Il talento è un dono, ma fino a un certo punto

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Di che cosa parliamo quando parliamo di talento? È qualcosa che si può misurare, una dote innata o una capacità che si può sviluppare? Su BellevilleOnline, la sezione web della Scuola di scrittura Belleville di Milano, si possono regalare corsi di scrittura in streaming (per esempio di Aldo Nove sulla poesia o di Benedetta Centovalli su sei grandi scrittrici italiane), videolezioni di Walter Siti, Rosella Postorino, Umberto Contarello, Diego De Silva e molti altri, e servizi professionali di lettura e valutazione dei manoscritti. Ma davvero il talento si può regalare?

Oggi il talento è quasi un’ideologia. È in base al talento che le persone vengono definite e si fanno previsioni sul loro futuro. Il talento è considerato come la propensione a essere geniali, o comunque speciali, in una data attività. È un concetto affine a quello di genio, ma implica sempre un’idea di misurazione e di valore. Si basa sulla convinzione che ogni individuo nasca con specifiche capacità, definibili e in qualche modo pesabili. Nell’uso attuale sopravvive, cioè, l’origine economica del termine. Per i babilonesi e i sumeri il talento era un’unità di misura corrispondente alla massa d’acqua necessaria a riempire un’anfora: l’unità di misura del bene più prezioso di tutti. Diventò presto un’unità di misura commerciale e monetaria in base a cui definire il valore di qualcosa e il prezzo necessario per comprarla e spostarla. Per i babilonesi valeva 30,3 chili come per ebrei e palestinesi (ma all’epoca del Nuovo Testamento salì a 58,9 chili), in Grecia corrispondeva a 26 chili, in Egitto a 27, nell’Antica Roma a 32,3. Il talento era anche una moneta che poteva essere d’oro, come il mezzo talento dato da Achille ad Antiloco nell’Iliade, ma anche d’argento o di bronzo.

È difficile dire quando e per quali vie il talento, da unità di misura, si trasformò nel linguaggio comune in una metafora utilizzata per definire ogni attività umana – intellettuale, artistica o sportiva – e il valore stesso di una persona. Dire di qualcuno che è senza talento significa condannarlo a una mediocrità senza scampo. Accusarlo di essere “un talento sprecato” sconfina nella derisione. Il talento, oggi, non è più misurabile, appare come un’abilità indefinibile, più affine al concetto cristiano di spirito e a quello romantico di genio che alla moneta dei greci. È probabile che questa traslazione di significato sia cominciata con il Cristianesimo, quando il talento fu equiparato al dono.

La parabola dei talenti del Vangelo di Matteo è l’esempio più noto di narrazione in cui i due concetti – dono e talento – cominciano a sovrapporsi. Matteo riferisce un racconto di Gesù, secondo cui tre servi ricevettero dal loro padrone dei talenti, in primo luogo intesi come monete; trovarono il modo di farli fruttare, tranne quello che per paura di perdere il suo unico talento lo sotterrò in una buca. Al ritorno del padrone, i servi intraprendenti furono premiati, mentre il più pavido venne rimproverato come «servo malvagio e fannullone» e gettato nel buio, tra il pianto e lo stridore dei denti. I doni implicano sempre un donatore e, quindi, la gratitudine di chi riceve. Sono dati agli uomini da Dio e bisogna farne buon uso: chi li risparmia o non li spende verrà punito, chi li fa fruttare premiato.

Il passaggio successivo si ha con il concetto di dote, un altro sinonimo di talento. Nel diritto romano la dote, che come dono deriva da dare, indicava gli oggetti e i soldi dati dalla famiglia di una donna a suo marito per sostenere le spese del matrimonio – di nuovo, beni misurabili. A differenza del talento e del dono, la dote definisce la natura stessa della persona perché si riceve dalla famiglia e può essere “naturale”. Nasce da questa commistione tra dote e dono l’idea romantica del genio come colui che trae da se stesso in modo misterioso l’ispirazione per creare opere di immortale bellezza. Il problema è che concepire il talento come qualcosa che si riceve dall’alto o si possiede per natura implica l’idea – falsa – che i fattori ambientali, sociali ed economici non contino e, soprattutto, che il talento non si possa acquisire e sviluppare – o raddoppiare, per dirla come nella parabola.

Il talento non si misura, non si riceve e non si possiede. Si cerca, si trova e si costruisce. E si può farlo soltanto facendo. Diceva Jacques Brel, il cantautore: «Il talento è averne voglia. Tutto il resto è sudore, traspirazione, disciplina». Vale anche per la scrittura, intorno a cui è più forte il pregiudizio romantico secondo cui il talento, come diceva quel tale, «uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Per qualcuno è facile trovare la strada, per altri più difficile (soltanto il sudore si può misurare) e magari sarà una strada diversa da quella che avevano immaginato, ma ognuno può coltivare quello che ha – cioè quello che è – a patto di impegnarsi a cercarlo. La scrittura e la lettura sono tecniche, e in quanto tali possono essere apprese attraverso la pratica. Il talento è un dono, ma fino a un certo punto. Può essere un peso da appoggiare sulla bilancia, un dono di Dio o una dote naturale, ma se non lo si cerca è impossibile trovarlo.

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