(AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Da dove vengono le carte da gioco

Dietro i nostri campanilismi – le napoletane, le trevigiane, le siciliane, le piacentine... – c'è una storia di Oriente, mamelucchi e crociate

(AP Photo/Ebrahim Noroozi)

È possibile che, a causa della quarantena o dell’arrivo dell’estate, molti di voi di recente abbiano comprato un mazzo di carte per passare il tempo. Ed è possibile che vi siate chiesti, tra una partita e l’altra, da dove arrivino i re e le regine, le coppe e le spade e quale sia il mazzo più diffuso al mondo.

Gli storici non sono concordi sulla nascita e sull’origine della carte da gioco, che sono presenti in tutto il mondo in numerose varianti: circolari, con campane e spade, alte e sottilissime, con più di 100 o solo 25 carte. Peter Endebrock, storico e collezionista delle carte da gioco, ha raccontato al sito Atlas Obscura che «vengono dall’Asia, questa è l’unica cosa piuttosto certa, ma da dove siano arrivate esattamente e come in Europa, questo non è chiaro».

Secondo gli studiosi le carte sono originarie della Cina, della Persia o forse dell’India, ma ogni teoria non è sostenuta da abbastanza documenti. Quella accreditata più a lungo sosteneva che il primo gioco di carte fosse il cinese yezi ge, che significa “il gioco delle foglie”, risalente a inizio 800 d.C. Uno studio del 2009 scoprì però che le “foglie” indicavano probabilmente il libretto di istruzioni e che fosse invece un gioco coi dadi, come molti altri dell’epoca. L’idea che lo yezi ge fosse un gioco di carte aveva in realtà preso piede nel XIV secolo, quando le carte si stavano diffondendo in mezzo mondo. Lo stesso studio del 2009 indica la prima attestazione certa delle carte da gioco: è un registro della polizia cinese del 1294, che parla dell’arresto di un gruppo di bari dello Shandong, e della confisca delle loro carte e  delle matrici di stampa.

I documenti che ne attestano la presenza in Europa risalgono al XIV secolo: sono del 1377 sia la prima ordinanza che vietava il gioco d’azzardo con le carte in Francia, sia la prima attestazione di un gioco a 52 carte e 4 semi, in un trattato scritto dal monaco svizzero Johannes von Rheinfelden. Molti studiosi sono convinti che le carte da gioco siano arrivate in Europa attraverso i mamelucchi, musulmani che governarono in Egitto dal XIII all’inizio del XVI secolo. In particolare, secondo Michael Dummett, filosofo e tra i fondatori della Società internazionale delle carte da gioco, le carte arrivarono nell’ultimo quarto del XIV secolo (quindi tra il 1375 e il 1400) grazie alle Crociate. I Crociati avrebbero scoperto le carte dei musulmani e ci avrebbero giocato nei momenti di noia tra una battaglia e l’altra, in modo non diverso da come oggi i soldati passino il tempo con i videogiochi. Poi le avrebbero portate in patria, dove si sarebbero diffuse tra le classi nobili e ricche.

A sostegno di questa teoria c’è la somiglianza tra le carte usate dai Mamelucchi e le carte spagnole, la cosiddetta baraja, che ha 40 carte e 4 semi (spade, bastoni, coppe e denari) da cui derivano alcune carte da gioco italiane, come le piacentine, le napoletane e le siciliane. Un punto di incontro sarebbe stata Granada, che fu un emirato fino al 1492. I più antichi mazzi arabi sono le cosiddette carte dei Mamelucchi, tre mazzi incompleti custoditi nel Museo Topkapi a Istanbul, in Turchia. Provengono probabilmente dall’attuale Egitto e furono realizzati attorno al XV secolo (anche se alcune sono forse più antiche: sarebbero state prese da mazzi più vecchi per integrare alcune carte perse).

Sono molto grandi, circa 25 x 9,5 cm, e molto ornate. Sono in tutto 52, 13 per ognuno dei 4 semi: i darâhim, corrispondente ai denari delle carte spagnole; i suyûf , cioè le scimitarre, simili alle spade; i jawkân, i bastoni da polo, con un’estremità ripiegata ad angolo, e tûmân, termine che significa miriadi e che è rappresentato da una coppa o da un calice dorato. I tre semi riflettono gli interessi dell’aristocrazia mamelucca, che era molto appassionata al gioco del polo. Ogni seme va dall’1 al 10 più re, viceré e viceré in seconda (una carica che nella realtà non esisteva): le carte non avevano figure, secondo la regola islamica che vieta le rappresentazioni umane, e i nomi erano semplicemente scritti.

Queste carte ricordano chiaramente le carte spagnole e quelle italiane, che sono molto simili tra di loro e che sono chiamate latine. Sono sempre 40, divise in 4 semi (coppe, spade, ori o denari e bastoni) con sette carte numerate e tre figurate. Le carte spagnole, diffuse in Italia dall’Emilia-Romagna in giù, differiscono da quelle italiane (usate al Nord) principalmente perché hanno le spade corte e dritte anziché curve e simili a scimitarre, e i bastoni simili a tronchi anziché a scettri; i denari delle spagnole sono monete dorate, quelli delle italiane ricordano i fiori; le coppe spagnole sono panciute o a forma di calice, quelle italiane squadrate.

Inoltre il gioco della carte si chiamava anche naibi, in italiano, e naipes, in spagnolo, dalla parola na’ib che significa “rappresentante del re”, una delle carte del mazzo. Secondo gli studiosi, le carte latine sarebbero state le prime usate in Europa, e si sarebbero poi diffuse nel resto del continente dando origine agli altri tre mazzi più usati: nell’ordine di comparsa, quello svizzero, quello tedesco e quello francese.

Le carte si diffusero inizialmente tra i più ricchi perché costavano molto: erano dipinte a mano, spesso con disegni intricati e molti colori. Questo contribuì anche alla frammentazione dei mazzi: ogni paese, ogni regione, ogni casata aveva il suo. I temi più diffusi erano la caccia, come per il mazzo di Cloisters, uno dei più antichi d’Europa: risale alla fine del XV secolo e venne probabilmente prodotto nel territorio dei Paesi Bassi borgognoni: sono 52 carte in 4 semi, numerate e con le figure di re, regina e fante; è conservato ai Cloisters, l’ala dedicata all’arte medievale del Metropolitan Museum di New York. Altri mazzi rappresentavano i simboli delle famiglie regnanti, come il giglio per la Francia.

Nel XV secolo la produzione delle carte divenne più economica, rendendole popolari. In particolare fu la Germania e utilizzare tecniche di taglio e di incisione su legno e rame che resero più rapida, facile e meno costosa la produzione di carte da gioco: la Germania si affermò nel settore ed esportò le sue carte e i loro semi – ghiande, cuori, foglie e campanelli – soppiantando le carte italiane.

Contemporaneamente la Francia aveva stabilizzato i 4 semi del suo mazzo, che di lì a poco sarebbe diventato il più usato in tutto il mondo. Ha 52 carte e 4 semi, coeurs (cuori), piques (picche), carreaux (quadri), and trefles (fiori); i trefles potrebbero derivare dalle ghiande e le picche dalle foglie delle carte tedesche. Le carte francesi ebbero successo grazie alla decisione di usare solo due colori, il rosso e il nero, e alla facilità di esecuzione di simboli e disegni; questo le rese ancora più facili ed economiche da produrre, usando semplici stampini anziché matrici intagliate a mano. Fu così che le carte francesi soppiantarono quelle tedesche.

Inoltre nelle carte francesi riapparve la regina, presente in quelle italiane e sostituita in quelle tedesche da un servitore. Quando le carte francesi arrivarono in Regno Unito, la regina venne mantenuta e fu introdotta una nuova regola: il valore di re e regina si sarebbe invertito se il paese fosse stato governato da una donna.

Dal Seicento la produzione di carte francesi, concentrata soprattutto a Rouen, entrò in crisi a causa delle tasse, che spinsero molti produttori a spostarsi prima in Belgio e poi in Regno Unito, dove incontrarono condizioni migliori. Gli stampatori inglesi mantennero come modello le carte del Belgio e di Rouen, semplificandole sempre di più fino a quando lo stampatore Thomas de la Rue ne industrializzò la produzione, rendendole un prodotto di massa. Il disegno fu modernizzato da Charles Goodall nel 1869 ed è quello ancora in uso. Pare che la necessità di semplificare sia alla base del “suicidio” del re di Cuori, che sembra infilarsi una spada in testa: in realtà si dimenticarono semplicemente di disegnarne la punta e così rimase.

In questo periodo si diffusero le carte con le figure simmetriche e quelle numerate, che permettevano di non girarle mentre le si teneva in mano rischiando di rivelare preziosi indizi all’avversario. De La Rue introdusse anche i disegni litografici sul retro delle carte: i dorsi lisci e bianchi infatti potevano facilitare il proprietario del mazzo, in grado di riconoscere una carta da una macchia o da un piccolo segno di usura.

La storia delle carte da gioco si conclude negli Stati Uniti, dove vennero portate dagli inglesi. Le carte più usate erano quindi quelle francesi e l’influenza statunitense ha contribuito a diffonderle nel resto del mondo. La grossa novità introdotta dagli americani è il Joker o Jolly o Matta. Venne inventato attorno al 1830-40 per facilitare il gioco di Eucre, molto popolare all’epoca soprattutto tra i soldati della Guerra di secessione. Il primo Joker fu stampato quasi certamente da Samuel Hart, che nel 1863 mise in vendita il gioco Imperial Bower dove il Joker fu introdotto come carta vincente su tutte le altre. Venne rappresentata come un giullare perché era l’unico personaggio che poteva deridere re e regine e non rispettare le regole.