Un passante con la mascherina davanti al manifesto di uno dei due concerti di Paul McCartney previsti in Italia per giugno, cancellati. (ANSA / CIRO FUSCO)
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  • venerdì 15 Maggio 2020

Cosa succederà alla musica dal vivo

I lavoratori dei concerti sono stati i primi a chiudere e saranno forse gli ultimi a riaprire: ma non si sa quando e come, e cosa succederà nel frattempo

Un passante con la mascherina davanti al manifesto di uno dei due concerti di Paul McCartney previsti in Italia per giugno, cancellati. (ANSA / CIRO FUSCO)

Più di due mesi e mezzo dopo l’inizio dell’epidemia da coronavirus in Italia, uno dei settori il cui futuro rimane più incerto è quello della musica dal vivo, che dà lavoro a decine di migliaia di persone che, nella maggior parte dei casi, hanno visto i propri introiti ridursi a zero o quasi, e che spesso non hanno ancora ricevuto nessuna forma di assistenza economica dallo Stato.

Mentre i piani per le riaperture previste tra maggio e giugno coinvolgono sempre più categorie, non ci sono ancora date o programmi concreti per i concerti, anche se negli ultimi giorni sono circolate alcune bozze che ipotizzano la possibilità di eventi con affluenza molto ridotta e il rispetto delle misure di sicurezza. Ma nell’attesa che l’Italia e il resto del mondo sviluppino dei protocolli per la musica dal vivo nella fase di convivenza col virus, le previsioni sono tutt’altro che ottimiste e strettamente legate ai progressi globali nel contenimento, nella cura e soprattutto nella prevenzione della COVID-19.

Non ci sono ancora date per le riaperture di cinema e teatri, ma i piani per consentirne la ripresa sono in fase più avanzata, ed è facile intuire perché: seppur in un ambiente chiuso, garantire il distanziamento fisico per uno spettacolo con il pubblico seduto sarà certamente più facile rispetto a un concerto in piedi. Il mondo del teatro e del cinema è poi generalmente avvantaggiato rispetto a quello della musica dal vivo per i legami pregressi con le istituzioni, cosa che dà una tiepida speranza a chi aspetta di poter riprendere, in qualche modo, con gli spettacoli.

Ma ci sono grossi dubbi sul fatto che una forma di distanziamento sia possibile per la musica dal vivo, almeno come la intendevamo fino a pochi mesi fa. I concerti nei teatri, o ancora meglio nelle arene all’aperto, ricominceranno con tempi e modalità analoghe a quelle dei cinema e degli altri tipi di spettacoli: ma immaginare di garantire il distanziamento tra gli spettatori ai concerti più grandi, nei palazzetti, nei parchi, nelle arene o negli stadi, sembra difficile se non impossibile, come hanno spiegatoNME una serie di organizzatori di festival britannici. Gli esperimenti nel Nord Europa di concerti a cui si assiste dalle automobili hanno lasciato perlopiù scettici gli addetti ai lavori, così come la possibilità di poter compensare significativamente la mancanza di spettacoli dal vivo con i concerti in streaming.

Il cantante danese Mads Langer si esibisce per un pubblico di automobilisti a Aarhus, in Danimarca, il 24 aprile. (Mikkel Berg Pedersen/Ritzau Scanpix via AP)

Per questo, in tanti pensano che una vera ripresa del settore dei concerti non avverrà fino alla scoperta e alla distribuzione del vaccino: cioè quando il rischio del contagio sarà riportato allo zero o quasi. Non sappiamo quando accadrà, e se lo sta chiedendo più o meno tutto il mondo: ma gli esperti suggeriscono che non sia il caso di aspettarselo prima di un anno, a essere davvero ottimisti.

Il settore dei concerti è quindi costretto a livello globale a pensare a cosa fare nel frattempo, con complicazioni e incertezze forse ancora maggiori di altre industrie dello spettacolo – dalla televisione al cinema al teatro – per le quali, pur con enormi difficoltà, è un po’ più facile immaginare un futuro nel breve e medio periodo.

«Per noi club ci aspetta un periodo molto duro: sarà un inverno lungo», dice al Post Lorenzo Citterio, titolare dell’Alcatraz di Milano, uno dei più noti locali di musica dal vivo della città, che prima del lockdown poteva ospitare fino a 3.500 persone. «Siamo chiusi dal 21 febbraio. Nel frattempo tutto ciò che era programmato nei mesi seguenti è stato traslato all’autunno, e poi anche a dopo Capodanno. Si sta ragionando in un’attesa: finché permane l’obbligo di distanziamento è difficile ricreare l’economia di prima».

La speranza è che qualcosa si possa fare anche nel frattempo, dice Citterio, ma i protocolli ipotizzati finora lasciano molti dubbi su quanto possano essere sostenibili i concerti. Riducendo drasticamente la capienza, si devono per forza alzare i prezzi dei biglietti e abbassare quelli della produzione musicale: senza contare che verranno probabilmente meno importantissime forme di ricavi accessori, come le consumazioni al banco. «E poi c’è il problema logistico di adattare le strutture e il personale alle nuove misure di sicurezza: che però credo possa essere superato, come si fece col terrorismo».

Secondo Assomusica, alla fine della stagione estiva le perdite per il settore della musica dal vivo saranno di circa 350 milioni di euro, a cui si potrebbero aggiungere 600 milioni di euro di indotto legati ai concerti.

Con l’industria discografica nel mezzo di una lunghissima crisi cominciata negli anni Novanta, i concerti rappresentano per moltissimi artisti la principale fonte di ricavi. «Il problema è che gli appelli di alcuni cantanti e musicisti sono stati malvisti e criticati, perché sono stati interpretati come capricci da privilegiati: in realtà parlavano a nome di un intero settore», dice Emiliano Colasanti, fondatore dell’etichetta 42 Records e tra gli addetti ai lavori che hanno seguito con più impegno la crisi di queste settimane.

«Il problema più grande di tutta la situazione è che mancano linee guida precise», spiega Colasanti. «Andrebbe detto fino a quando non si possono sicuramente fare i concerti, come hanno fatto in Regno Unito con la data del 31 agosto. Ora come ora ci sono grandi concerti estivi negli stadi che hanno ancora i biglietti in vendita, anche se saranno ovviamente riprogrammati».

Altri eventi estivi hanno chiuso le vendite alle prime avvisaglie dell’epidemia. Uno di questi è il Mi Ami, uno dei più apprezzati festival di musica italiana, che si tiene ogni anno a fine maggio al Circolo Magnolia di Milano, che a marzo ha sospeso la biglietteria rinviando tutto a settembre. Formalmente è ancora fissato, ma «è evidente a tutti che non si potrà fare» spiega Carlo Pastore, conduttore radiofonico e organizzatore del festival. Allora il rinvio era stato «un atto di speranza», dice, ma il rinvio ufficiale al prossimo anno non c’è ancora stato perché non sono arrivate direttive ufficiali dal governo.

Trasferire in contesti in cui sia possibile il distanziamento fisico un festival come il Mi Ami, fatto di migliaia di persone accalcate sotto diversi palchi che suonano in contemporanea, è impossibile secondo Pastore. «Però non voglio neanche immaginare uno scenario in cui possono essere aperti ristoranti da trenta coperti e non situazioni analoghe con le persone sedute a un tavolo davanti a qualcuno che suona: l’economia e sostenibilità dell’industria sarà da ripensare considerando anche le dimensioni più piccole, che vanno preservate». Se riprenderanno le messe, dicono in tanti nel settore, non ci sono veri motivi per non riprendere con piccoli eventi di musica dal vivo.

In questo clima di grandissima incertezza, reso ancora più preoccupante dal timore che in autunno possa verificarsi una nuova ondata di contagi che potrebbe anche essere superiore alla prima, il settore della musica dal vivo è piuttosto diviso tra chi pensa che si debba pensare a soluzioni provvisorie e chi ritiene che la cosa più sensata sia aspettare che si possa ripartire a pieno regime con il vaccino. Ma con decine e decine di migliaia di persone che non avranno un lavoro finché non riprenderà una qualche forma di spettacoli dal vivo, la posizione attendista è difficile da sostenere.

Il problema è che i lavoratori della musica dal vivo sono in buona parte intermittenti, cioè lavorano a chiamata, con contratti riconducibili spesso a cooperative. Regolamentazioni diverse, la mancanza di una vera e coerente rappresentazione sindacale, e anni di contratti con scarse tutele per i lavoratori hanno presentato un conto durissimo alle decine di migliaia di persone – oltre 200mila secondo alcune stime – che lavorano a intermittenza, e ciononostante stabilmente, per gli spettacoli dal vivo, come facchini, tecnici e in molti casi anche come musicisti.

Per queste migliaia e migliaia di persone sono stati due mesi durissimi: fermi da fine febbraio, in moltissimi casi sono reduci da settimane senza reddito. Le casse integrazione in deroga cominciano a essere attivate soltanto ora, dopo un periodo di grande confusione in cui tanti lavoratori intermittenti avevano chiesto il bonus da 600 euro dell’INPS, pur non avendone formalmente diritto. Successivamente un decreto interministeriale ha incluso gli intermittenti con almeno 30 giornate di lavoro nel 2020 tra i beneficiari del bonus.

I rappresentanti dei lavoratori dello spettacolo chiedono che le forme di tutela tengano conto dei guadagni medi sui 12 mesi precedenti al lockdown, e non soltanto delle giornate di lavoro cancellate dall’inizio dell’epidemia. Questo perché spesso le chiamate arrivano pochi giorni prima del concerto, e quindi quelle fissate prima del 23 febbraio per marzo e aprile erano in molti casi una piccola parte di quelle nelle quali si sarebbe lavorato. Il problema sarà anche decidere fino a quando mantenere attive queste tutele, visto che tra il momento in cui i concerti riprenderanno e quello in cui potranno tornare ai numeri precedenti al coronavirus passerà sicuramente molto tempo.

«Il problema del nostro comparto lavorativo è che è strutturalmente intermittente» spiega Elio Genzo, del coordinamento dei Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo del Piemonte, un’organizzazione nata spontaneamente durante l’emergenza. «L’allestimento inizia oggi e finisce domenica, il festival dura dieci giorni, la tournée tre mesi, e poi ci sono periodi di non lavoro come è naturale che sia: ma questi vuoti non sono riconosciuti a livello normativo».

La scritta fuori dal Greek Theater di Los Angeles: «Non vedo l’ora di poter andare a un concerto quando sarà finita». (AP Photo/Chris Pizzello/Lapresse)

Su quello che succederà quando il rischio del contagio sarà finito, cioè dopo la distribuzione del vaccino su larghissima scala, si stanno interrogando da mesi i sociologi di mezzo mondo. In tanti si chiedono se la reazione sarà una grande voglia di assembramenti e di tutte le esperienze che non saranno state possibili, e quindi anche i grandi concerti, o se ci si porterà dietro una paura e una diffidenza verso i contesti affollati.

A fine aprile, il sito Rockit ha pubblicato i risultati di un sondaggio a cui ha lavorato Pastore e a cui hanno risposto quindicimila persone che partecipano abitualmente ai concerti. Il 30 per cento ha detto che si sentirà a proprio agio a tornare a un concerto non appena sarà possibile farlo, mentre il 32 per cento soltanto quando sarà disponibile il vaccino. Il 40 per cento degli intervistati ha poi detto di essere disposto ad andare a un concerto con la mascherina e rispettando le distanze di sicurezza, ma il 38 per cento ha risposto di no.

Sono risultati che confermano la difficoltà di fare previsioni per il settore dei concerti, dice Pastore: «Gli scenari possono essere tanti, magari si ripartirà con feste violente per la voglia di dimenticare tutto, come successe in certi casi dopo l’influenza spagnola del 1918, magari il cambiamento sarà più lento e sarà difficile ritrovare la leggerezza che avevamo prima».