Massimo Troisi in una scena di "Non ci resta che piangere"

8 battute di Massimo Troisi buone per ogni giorno

Da riguardare oggi che sono 25 anni dalla sua morte, e tutte le altre volte che vi viene voglia

Massimo Troisi in una scena di "Non ci resta che piangere"

Massimo Troisi morì a 41 anni il 4 giugno 1994, per una crisi cardiaca legata a una malformazione che aveva da sempre. Era nato a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, ed era allora uno degli attori comici italiani più amati e di maggior successo: sia per le sue commedie che da quando aveva ottenuto le prime popolarità televisive con il trio della Smorfia (erano lui, Lello Arena ed Enzo Decaro), ma anche come attore versatile che arrivò a essere candidato all’Oscar per il Postino due anni dopo la sua morte, nel 1996 (un’altra candidatura la ebbe in quanto coautore della sceneggiatura).

Troisi era napoletano, molto napoletano, e il suo personaggio pubblico era intimamente legato alla sua provenienza geografica, sottolineata dal suo accento e dal suo modo di parlare e di riferirsi alle cose, a cavallo tra l’autocommiserazione e la grande lucidità. Ma lo era anche in un modo proprio e opposto al cliché della napoletanità – con personaggi timidi, impacciati, sensibili – che cercava spesso di prendere in giro e criticare. Fu protagonista di film di grandissimo successo (di cui era anche regista) grazie all’associazione tra l’aspetto comico e quello più sentimentale o riflessivo – come Ricomincio da tre e Scusate il ritardo – e soprattutto di una memorabile collaborazione con Roberto Benigni in Non ci resta che piangere, tutti film che hanno consegnato al linguaggio popolare battute e gag poi diffusissime (Yesterday… bom-bom; il tentativo di spostare il secchio; un fiorino!; milleqquattro quasi milleccinque; emigrante?; Mas-si-mi-lia-no; la lettera a Savonarola; ricordati che devi morire; chi parte sa da cosa fugge, ma non sa…). Successivamente i suoi personaggi divennero sempre più articolati e indipendenti dal lato comico, con ruoli più seri e malinconici, fino all’ultimo ruolo nel Postino di Michael Radford.

Alcune delle sue battute e delle scene dei film sono ormai da tre decenni nella cultura popolare e nelle cose che diciamo ogni giorno: ognuno ha le sue, ma alcune sono più famose di tutte.

Ricordati che devi morire
«Mo’ me lo segno» è diventato uno dei modi più diffusi e conosciuti per mostrare indifferenza a una cosa detta con enfasi da un interlocutore (un po’ un equivalente di “sticazzi”).

Robertino
“Ma vafanculo, tu e mammina”, è la battuta con cui Troisi si congeda da Robertino, il figlio adulto complessato, succube e ostaggio della madre iperprotettiva e bigotta, che lui ha cercato invano di liberare: personaggio esemplare per prendere in giro tutte le madri troppo protettive coi propri figli cresciuti.

Un fiorino
Una scena dopo la quale non è più stato possibile utilizzare l’espressione “Quanti siete?” come se niente fosse.

Savonarola!
Citazione di una famosa lettera scritta da Totò e Peppino. “Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi. Senza chiederti nemmeno di stare fermo”: formulazione buona per ogni atto sarcastico di sottomissione.

Massimiliano e Ugo
Considerazione che a un certo punto appare sempre quando si deve decidere il nome di un nascituro.

Certe cose vanno da sé. Se uno capisce capisce
La citazione preferita dai maschi che vogliono sfuggire alle richieste di formulazione esplicita del loro coinvolgimento sentimentale. (minuto 0.48)

Bastava farlo capostazione
Una delle migliori battute antifasciste di sempre.
(minuto 0.20)

Certe cose vanno dette alle spalle
Un saggio ridimensionamento del valore della sincerità sempre, del “io dico quello che penso”, e del “è giusto che tu lo sappia”: «Queste non sono cose che si dicono in faccia, queste sono cose che vanno dette alle spalle, dell’interessato».