(Leon Neal/Getty Images)

Circa la metà delle ricerche su Google finisce senza clic verso altri siti

Con i suoi riquadri nelle pagine dei risultati, siamo sempre meno incentivati a cliccare per avere risposte

(Leon Neal/Getty Images)

Circa metà delle ricerche effettuate su Google finisce sulla pagina dei risultati del motore di ricerca, senza nessun clic verso i siti elencati. Il dato non è ufficiale ma è stato ottenuto analizzando oltre 40 milioni di ricerche effettuate online negli Stati Uniti da SparkToro, una società che si occupa di marketing e di tecniche per migliorare il posizionamento dei siti sui motori di ricerca (SEO). Da diversi anni, infatti, Google fornisce le risposte a buona parte delle ricerche con sezioni e riquadri direttamente nelle sue pagine dei risultati, senza la necessità di consultare i siti cui fanno riferimento. La consultazione termina quindi sul motore di ricerca e di conseguenza porta a una riduzione del traffico verso i singoli siti, rispetto a quanto avveniva un tempo.

Stando ai dati di SparkToro, nel secondo trimestre del 2019 il 49,76 per cento delle ricerche è finito su Google, senza che ci fossero clic verso i siti elencati nei risultati. Nel mese di giugno si è arrivati al 50 per cento, segnando un periodo in cui la maggior parte delle ricerche è quindi rimasta sul motore di ricerca. Il dato conferma l’andamento rilevato da qualche anno: nel primo trimestre del 2016, per esempio, era il 43,9 per cento delle ricerche a finire su Google senza visite ai siti da parte degli utenti.

L’indagine di SparkToro non tiene naturalmente conto di tutte le ricerche, non potendo avere i dati direttamente da Google, ma sfrutta comunque un campione statistico piuttosto ampio e dà un’idea di come si comporti online la maggior parte delle persone. Dagli orari dei voli aerei alle conversioni di valuta, passando per il meteo, i testi delle canzoni e tantissimi dati su persone e luoghi, Google fornisce ormai un’ampia serie di informazioni direttamente dalle sue pagine dei risultati, rendendo spesso inutili ulteriori ricerche sui siti veri e propri.

Il vantaggio per gli utenti–- soprattutto da dispositivi mobili dove la navigazione è più complicata – è evidente, ma questa invadenza di Google ha spesso ricevuto critiche da parte degli editori e dei gestori dei siti, dai quali il motore di ricerca raccoglie le informazioni per compilare i suoi riquadri informativi. Molte delle informazioni mostrate da Google direttamente nelle pagine dei risultati, per esempio, sono tratte da Wikipedia, i cui testi sono liberi da diritti e riutilizzabili con attribuzione della fonte. Google dona ogni anno svariati milioni di dollari a Wikipedia, ufficialmente per sostenere la libera condivisione del sapere, ma evidentemente anche per assicurarsi di avere un servizio affidabile a sufficienza dal quale attingere per mostrare direttamente le risposte ai quesiti dei suoi utenti.

Il motore di ricerca offre inoltre ai siti diverse funzionalità da integrare nel loro codice, in modo che le informazioni contenute nelle loro pagine siano più facilmente rintracciabili dagli algoritmi e possano poi essere riassunte nei riquadri informativi delle pagine dei risultati. Google sostiene che in questo modo aumenti la visibilità dei siti coinvolti, ma come suggeriscono i dati di SparkToro e di altre ricerche condotte in passato la maggiore evidenza non porta necessariamente a traffico in più per gli editori.

Il minore traffico si traduce invece in meno possibilità di guadagno per i siti, la maggior parte dei quali vive grazie alla pubblicità. Se le informazioni sono già disponibili su Google, gli utenti non sono incentivati a cercarne altre cliccando sui link nelle pagine dei risultati, e di conseguenza a visitare altri siti. Oltre ad aumentare la frequenza di visite sul suo motore di ricerca, Google ottiene il vantaggio di poter mostrare più annunci pubblicitari sulle pagine dei risultati, aumentando i propri ricavi.

La ricerca di SparkToro ha inoltre notato che in molti casi Google mantiene in maggiore evidenza link e rimandi agli altri propri servizi. Se si cerca un video, per esempio, i primi risultati con anteprima rimandano quasi sempre a YouTube, mentre se si cercano indicazioni geografiche a Google Maps. Qualcosa di analogo avviene per le immagini, con Google Immagini, e con le notizie dai siti d’informazione. Gli utenti sono quasi sempre indirizzati verso ulteriori sezioni di Google e di YouTube, dove sono mostrati annunci pubblicitari che contribuiscono ai ricavi del motore di ricerca. I rimandi sono in evidenza nella parte alta della pagina dei risultati, con immagini e anteprime più attraenti rispetto ai classici risultati con l’elenco dei siti forniti in base alle chiavi di ricerca inserite.

Google sostiene che le risposte direttamente nelle pagine dei risultati facilitino la vita agli utenti, rendendo più rapido trovare informazioni, che possono essere comunque approfondite in un secondo momento cliccando sui link. Come indicano i dati, il problema è che per molti utenti le informazioni fornite da Google sono più che sufficienti e non costituiscono un incentivo a cliccare per approfondire. Google è inoltre il motore di ricerca più utilizzato al mondo, con quote di mercato che in molti paesi superano il 90 per cento in condizioni di sostanziale monopolio. La mancanza di alternative rende più sentito il problema e, negli anni, ha portato a indagini antitrust e richieste di nuove regole per riequilibrare il mercato dei motori di ricerca.

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