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  • venerdì 20 Novembre 2020

Seike Romulos deiksed

Com'è fatta la lingua della serie "Romulus", il latino-prima-del-latino in cui è scritto questo titolo (che vuol dire Così parlò Romolo)

di Gabriele Gargantini

Romulus – la serie di Matteo Rovere sull’origine di Roma – è stata girata in Italia, con una troupe italiana e con attori italiani. Per chi la guarda in italiano, però, è una serie doppiata. La sua lingua originale – dura e primitiva – è il protolatino, la lingua che si parlava nel Lazio prima che nascesse Roma, sette secoli prima di Giulio Cesare. Una lingua che nessuno conosce e che è stata in parte ricostruita e in parte reinventata. Le tre parole che fanno da titolo a questo articolo sono scritte in quella lingua e vogliono dire “Così parlò Romolo”. Nel latino classico, per molti il latino del liceo, sarebbero state qualcosa come “Sic Romulus dixit”. Ma quello di Romulus non è il latino del liceo, di Fedro o di Cicerone. È una lingua molto più arcaica, un latino-prima-del-latino, che arriva da molto lontano.

Prima di Romulus, invece, c’era stato Il primo re, il film del 2019, diretto da Rovere, che per protagonisti aveva proprio Remo e Romolo, il fratello che – secondo la leggenda – fondò Roma nel 753 avanti Cristo. Già Il primo re era girato in protolatino, ma era un’altra cosa: perché durava due ore, non quasi dieci come la serie; perché aveva lunghi segmenti in cui nessuno parlava e perché il suo latino, seppur arcaico e anti-classico, era molto più grezzo e semplice di quello di Romulus, una serie costata più di 20 milioni di euro, preceduta e accompagnata da un lavoro produttivo che è raro vedere in Italia e da una ricerca linguistica che ha pochissimi paragoni anche a livello mondiale.

L’altra grande differenza tra film e serie (che sono di per sé scollegati: personaggi diversi, storie diverse) è che mentre Il primo re raccontava un mito fondativo, Romulus prova a immaginarsi quale fosse il contesto da cui nacque quel mito, e quali potrebbero essere stati gli eventi reali alla base di quella leggenda. Nelle parole di Rovere, la serie è nata dalla volontà di raccontare «una storia di finzione, che però si poggiasse in qualche misura sulla realtà storica, traendo dalle fonti e rimanendo sempre plausibile».

Trattandosi di un racconto più lungo e quindi stratificato, inoltre, in Romulus ci sono più personaggi, più eventi, più tribù, e soprattutto molti più riferimenti a questioni sociali, politiche e religiose. La storia – per chi ancora non l’ha iniziata – è quella di un re illegittimo, di un erede al trono in fuga, di un orfano intento a sopravvivere in un bosco e di una vestale guerriera. Pensata e creata da Rovere, Romulus – che è prodotta da Sky, Cattleya e Groenlandia e si può vedere su Sky e su Now TV – ha tre registi (oltre a Rovere, Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale) e tre sceneggiatori (oltre a Rovere, Guido Iuculano e Filippo Gravino).

Gravino, che con Rovere aveva scritto anche Il primo re, racconta che l’idea della serie era partita mentre ancora si stava girando il film, e che fu chiaro da subito che il protolatino andava approfondito. Un’idea che evidentemente ha trovato d’accordo anche Nils Hartmann, direttore delle produzioni originali di Sky Italia, il quale ha detto: «Se fai un racconto di questo tipo devi farlo con verità, se no diventa una soap opera».

I tre sceneggiatori si sono quindi trovati nell’insolita posizione di dover scrivere in una lingua che sapevano sarebbe stata diversa da quella con cui gli attori avrebbero recitato sul set. Una lingua che però, ancora prima di essere tradotta, doveva bilanciare l’esigenza narrativa di avere dialoghi a volte anche piuttosto complessi con la volontà di restare fedeli al periodo storico raccontato: quindi a come si pensava, e di conseguenza si parlava, nell’Ottavo secolo prima di Cristo. A proposito del pensiero, Gravino ha detto: «Ci ha aiutato moltissimo capire che tutto quello che per l’uomo moderno è inconscio, allora era declinato in funzione divina». Parlando invece della lingua vera e propria, spiega: «La prima fatica vera è stata trovare il lessico. Abbiamo dovuto lavorare molto in sottrazione per individuare le parole adeguate, universali e di senso ampio, che fossero credibili per un’epoca quasi preistorica e che però avessero un gancio per uno spettatore moderno». A livello di sintassi, servivano invece «battute sempre molto dritte» e frasi nelle quali «le subordinate quasi non esistono».

Guardando Romulus, potrebbe capitarvi anche di notare che le scene in cui si parla del più e del meno sono pochissime. Succede perché «è più frequente che in quel contesto si parli di sangue, guerra e giustizia, anziché di quel che si è mangiato a pranzo».

Molto prima di arrivare a chi le avrebbe tradotte in protolatino, le sceneggiature di ogni episodio sono state mandate a Valentino Nizzo, direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Esperto di Ottavo secolo avanti Cristo e di “Latium vetus“, dopo aver visto Il primo re Nizzo aveva pubblicato sul canale YouTube del museo una archeo-recensione del film, lunga quasi mezz’ora. L’archeo-recensione, che Nizzo ricorda essere stata «molto garbata e non impostata sulla pignoleria» spiegava una serie di errori e anacronismi del film e, spiega sempre Nizzo, «ebbe una certa viralità».

Colpito ed evidentemente stimolato da quelle osservazioni, Rovere si mise quindi in contatto con lui, proponendogli di collaborare a Romulus come consulente. Nizzo accettò e ricorda che già una settimana dopo la prima telefonata con Rovere si trovò a portare a spasso per il suo museo una decina di «costumisti, scenografi e attrezzisti» che stavano lavorando alla serie. Con i membri della troupe si confrontò, anche visitando il set, su verosimiglianza di utensili, capanne e indumenti. Agli sceneggiatori fece avere i suoi appunti sugli aspetti narrativi. Quando possibile, i suoi consigli sono stati integrati nella sceneggiatura: soprattutto quando si trattava, spiega Nizzo, di «questioni sull’indicazione dell’orario del giorno, oppure su concetti legati al tempo e allo spazio».

In altri casi, come succede sempre quando si deve raccontare una storia di finzione, certi errori – funzionali alle finalità narrative della serie – non si sono potuti correggere. Qualche esempio: nell’Ottavo secolo avanti Cristo le capanne non avevano “finestre” o comunque grandi aperture, che nella serie invece ci sono, per questioni di luce e soprattutto di sicurezza, visti i tanti focolari al loro interno. Nell’Ottavo secolo avanti Cristo, i cadaveri venivano inumati, non cremati. E nell’Ottavo secolo avanti Cristo, spiega Nizzo, «i cavalli non venivano usati in guerra cavalcando e soprattutto non si usavano le staffe, che sono documentate solo dal Quinto secolo dopo Cristo». In realtà, allora «nemmeno si andava così comunemente a cavallo, perché si sarebbe cominciato qualche decennio dopo».

A proposito, Nizzo spiega che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, a quel tempo «i decenni contavano molto», e che quello mostrato dalla serie è «un mondo che prestissimo si sarebbe trasformato, con una rapidità che fa impressione».

Nizzo spiega anche che nel periodo storico in cui è ambientata Romulus (questa la capisce meglio chi ha visto almeno il primo episodio) certe funzioni che la serie assegna all’augure erano in realtà «cose che il re avrebbe fatto in prima persona» e che non ci sono prove del fatto che per prendere decisioni importanti si guardasse il volo di uccelli precedentemente imprigionati. A questo proposito, Nizzo racconta di aver suggerito due possibili alternative storicamente più appropriate: lo studio dei lampi, oppure l’implementazione, nella serie, della figura dell’augure pullarius, cioè il sacerdote che cercava di interpretare la volontà degli dei studiando il canto di galli e galline. I lampi, cinematograficamente efficaci, sarebbero stato troppo complessi da riprendere. I polli, filologicamente ineccepibili, sarebbero stato poco cinematografici.

Chi ha iniziato la serie, ricorderà forse di aver visto a un certo punto sbucare un gatto. Ha deciso di mettercelo Gravino, dopo aver fatto alcune ricerche a riguardo, visto che voleva «un piccolo dettaglio che raccontasse qualcosa di vero di quel tempo».

«L’ho trovato nella sceneggiatura» spiega Nizzo, a proposito del gatto «ed è corretto, perché in una capanna di una ventina d’anni più antica [rispetto al periodo di ambientazione della serie] abbiamo la documentazione archeologica di un gatto morto durante l’incendio della capanna». Tra l’altro, Nizzo aveva suggerito di sostituire il gatto con una scimmia (al tempo le avevano portate in Italia i Greci, i quali le avevano ricevute dai Fenici), facendo notare che la presenza di una scimmia sarebbe stata storicamente ineccepibile. Ma non ci è riuscito:«Mi è stato risposto che il pubblico avrebbe pensato ad una cosa paradossalmente anacronistica», dice.

Nizzo, comunque, ha ben chiaro che «un archeologo che prova a ricostruire un mondo non lo fa nell’ottica del regista, il quale non si può fermare di fronte alla lacuna, ma deve andare avanti»; e ci tiene a precisare che, spesso, «molti sbagliano nel correggere alcune cose che vedono, pensandole fuori strada» mentre in realtà sono esatte. Il fatto è che quando si parla di epoche così lontane, «molto spesso le fonti antiche non forniscono un’immagine corretta delle epoche proto-storiche» e persone come «Virgilio o Tito Livio non sapevano assolutamente nulla dell’Ottavo secolo avanti Cristo».

Date queste premesse, si può avere un’idea della complessità del lavoro di chi, dopo le revisioni di Nizzo, ha dovuto tradurre dall’italiano al protolatino le sceneggiature. Se ne sono occupate, in un lavoro lungo quasi due anni, l’epigrafista Daniela Zanarini e la latinista Gianfranca Privitera.

Privitera conosce Rovere da quando fu sua professoressa – di greco — al Mamiani, un noto liceo classico di Roma; Privitera e Zanarini si conoscono da molto più tempo ancora, e Zanarini spiega che loro due sono legate da «un lunghissimo sodalizio intellettuale, di interessi e di vita». Per Il primo re, Rovere aveva chiesto giusto qualche consiglio a Privitera, affidando però ad altri le traduzioni. Per Romulus, il cui protolatino è molto più ricercato e scientifico, si è invece affidato alle due professoresse, le quali hanno preso l’incarico molto sul serio.

«Ci siamo costruite un lessico desumendo da tutto ciò che poteva servirci come fonte: le epigrafi, le scritture più antiche, gli autori arcaici» spiega Privitera, che aggiunge: Ennio ci ha dato “topper“, che significa presto e che è meraviglioso. L’abbiamo usato moltissimo». “Ennio” è il poeta e scrittore Quinto Ennio (quello di “Volito vivus per ora virum“) e sebbene fosse vissuto diversi secoli dopo l’epoca di Romulus, Privitera spiega che «Ennio è di suo tendente all’arcaismo e quindi ci è parso una voce molto vicina al periodo a cui dovevamo dar voce».

Insieme, le due professoresse hanno cercato parole in ogni fonte possibile e si sono confrontate e lungo, con profondi ragionamenti a riguardo, su quale scegliere, tra le tante versioni possibili: «In latino arcaico possiamo arrivare a fino a 11-12 modi per indicare quello che per noi è “Mars-Martis” [sostantivo maschile della terza declinazione]» spiega Privitera. «Noi dovevamo chiamarlo in un modo solo e allora abbiamo scelto “Marmar, ma lo abbiamo fatto consapevolmente, perché “mar-mar” è una voce doppia e indica che per i latini Marte era il dio della ciclicità, il dio che è doppio e che è il dio della guerra ma anche della terra, perché protegge i campi seminati e punisce chi oltrepassa il confine». Le due professoresse hanno anche analizzato «fenomeni linguistici» e spiegano, per esempio, che «il gerundivo, una delle prime forme che si sviluppa in latino, è la forma generale che indica il dovere» e trovano che questo sia «interessantissimo da un punto di vista di visione del mondo».

Per il personaggio della “Signora dei lupi” (che arriva dopo qualche episodio), la traduzione scelta è stata invece “Lukwòsom Pòtnia“. «Il latino storico ci suggeriva “Domina”» spiega Privitera «ma il personaggio è ombra minacciosa e creatura spaventosa, con caratteristiche che la parola “Domina” non possedeva. E fu quindi immediata la connessione con “Pòtnia therõn“» (cioè “la Signora delle fiere”, un termine usato da Omero nell’Iliade). «Ogni parola è un mondo e attraversa un mondo» dice Privitera «come le stelle che ormai morte continuano a lanciare luce».

Il verbo usato per la terza persona del passato remoto di “fare” è stato invece “fhefhaked“, e Zanarini spiega di aver rintracciato quel verbo nella Fibula Prenestina, una spilla d’oro trovata nel 1871 e forse risalente al Settimo secolo avanti Cristo (gli esperti sono indecisi). L’epigrafista Zanarini spiega che sulla spilla c’è un’iscrizione – scritta da destra a sinistra e in caratteri greci molto arcaici – e che da lì lei e Privitera hanno rintracciato anche alcuni spunti per decidere quali declinazioni usare per certe parole. L’iscrizione intera è “MANIOS MED FHE FHAKED NVMASIOI” e la si può tradurre in “Manio mi fece per Numasio”. Dove Manio è uno che fece appunto una spilla e Numasio uno che evidentemente voleva (o comunque ricevette) un spilla.

Nel dizionario di quella che Privitera definisce «la nostra lingua», le due professoresse raccontano di aver «dato asilo a tutte le lingue del tempo», dal sanscrito al greco, cercando quando possibile di andare fino alla radice indoeuropea di ogni parola. Il tutto, stando sempre attente a bilanciare la realtà di una lingua complessa e in gran parte non conoscibile con le esigenze di creare una lingua per una serie tv. «Il latino precedente al latino ha una varietà di forme verbali e un insieme di casi molto più ricco e ampio del latino classico» spiega Privitera, che racconta di aver dovuto lavorare andando «alla fonte», prima che il latino tendesse a «specializzarsi e ad evolversi verso la bellezza, la precisione e la finezza linguistica, per diventare una lingua più snella ed efficace.

Per aiutare gli attori a recitare e gli spettatori ad ascoltare, serviva però che il protolatino di Romulus avesse una chiara e semplice identitàin virtù della quale le due professoresse spiegano di aver «tradito consapevolmente» alcune regole che si erano date. A volte si tratta di parole: “obliviscor” (scordare/cancellare) non sarebbe stato utilizzabile perché prima che una civiltà scrivesse il concetto di “cancellare” era qualcosa di poco tangibile, ma certe volte – per questioni di spazio – è stato necessario usarlo. Altre volte di suono: prima del rotacismo (molto in breve: un’evoluzione fonetica che trasforma certe “s” in “r”) il protolatino aveva moltissime “s”. Mantenerle sempre, e tutte, nella lingua parlata dagli attori di Romulus avrebbe reso difficoltoso il procedere di certe frasi, e allora in certi casi sono state tolte. «Abbiamo ricercato molto la musicalità» spiega Zanarini «e optato per figure retoriche di suono come allitterazione, onomatopea e cacofonia perché contribuiva a dare una sonorità al linguaggio».

Dopo diverse revisioni, dopo molte correzioni in corsa («abbiamo lavorato su una stesura in fieri» dice Zanarini) il risultato – su carta – è stato qualcosa di questo tipo.

Gli accenti, ci tiene a precisare Privitera, «sono per facilitare la pronuncia degli attori» dato che «ovviamente il latino non li aveva».

Le sceneggiature bilingui sono quindi arrivate agli attori che insieme a un dialogue coach (ma le professoresse dicono che loro lo chiamavano “sermonis magister“) hanno iniziato a familiarizzare con quel protolatino.

Capita spesso, su un set, che qualche battuta venga cambiata, riscritta o improvvisata sul posto, per esigenze di ogni tipo (magari anche solo il fatto che certe frasi risultano più lunghe del tempo in cui possono essere dette). Visto che quelle battute erano in protolatino, le uniche a poterle cambiare erano Privitera e Zanarini, che ricorda di aver ricevuto «chiamate a qualsiasi ora del giorno e della notte».

E anche per chi recitava non deve essere stato semplice ricordarsi frasi protolatine da pronunciare con la naturalezza di un “madrelingua”, magari mentre si è mezzi nudi, in mezzo a un bosco, di notte, con i piedi in un torrente. Secondo l’attore PierGiuseppe Di Tanno «poter inventare il suono della lingua, un suono non pulito, tra l’umano e il bestiale» è stato «un magnifico privilegio»; in uno dei video di commento alla serie Sergio Romano (che interpreta Amulius) dice invece: «È stato un delirio, la testa mi andava in pappa».

Dopo le riprese – ovviamente allungate dal fatto che ogni attore dovesse imparare ogni battuta a memoria, ricordando la pronuncia e dando tono e ritmo a una lingua a lui in parte ignota – le sceneggiature sono di nuovo tornate tra le mani di Gravino, che le ha dovute riadattare alle necessità della versione doppiata da altri attori, quella in italiano. Come succede per le serie straniere, la serie si può infatti vedere sia in lingua originale (quindi in protolatino) che in versione tradotta (quindi in italiano).

La prima stagione di Romulus finirà il 4 dicembre. In attesa di conferme ufficiali su una seconda stagione, Gravino spiega che prima di rimettersi al lavoro sulla serie il suo «rapporto col latino era finito all’ultimo anno di liceo» e che ora, ormai, sente «più facilmente comprensibile il protolatino che il latino classico». Ma anche che, pur lavorando con passione al «progetto di un’eventuale seconda stagione», sta lavorando anche a un’altra sceneggiatura «senza epica» e ambientata nella contemporaneità, perché dopo Il primo re e dopo Romulus ha «un’esigenza mostruosa di raccontare piccole storie dell’oggi».

Privitera e Zanarini dicono che anche a loro succede di leggere il latino storico e avere quasi l’istinto automatico di tradurlo in protolatino, e intanto stanno continuando a confrontarsi e ad aggiungere parole e pensieri al loro dizionario di protolatino.

Anche Nizzo, in vista di un’eventuale seconda stagione racconta di aver detto a Rovere: «Guarda non credere che ti basti la consulenza che ti ho dato per la prima serie perché già dieci anni dopo è tutto cambiato». Spiega anche che, se in un’eventuale evoluzione della serie si incontreranno gli etruschi, «sarà dura, perché nessuno è in grado di scrivere un testo in etrusco». Intanto, si dice felice che ci sia finalmente una serie sull’Ottavo secolo avanti Cristo, il periodo che ha «sempre adorato», perché è quello della nascita delle città, e dei primi contatti intermediterranei che «ci hanno portati a essere ciò che siamo». Potesse scegliere uno spinoff per Romulus, sceglierebbe di raccontare, sempre restando in quel periodo storico, l’arrivo dei Greci in Italia: «Lì hai come ulteriore elemento di confronto l’Iliade e l’Odissea, e hai l’esplorazione di un mondo incognito». Ma si accontenterebbe anche di vedere Romulus arrivare «fino a Tarquinio il Superbo», settimo e ultimo re di Roma.