che si aprono e si concludono in un solo episodio, ma anche orizzontali, che proseguono cioè per più episodi. Non si guardava solo per ridere, insomma, ma anche per seguire le vicende dei personaggi principali, esagerati senza però diventare troppo caricaturali. Alla fine, ci si affeziona un po’ a tutti, anche a uno svogliatissimo direttore della fotografia cocainomane, per esempio.