(LaPresse - Fabio Delfino)
  • martedì 21 Gennaio 2020

Cosa si mette in un museo dell’acqua?

Aperto in una vecchia centrale idrica, racconta come la città sia diventata quella di oggi anche grazie al suo acquedotto

di Giorgia Romanazzi
(LaPresse - Fabio Delfino)

A Milano la progettazione del primo acquedotto pubblico, nel 1888, fu anche una questione di stile: le stazioni di pompaggio e filtraggio per l’acqua potabile, parte fondamentale della struttura dell’acquedotto, avrebbero dovuto avere un aspetto sobrio per meglio confondersi con il resto del paesaggio urbano. Una delle più antiche centrali milanesi è quella di via Cenisio – nella zona del Cimitero Monumentale, a nord-ovest del centro città – rimasta inattiva fino allo scorso anno, quando fu ristrutturata e riaperta con una funzione un po’ diversa. Qui si trova la Centrale dell’Acqua, un museo che conserva e racconta un pezzo importante della storia di Milano, e che spiega come lo sviluppo della città sia stato condizionato negli anni da quello della rete idrica, e viceversa.

La crescita veloce dell’acquedotto milanese, che al momento si ramifica per 2.229 km, più o meno come la distanza aerea di andata e ritorno tra Milano e Madrid, si avviò con la Rivoluzione industriale e il conseguente peggioramento delle condizioni igieniche della città.

La centrale Cenisio fu la sesta centrale dell’acqua costruita a Milano, nel 1906, e fu la prima insieme alla centrale Vercelli a essere realizzata anche per esigenze straordinarie, cioè non solo dovute al quotidiano rifornimento di fabbriche e cittadini per cui l’acquedotto era stato creato. L’occasione fu l’Esposizione Universale del 1906, che avrebbe comportato un maggiore consumo di acqua, richiedendo macchinari più potenti, che furono progettati in modo da garantire anche un filtraggio più accurato: un’acqua più potabile serviva per migliorare le condizioni di vita dei cittadini del quartiere, accogliere i visitatori con servizi adeguati e fare sfoggio del progresso tecnologico dei servizi pubblici.

Da quel momento in poi la costruzione di impianti fu costante, interrotta solo dalle due guerre mondiali. Negli anni del conflitto, le stazioni di pompaggio furono impiegate come magazzini di attrezzi per la riparazione delle tubature danneggiate, riserve di acqua per spegnere gli incendi e rifugi antiaerei per le squadre di soccorso. Nonostante i danni causati da un bombardamento, la centrale Cenisio continuò a funzionare fino agli anni Ottanta, quando fu dismessa e trasformata in Museo dell’Acquedotto.

Rispetto ad altre importanti città europee, comunque, Milano sentì abbastanza tardi l’esigenza di avere un proprio acquedotto.

Benché non fosse attraversata da un grande fiume, le risorse di acqua pulita erano abbondanti e facilmente accessibili: non solo una fitta rete di canali e navigli artificiali faceva convergere l’acqua da fiumi un tempo poco inquinati, come l’Adda e il Ticino, ma la città era anche dotata di pozzi pubblici e privati che attingevano direttamente dalla copiosa riserva nel sottosuolo. Milano, insomma, si può tuttora immaginare come una città che galleggia sopra un fiume sotterraneo – la falda acquifera – le cui acque derivano perlopiù da zone montane, scorrono a differenti livelli di profondità e sono contenute da strati argillosi che ne trattengono le impurità, rendendole già quasi bevibili.

Il vantaggio economico di non dover prendere acqua pulita da sorgenti esterne alla città – come invece accade a Roma – convinse il comune di Milano a progettare un acquedotto che continuasse a sfruttare la falda, sostituendo però i pozzi artigianali con un sistema di pompaggio più sofisticato e meglio regolato.

Seguendo la progressiva crescita dei consumi, fino agli anni Cinquanta si costruiva almeno una centrale ogni due anni. Per identificarne velocemente la posizione, il nome di ciascuna centrale corrispondeva alla via o alla piazza dove era stata costruita. Il luogo veniva invece scelto in base a tre criteri individuati da Francesco Minorini, uno dei principali progettisti dell’acquedotto: la disponibilità di acqua nella zona (soprattutto nei periodi di consumo più elevato, come in estate); la pressione nelle condotte; la presenza di spazi ampi (come grandi viali, piazze o parchi), che fossero distanti da altre centrali e più tardi non incrociassero le linee della metropolitana.

La mappa delle centrali dell’acquedotto a Milano (MM su Google Maps)

Molte delle prime stazioni di pompaggio si concentrarono comunque nella zona che avrebbe ospitato l’Esposizione Universale, quella delimitata da via Cenisio, dall’attuale Fiera e da Parco Sempione, che essendo fiorente e benestante si stava popolando rapidamente. Le centrali che non furono interrate – per intero o in parte – vennero collocate in costruzioni dall’architettura elegante, in armonia con l’ambiente, ma al tempo stesso riconoscibili come edifici di pubblica utilità. Per la centrale Cenisio, ad esempio, fu scelto uno stile neoromanico (lo stesso utilizzato per mense e scuole), ornato di mattoncini rossi e intonaco bianco per richiamare i colori della città, e con grandi porte e finestre che ricordassero i tipici archi a tutto sesto dell’acquedotto romano.

Per quanto discreto, lo sviluppo della rete idrica ebbe a sua volta un impatto sul cambiamento della città. I due torrioni circolari del Castello Sforzesco furono per esempio rivestiti di metallo e cemento armato, e impiegati come serbatoi di acqua potabile. Molti corsi d’acqua, tra cui i Navigli, smisero gradualmente di essere utilizzati come rifornimento per le industrie o per le case: furono interrati, complice anche la costruzione di strade in periodo fascista, e ridotti a canali di scolo. Inoltre, dagli anni Trenta iniziarono a sorgere i primi stabilimenti balneari pubblici, come i Bagni Misteriosi e il Lido di Milano, che consentivano l’accesso a piscine di grandi dimensioni a prezzi popolari.

I cittadini milanesi, insomma, beneficiarono ben presto della presenza di un servizio idrico piuttosto efficiente, con bassi costi di gestione e attento a evolversi anche secondo le loro esigenze (o proteste, in caso di malfunzionamento). La disponibilità di acqua potabile era costante, garantita dalla presenza fissa di personale nella maggior parte delle stazioni di pompaggio.

Silvia Croce, addetta dell’Ufficio comunicazione di MM Spa, la società pubblica di ingegneria che gestisce il servizio idrico milanese, ha raccontato che «dove necessario c’erano dipendenti 24 ore su 24 che lavoravano e si spostavano da una parte all’altra con la divisa, nello stile di Tempi Moderni», il film di Charlie Chaplin con la famosa scena della catena di montaggio.

La vita lavorativa nelle centrali era quindi in continuo fermento e ogni operatore si occupava di una funzione specifica. C’era chi badava alla manutenzione e alla lucidatura settimanale dei macchinari, chi monitorava il consumo di energia elettrica, e chi misurava quanti litri di acqua al secondo fluivano nelle condotte tramite il venturimetro, un apparecchio cilindrico che produceva un grafico cartaceo con i dati sulla portata, da inviare quotidianamente all’ufficio statistiche del comune.

Tutte le attrezzature si trovavano nella sala macchine, nel piano più interrato e perciò più vicino alla falda, che nella centrale Cenisio si conserva pressoché intatta. Qui l’acqua che saliva dai pozzi (10 in totale, profondi dai 36 ai 60 metri) veniva prelevata da ciascuna pompa tramite una condotta di adduzione e poi inviata direttamente nella rete di tubature della città, progettata per rifornire le zone in base alla necessità e non per forza alla vicinanza.

Sebbene il principio di funzionamento sia tuttora lo stesso, nel corso degli anni gli impianti si sono evoluti, soprattutto per affrontare il crescente inquinamento della falda. Oggi, per poter essere distribuita, l’acqua potabile deve rientrare nei parametri di qualità previsti dalle normative vigenti: le stazioni di pompaggio sono dunque dotate di pozzi più profondi per prelevare acqua più pura, che viene poi trattata passando per le vasche di decantazione e sistemi di filtraggio sofisticati.

Attualmente sul territorio di Milano ci sono 29 stazioni di pompaggio, di cui l’ultima realizzata nel 2000, tutte telecomandate da un’unica centrale operativa collocata nella zona di San Siro. Da qui gli operatori controllano in contemporanea una media di 400 pozzi, attivandoli a distanza a seconda della richiesta. Della loro gestione si occupa dal 2003 MM Spa, che fu creata dal comune nel 1955 per progettare le prime linee della metropolitana, acquisendo così una solida conoscenza del sottosuolo milanese.

Non è detto tuttavia che le centrali ancora funzionanti siano anche le più recenti. Mentre alcune di vecchia costruzione furono demolite, dismesse o adibite a diverse funzioni (diventando parcheggi, ad esempio), altre vennero semplicemente rimodernate. La più antica ancora in attività ha 115 anni ed è la centrale Armi, collocata nell’area dell’ex Piazza d’Armi dove oggi sorge il quartiere del Portello, tra il centro e la periferia ovest della città.

Per la centrale di via Cenisio, invece, le cose sono andate diversamente. La sua piccola struttura fu considerata inadatta all’inserimento di nuovi sistemi di pompaggio, ma allo stesso tempo non perse il suo importante valore storico ed estetico. Dopo un restauro conservativo voluto dal comune di Milano insieme a MM Spa, fu così “rigenerata” come centro culturale dedicato all’acqua, dove educare e informare sui temi idrici unendo storia e multimedialità.

Pensata come un museo non tradizionale, La Centrale dell’Acqua ha come unico elemento statico il vecchio impianto di pompaggio, osservabile scendendo nella sala macchine. Le classiche foto e i filmati dell’epoca, tra cui anche quello di un curioso corso per macchinisti idrici, sono sfogliabili su monitor interattivi. Inoltre, con alcuni visori di realtà virtuale si può seguire il cosiddetto “circolo virtuoso” dell’acqua, che nell’attuale sistema idrico integrato viene recuperata dalle fognature, depurata e riutilizzata dalle aziende agricole.

Tutte le altre attività della Centrale dell’Acqua (mostre, proiezioni, spettacoli teatrali, oltre a seminari e corsi di formazione) si svolgono invece in uno spazio polifunzionale ricavato dalla sala che un tempo ospitava i motori. Gli eventi sono perlopiù gratuiti, riguardano anche altri temi e si rivolgono principalmente ai visitatori più giovani. L’obiettivo è raccontare loro lo stretto legame tra Milano e l’elemento acqua, per dare soprattutto valore al percorso complesso, ma talvolta dato per scontato, che l’acqua compie per giungere al rubinetto.

Questo e gli altri articoli della sezione Milano e l’acqua sono un progetto del corso di giornalismo 2019 del Post alla scuola Belleville, pensato e completato dagli studenti del corso.