Il fallimento della Zozosuit

Il servizio di vendita di vestiti che si basava sulla tuta che misura il corpo di chi la indossa non sarà più disponibile se non in Giappone: cosa è andato storto?

(Zozo)

Il 25 aprile Zozo, il più grande rivenditore di abbigliamento online giapponese, ha annunciato il fallimento del suo ambizioso progetto che permetteva di acquistare online abiti su misura realizzati a distanza. Il sistema funzionava grazie alla Zozosuit, una tuta che, attraverso un’apposita applicazione, calcolava le dimensioni esatte di chi la indossava; a quel punto il cliente poteva comprare i vestiti che desiderava sul sito di Zozo, che aveva creato una linea apposita di camicie, jeans, magliette e completi basilare e mediamente economica. I capi venivano realizzati in base alle misure registrate con la tuta e inviati al cliente, in giro per il mondo.

Dal 26 maggio la app, il sito e la tuta non saranno più disponibili negli oltre 70 paesi in cui erano presenti e sopravviveranno soltanto in Giappone, dove l’operazione sembra ancora funzionare. Nel resto del mondo, non è già più possibile creare un nuovo account, fare un nuovo ordine o richiedere una Zozosuit: verranno spediti solo gli ordini già confermati e chi ha un account potrà prendersi le misure fino al 26 maggio; dopo quella data l’azienda cancellerà tutti i dati dei suoi clienti. Da subito la Zozosuit aveva incuriosito esperti di moda e persone comuni e molti l’avevano presentata come un primo passo verso un nuovo modo di vendere e acquistare vestiti, anche perché era l’ultimo progetto di Yusaku Maezawa, un imprenditore diventato miliardario a partire da una piccola startup e che non ne aveva sbagliata una (sarà anche il primo astronauta non professionista a volare nello Spazio): com’è accaduto quindi che tutto si sia sgonfiato nel giro di un anno?

Per prima cosa, come dicevamo, il sistema in Giappone regge ancora. Qui la Zozosuit venne introdotta nel novembre del 2017 e in poco tempo i social network si riempirono di foto di persone che la indossavano. Nel giro di un anno aveva ricevuto ordini per un valore di 1,2 milioni di euro e dati sufficienti per realizzare abiti su misura.

Nel gennaio 2018 iniziò la distribuzione della Zozosuit all’estero: la strategia di Maezawa fu di spedirla gratuitamente quasi ovunque (in Italia si pagavano 4,95 euro per la spedizione) accompagnandola a premi per chi condivideva foto e post sui social network. A maggio aveva già ricevuto un milione di ordini e si aspettava di consegnarne svariati altri milioni in un anno. L’idea però non funzionò: troppe persone hanno ordinato la tuta senza però comprare niente e Zozo non è riuscita a coprire le spese di produzione e spedizione. Come aveva ammesso a gennaio 2019 Maezawa «distribuendo la Zozosuit gratis perché le persone si misurassero speravamo di creare una domanda […] Ma l’impatto non è stato quello che speravamo». A gennaio scorso il valore delle azioni della società si era più che dimezzato da quello massimo toccato a luglio, e nell’anno 2018-2019 il profitto dell’azienda era calato del 21,5 per cento rispetto all’anno precedente, per un totale di 206 milioni di euro. L’annuncio della chiusura comporta una nuova perdita di almeno 21,7 milioni di euro.

Un altro ostacolo, ha scritto Marc Bain su Quartz, sono stati i tempi di spedizione molto lunghi, che hanno a volte superato le sei settimane fissate come limite, arrivando in alcuni casi a cinque mesi di tempo tra l’ordine e la consegna. Inoltre i modelli a disposizione erano pochi, circa una trentina, con linee e colori molto semplici. Il problema maggiore però è stata la vestibilità, ben al di sotto delle aspettative per un sistema che punta sostanzialmente su quella. In particolare negli Stati Uniti ci sono state molte recensioni negative e lo stesso Bain l’ha definita «deludente». Ha raccontato che il suo ordine era arrivato in tempo ma che la maglietta, pur cadendo bene sul petto e sulle spalle, si allargava troppo in vita, mentre i jeans erano un po’ troppo larghi in fondo: «Nonostante il tempo e lo sforzo necessari per averli, i vestiti non mi stavano meglio di quelli che avrei potuto comprare direttamente dalla gruccia».

Dello stesso parere sono anche i tre redattori del Post che hanno ordinato una Zozosuit e poi comprato qualcosa (una quarta redattrice l’aveva ordinata ma poi non aveva comprato niente trovando i vestiti un po’ noiosi, e contribuendo così al fallimento del progetto). Un redattore ha confermato che i tempi di consegna fossero stati molto più lunghi del previsto e che la maglietta ordinata, nonostante fosse di un buon materiale, «non vestiva meglio di una maglietta standard che puoi provare in negozio». Un altro redattore è più soddisfatto dal suo maglione: «è di ottima qualità, comodissimo perché su misura e a prezzo buono», anche se tra l’ordine e la consegna erano passati quasi 60 giorni. La redattrice più temeraria aveva comprato un paio di jeans, arrivati dopo 8 settimane: ha spiegato che i pantaloni erano di buona qualità – «non quella dei Levi’s ma migliore di quella dei jeans di H&M» – e tagliati molto bene, ma che secondo lei il problema era legato alla povertà di modelli tra cui scegliere.

L’esperienza del Post raccoglie anche la delusione di un commentatore, che aveva provato il metodo Zozo dopo aver letto l’articolo. Anche in questo caso i tempi di consegna sono stati lunghissimi, 9 settimane, e la vestibilità una mezza delusione: i jeans erano un po’ troppo corti e stretti in vita mentre la camicia era un po’ corta e stretta di spalle.

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