Frank Zappa il 6 giugno 1969 alla Royal Albert Hall di Londra. (Ron Case/Keystone/Getty Images)

10 canzoni di Frank Zappa

Nacque ottant'anni fa e tutti sanno che era grandissimo, ma le canzoni le conoscono solo pochi cultori

Frank Zappa il 6 giugno 1969 alla Royal Albert Hall di Londra. (Ron Case/Keystone/Getty Images)

Ottant’anni fa, il 21 dicembre del 1940, nacque Frank Zappa. Sarebbe morto nel 1993, sempre a dicembre, nella sua casa di Los Angeles per un cancro alla prostata. Zappa aveva 53 anni, era statunitense ed era considerato uno dei più grandi e fantasiosi innovatori della musica rock, e non solo rock. Nel suo libro Playlist Luca Sofri, peraltro direttore del Post, lo raccontò scegliendo queste canzoni.

Frank Zappa è il caso definitivo di scollamento tra canonizzazione del genio e notorietà dell’opera. O forse semplicemente di legame tra genio e sregolatezza. Insomma, oltre ad avere un padre italiano e un monumento postumo a Vilnius, Lituania, era un musicista di talento e inventiva unici: ma era in un altro campionato, in cui giocava solo lui.

Hungry freaks, daddy
(Freak out!, 1966)
Il primo disco delle Mothers of invention – la band di Frank Zappa che l’etichetta aveva deciso di ribattezzare perché il precedente nome “Mothers” da solo induceva a possibili volgarità – si apriva con un annuncio di invasioni barbariche da cui l’ipocrisia e la rigidità americane non avrebbero saputo difendersi.

Trouble every day
(Freak out!, 1966)
Un’armonica tra strofa e strofa, e lui che ce l’ha con i disastri del mondo che gli arrivano dalla tv, e con la tv stessa. Le considerazioni sul cinismo imbarazzante dei media (“appena spareranno a un altro tassista, loro saranno i primi a raccontarcelo”, “e appena un posto esplode, interromperanno per dircelo prima degli altri”) sono vecchie e insieme attuali. E “quando cambierà il mondo, va’ a sapere”: cita ironicamente i “The times they are a-changin’” dell’epoca.

Harry, you’re a beast
(We’re only in it for the money, 1968)
Anarchico e libertario, Zappa non amava però i movimenti conformisti di sinistra. Qui dice: “You paint your head, your mind is dead”, per cominciare: e stiamo parlando della cultura hippie. Segue un potente rutto a definire “le donne americane”.

Oh no!
(Weasels ripped my flesh, 1970)
Anche qui gli obiettivi del sarcasmo sono gli stessi: “oh no, I don’t believe it. You say that you think you know the meaning of love. I think you’re probably out to lunch”. Quello che canta è Ray Collins.

My guitar wants to kill your mama
(Weasels ripped my flesh, 1970)
Pezzaccio rock, assai più ordinato e rigoroso delle consuete avventure zappiane. Anche se la differenza tra la sua chitarra che “vuole far fuori tua madre” e quella, per esempio, di George Harrison (che “gently weeps”) si sente. Lui non ne può più di quelle due belve ringhiose dei genitori della sua ragazza, che lo tengono sempre alla larga e lo trattano come uno sfigato depravato.

Camarillo Brillo
(Over-nite sensation, 1973)
Camarillo è un posto in California, famoso per la sua clinica psichiatrica; Brillo è una marca di spugnette per pulire. L’espressione indica la chioma della protagonista della canzone. È un classico zappiano, e ha un titolo indimenticabile (Zappa aveva un debole per le espressioni dal suono latineggiante e con le vocali finali, soprattutto per quelle italiane). Si segnalano almeno due locali italiani con questo nome: uno a Napoli e uno a Milano.

Don’t eat the yellow snow
(Apostrophe, 1974)
Un sogno, musicalmente incasinato come i sogni, in cui Zappa si immagina un eschimese di nome Nanook che vuole andare a vedere uno spettacolo e la sua mamma gli ricorda: “watch out where the huskies go, and don’t you eat that yellow snow”. Tradotto: occhio a dove vanno i cani da slitta, e non mangiare la neve gialla. Lo traduco di nuovo?

Joe’s garage
(Joe’s garage: act I, 1979)
Una bella canzone sentimentale e perfetta dall’uomo che aveva scritto “solo i coglioni hanno i cuori infranti”. Parla di quei bei tempi da ragazzi quando suonavamo in un garage e speravamo di sfondare, ed è una piccola parte di un concept album (che diventeranno tre) sulle vicende di Joe attraverso lo show business e il resto del mondo. “People seemed to like our song…”.

Dancing fool
(Rubber slices, 1979)
Tutti ne hanno conosciuto uno. No, non l’imbranato che si costringe a muovere qualche passo sulla pista da ballo per mimetizzarsi con le consuetudini degli altri, o per non passare da sfigato con la ragazza. Qui si racconta del sincero appassionato del ritmo, che non riesce a resistere allo scatenamento, ma è di una goffaggine definitiva e non sarà mai in grado di sottrarsi al pubblico ludibrio: la musica lo cattura comunque. “Tutti si fanno da parte mentre mi suicido socialmente”. Uno dei rari pezzi di successo commerciale di Zappa.

Valley Girl
(Ship arriving too late to save a drowning witch, 1982)
La “Valley girl” è una tipologia femminile americana individuata ironicamente negli anni Settanta. Il nome viene dalla San Fernando Valley vicino a Los Angeles, ma ha esteso il suo significato alle abitanti di molte altre zone degli Stati Uniti. Una via di mezzo tra una velina ante litteram e una parvenue provinciale, la valley girl è tendenzialmente bionda o finta bionda, carica di sacchetti dello shopping e dedita all’uso di espressioni come “io sono una che”. A impersonarla nel pezzo è Moon Zappa, 14 anni e figlia di Frank. Fu il singolo che vendette di più nella carriera di Zappa.