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  • venerdì 27 Settembre 2019

“Euphoria” non passa inosservata

La serie tv di cui si è parlato di più in America negli ultimi mesi è arrivata su Sky e Now TV: parla di adolescenti ed è piuttosto estrema, nei modi e nei temi

Nei primi minuti di Euphoria – una serie tv di HBO, da ieri su Sky e Now TV – c’è la protagonista, una ragazza nata tre giorni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, che dopo aver passato l’estate in una comunità di recupero va da uno spacciatore bambino per comprare nuove droghe. Dopo qualche brusco convenevole – «credevo fossi morta» – lui le offre una sostanza di cui dice il lungo nome chimico e spiega che è «uno psichedelico ad azione rapida», che «ricorda un po’ l’LSD, ma con delle differenze sostanziali» perché «non ha effetti ottici ma ti distorce decisamente i sensi». Lei dice «ok, sì», lo prende e se ne va. È una delle tante scene per cui Euphoria – una serie sugli adolescenti, ma certamente non solo per adolescenti – si è fatta notare e ha fatto discutere quando a giugno è arrivata su HBO. Euphoria, infatti, è una serie moderna su quella che viene definita “Generazione Z” – gli attuali adolescenti – e interessante per lo stile e l’approccio. Qualcuno potrebbe però anche trovarla disturbante.

Euphoria, i cui otto episodi da un un’ora ciascuno sono già tutti disponibili online, parla di un gruppo di adolescenti e delle loro vite tra sesso, droghe, relazioni difficili e problemi di vario tipo. La protagonista e voce narrante è Rue, la ragazza che compra la droga, ma ogni episodio (escluso l’ultimo) inizia con un rapido resoconto della vita fino a quel momento di un personaggio diverso: ognuno con i suoi problemi da affrontare. Già solo nel primo episodio si parla, tra le altre cose, di depressione, dipendenze, violenze sessuali, atteggiamenti autolesionisti e video sessualmente espliciti finiti online senza il consenso delle interessate. Ma ci sono anche dei momenti un po’ più distesi, dolci, romantici e persino divertenti.

Euphoria è il libero adattamento di una serie israeliana del 2012 ed è stata scritta, e in alcuni suoi episodi anche diretta, da Sam Levinson, attore regista e sceneggiatore di 34 anni che in passato aveva avuto problemi di dipendenza da droghe ed è figlio di Barry Levinson, il regista di Rain Man – L’uomo della pioggia. La serie è coprodotta dal rapper Drake e la protagonista è Zendaya, che ha 23 anni e di recente ha recitato nei due Spider-Man della Marvel e prima ancora era stata un’attrice di serie e film di Disney Channel (in cui aveva ruoli tutt’altro che problematici). Già dal primo episodio Rue, la ragazza che interpreta, conosce Jules, interpretata dalla modella e attrice transgender Hunter Schafer.

Nonostante sia certamente più estrema di molte altre serie tv dello stesso genere, il cosiddetto “teen drama”, Euphoria ne rispetta comunque alcuni canoni: ci sono le ragazze popolari e quelle emarginate, ci sono i giocatori di football muscolosi e ammirati, ci sono le feste senza genitori. Euphoria però è diversa perché più contemporanea – non avete mai visto così tante sigarette elettroniche in tv come ne vedrete in Euphoria – e più estrema ed esplicita: sia nei temi che tratta, sia nei modi che usa per farlo. Come ha fatto notare Mike Hale sul New York Times, si vedono per esempio tantissimi peni: «Negli spogliatoi, nelle chat, nei video sgranati visti online, nelle app per incontri». C’è anche una scena in cui Rue descrive le diverse dick pick (foto di peni) che una ragazza può ricevere. Hollywood Reporter parla di un attore che lasciò il set a metà riprese, probabilmente perché in disaccordo con alcune scene troppo esplicite che sarebbero state richieste al suo personaggio, forse in una relazione omosessuale. Nel modo in cui la serie tratta le cose problematiche che racconta, non c’è certamente un atteggiamento paternalistico. Nelle molte scene che hanno a che fare con le droghe, Euphoria ne mostra certamente il fascino, ma è anche molto chiara sugli effetti del loro uso e, spesso, sulle ragioni che l’hanno provocato.

Parlando della serie in generale, il New York Times ha scritto che Euphoria «alza l’asticella del teen drama provocatorio», dopo che Tredici aveva parlato di suicidio e mostrato scene di autolesionismo e dopo che The End of the F***ing World aveva raccontato «il viaggio di un ragazzo che si definiva uno psicopatico insieme alla ragazza che aveva progettato di uccidere». Variety ha scritto che all’inizio la serie sembra «Trainspotting, ma con una protagonista adolescente», e che poi diventa «la Skins del 2019». È però molto difficile fare una media tra le opinioni generali di chi ha scritto di Euphoria: per qualcuno è «la serie dell’anno», altri ne hanno criticato sia la forma che i contenuti.

Praticamente tutti concordano sulla grande bravura e credibilità di Zendaya in un ruolo drammatico, molto diverso da quelli per cui era famosa, e, più in generale, di molti attori del cast. Anche a prescindere dai gusti, Euphoria è una serie curata negli aspetti tecnici: come la fotografia, la colonna sonora (con canzoni recenti, ma non solo: Billie Eilish ma anche Madonna, per capirci), il montaggio e la scelta dei costumi. Vulture ha evidenziato «i colori audaci, le canzoni rumorose, la cinepresa che non sta mai ferma e preferisce scorrere, cadere in picchiata o zoomare rapidamente». In Euphoria ci sono alcune scene oggettivamente complicate da girare, e in alcuni casi è interessante anche andare a vedere come le hanno girate.

Un’altra cosa interessante è che praticamente ogni scena di interno della serie è stata girata in uno studio, cosa che permette di avere un maggiore controllo sulle luci e sui colori di ogni ambiente, e quindi di ogni ripresa.

Le critiche principali si possono dividere in tre categorie: al modo in cui si parla di certi temi, al modo in cui spesso si salta da un evento drammatico a uno più leggero, e infine al fatto che, volendo raccontare tante storie (tutte molto intense), la serie finisce per non concentrarsi davvero su nessuna. Clara Mazzoleni ne ha parlato così su Studio:

Molte recensioni lamentano una certa mancanza di profondità, come se le puntate si sviluppassero per «punti esclamativi», impedendo alla storia di «respirare», e contestano la coolness generale dell’operazione – è tutto meraviglioso: dal make-up ai look, dalle carte da parati e gli interni alle strade buie del sobborgo, con le palme, le croci al neon e le pozzanghere luccicanti, per non parlare della fotografia patinatissima (tra Moonlight di Barry Jenkins e le immagini di Gregory Crewdson) e della creatività del montaggio – un’eccessiva cura dei singoli dettagli che trasforma la serie in un lungo video musicale emotivamente sovraccarico: troppo veloce, troppo drammatico, compiaciuto e auto-indulgente durante le scene di sballo e di sesso, ossessionato dall’esigenza di attirare la nostra attenzione, lievemente ottuso quando si tratta di analizzare il dolore, sempre attento all’estetica quando si tratta di manifestarlo: proprio come certi adolescenti.

Così come aveva fatto HBO negli Stati Uniti, anche Sky ha deciso, qui in Italia, di «accompagnare la messa in onda di Euphoria con un’attività di sensibilizzazione e supporto per chi vive situazioni di disagio e di dipendenza, perché la rilevanza di queste storie vada oltre la tv e consenta a ciascuno di prendere consapevolezza e aiutare anche chi non sta guardando». Tutte le informazioni utili sono qui.