(Kevin Winter/Getty Images)

Morrissey ha 60 anni

E queste sono le dieci canzoni migliori che scrisse da quando smise di essere "il cantante degli Smiths"

(Kevin Winter/Getty Images)

Benché si sia fatto sempre notare – con quel nome unico indimenticabile, poi: come Bono ma più elegante – è stato per decenni “Morrissey, il cantante degli Smiths”: ma ormai la sua carriera da solista è più lunga di quella della band con cui divenne famoso, benché quella fama e quella storia siano inarrivabili. E benché lui abbia frequentemente cercato di affondare l’amore dei fan con dichiarazioni e iniziative discutibili, diciamo. Oggi compie 60 anni, dopodomani fa uscire il suo dodicesimo disco (di cover meno note di grandi cantanti rock), e si merita una sua playlist, di cui si prende la responsabilità – fuori dal suo libro Playlist, La musica è cambiata – Luca Sofri, peraltro direttore del Post.

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Suedehead
(Viva hate, 1988)
Fu il suo primo singolo da solo, andò fortissimo (meglio di ogni canzone degli Smiths), e aveva una copertina che ereditava ancora lo stile delle tipiche copertine degli Smiths. Nel video c’era molta America, che sarebbe diventata per un bel po’ il suo posto. Del protagonista della canzone Morrissey non ha mai voluto aggiungere niente (il video è su James Dean, ma con la canzone non c’entra), se non che fosse una sua storia giovanile: e che il nome del titolo gli suonava bene. L’altra cosa che suona bene, quel “tuosagullé-gullé” nel finale che rimanete a canticchiare per ore, vuol dire “fu una bella scopata”: avvisàti.

Everyday is like sunday
(Viva hate, 1988)
Questa fu il secondo singolo, andò quasi altrettanto bene, e rimase molto amata per il suo andamento giocondo e il titolo promettente, malgrado la domenica del caso sia una giornata noiosa e il testo invochi catastrofi nucleari.

The more you ignore me, the closer I get
(Vauxhall and I, 1994)
Il maggior successo americano di Morrissey, malgrado la canzone sia molto più semplice e pop di altre, o forse proprio per quello. Stava in un disco prodotto da Steve Lillywhite, quello di decine di dischi rock storici (U2, Peter Gabriel, Talking Heads, Simple Minds solo per citarne alcuni).

Trouble loves me
(Maladjusted, 1997)
Ballatona da amore finito, e al diavolo: “i guai mi amano”.

First of the gang to die
(You are the quarry, 2004)
Roba di gang e spararsi, con ammiccamenti a quel pubblico latino californiano di cui era diventato un idolo a un certo bizzarro punto della sua carriera (il primo della gang a morire si chiama “Hector”). Ma le cose migliori sono l’attacco da portarti via e come si ruba via i cuori la ripetizione finale.
He stole our hearts away-ay-ay-ay-ay
He stole our hearts away
He stole our hearts away

Let me kiss you
(You are the quarry, 2004)
Un ballabile, intanto (ballabile piano), con un memorabile giro di chitarra. Lo stesso giorno ne uscì una versione di Nancy Sinatra (meno memorabile e che andò peggio). Dice “chiudi gli occhi, pensa a qualcuno che ti piaccia fisicamente e fatti baciare. E ok, poi li apri, e c’è uno che fisicamente ti fa schifo, ma col cuore tutto per te”.

Friday Mourning
(Live at Earls Court, 2005)
Coi giorni della settimana Morrissey fa sempre grandi canzoni, in questo caso con un gioco di parole tra il venerdì mattina e il lutto del venerdì. Fu un lato B, non finì in nessun disco, ma uscì dentro un disco dal vivo e se lo merita, per la grandezza celebrativa con cui il testo abbandona un pezzo di vita doloroso.

Dear God please help me
(Ringleader of the tormentors, 2006)
Qui lui cammina per Roma (era il suo periodo romano, che culminò nell’aggredire un vigile che lo aveva fermato perché pretendeva di attraversare via del Corso in macchina), chiede aiuto a Dio e dice di avere barili esplosivi tra le gambe. Poi ci sono gambe altrui e chissà “se queste cose capitano anche a te, Dio”, tra demonio e santità. Più demonio, però: ma con dolcezza e liberazione.

I’m throwing my arms around Paris
(Years of refusal, 2009)
Qui eravamo su Parigi, invece: strofa molto Smiths e poi tutto tenuto su dall’improvvisa teatralità del breve refrain. Canzone scritta con Boz Boorer, collaboratore e chitarrista di quasi tutto il Morrissey di questo millennio. Ci suona la tromba Mark Isham, compositore e musicista di mille cose e colonne sonore.

I’m not a man
(World peace is none of your business, 2014)
C’è un minuto e mezzo di distanti rumori preparatori, poi con formidabile dolcezza tra arpeggi celestiali lui comincia a enunciare le cose virili che si rifiuta di essere (Casanova, Don Giovanni, guerriero, cavernicolo, carrierista, ma anche “bistecche” e “cancro alla prostata”, come sedersi e come stare in piedi), poi monta un’escalation trionfale formidabile, purtroppo travolta da un baccano finale da mattatoio (come già capitava in altri precedenti anti-carnivori dell’opera di Morrissey e degli Smiths).

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