Proust e il punto e virgola: i nuovi corsi della scuola Belleville

Mercoledì 3 aprile 2019, dalle 18.00 alle 19.30, ci sarà l’Open Day e si parlerà di due seminari di Francesca Serafini e Antonio Pascale

L'incontro tra alcuni docenti della scuola di scrittura Belleville e i loro futuri studenti durante un Open Day (Belleville)

Da marzo 2019 la scuola Belleville di Milano apre le selezioni per la quarta edizione della Scuola annuale di Scrittura: mercoledì 3 aprile 2019 dalle 18.00 alle 19.30 ci sarà l’Open Day, con possibilità di fare il colloquio a scuola. A seguire Walter Siti, uno degli insegnanti del corso, terrà una lezione aperta intitolata «Per una ecologia della letteratura».
Tra le novità dei prossimi mesi, un seminario sulla Punteggiatura con Francesca Serafini, linguista, autrice di «Questo è il punto» (Laterza) e sceneggiatrice di “Non essere cattivo” (2015) e “Principe libero” (2018). Sabato 8 giugno, una giornata di lezione ed esercizi per chi vuole imparare l’uso corretto ed efficace dei segni d’interpunzione. Sempre l’8 giugno, lo scrittore Antonio Pascale, autore di «La manutenzione degli affetti» e «Le attenuanti sentimentali» (Einaudi), terrà un seminario su quattro classici della letteratura per capire quello che Proust, Kafka, Joyce e Cechov continuano a dirci sul presente e su di noi.

 

Introduzione alla punteggiatura
di Francesca Serafini

Si potrebbe dire che chi scrive desidera soltanto due cose: esprimersi ed essere capito. Cioè, estremizzando, vorrebbe essere amato attraverso la comprensione di quello che ha scritto. Posta in questi termini, capiamo bene che si tratta di un’impresa. Tanto più tenendo conto che per affrontarla abbiamo a disposizione – come ci ricorda Raymond Carver – solo le parole e i segni interpuntivi. E dunque sarà bene, quando scriviamo, scegliere con cura sia le une sia gli altri.

Nella scelta della parola giusta – il vocabolo più adatto a descrivere ciò che ci passa per la testa e che bruciamo dal desiderio di condividere – abbiamo un alleato preziosissimo, e cioè il dizionario in tutte le sue versioni (da quello dell’uso all’etimologico). Non a caso “Il matto” cantato da Fabrizio De André che aveva un mondo nel cuore ma non riusciva a esprimerlo con le parole tentò di imparare la Treccani a memoria…

Ma chi ci aiuta quando dobbiamo distribuire nel nostro testo punti e virgole? Come mai siamo tentati di cambiarne la posizione ogni volta che rileggiamo un periodo?
Nel tempo, sia gli studi che ho dedicato a questo tema sia la pratica quotidiana di scrittura mi hanno persuasa che le difficoltà che incontriamo nei confronti della punteggiatura siano condizionate dal retaggio di quelle regolette che ci venivano insegnate nella scuola elementare, secondo cui punti e virgole rappresenterebbero nello scritto le pause della respirazione nel parlato. Ma siamo sicuri sia proprio così? A mettersi a inseguire il respiro mentre scriviamo un asmatico potrebbe ricorrere direttamente al codice morse, mentre a un campione di apnea potrebbe bastare un solo punto alla fine di un testo lungo chissà quanto. Il punto – verrebbe proprio da dire – però è un altro. Il fatto è che i segni interpuntivi non condizionano solo il ritmo del testo che stiamo scrivendo, ma ne determinano il significato, fino, a volte, a ribaltarlo completamente.

In rete circola un esempio molto efficace attribuito a Julio Cortázar. Parte da qui: “Se l’uomo conoscesse realmente il valore che ha la donna andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”. L’esempio prosegue precisando che una donna inserirebbe una virgola dopo la parola “donna” ottenendo: “Se l’uomo conoscesse realmente il valore che ha la donna, andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”. Un uomo, al contrario, metterebbe una virgola dopo la parola “ha” ottenendo: “Se l’uomo conoscesse realmente il valore che ha, la donna andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”. Ora, indipendentemente dal fatto che aspiriamo a un mondo in cui donna e uomo conoscano entrambi il valore l’una dell’altro e che nessuno in definitiva debba piegarsi a quattro zampe per raggiungere questo obiettivo; è chiaro che nell’esempio la posizione di una sola virgola ha determinato un significato completamente diverso nello stesso identico testo.
Comprendere il valore logico-sintattico della punteggiatura è un primo passo importante per imparare a usarla con consapevolezza (poi, certo, c’è il suo valore espressivo, altrimenti che funzione avrebbero il punto esclamativo o i puntini di sospensione? O l’interrogativo che chiude il periodo…). E se davvero speriamo di essere amati per quello che scriviamo, facciamo in modo che chi ci legge possa giudicare quello che volevamo realmente comunicargli. Magari non ci ameranno lo stesso, ma almeno non sarà stato per il fraintendimento di una virgola.

Leggere la vita. Cosa insegnano i classici
di Antonio Pascale

La domanda, anche se scontata, prima o poi, magari in qualche notte angosciosa o in una giornata uggiosa ce la poniamo: ma che ci facciamo qui? Sì, qui, che siamo venuti a fare? Certo, detta meglio, la suddetta brutale e solita domanda suona pressappoco così: quali sono i motivi che rendono la vita degna di essere vissuta? Mistici, predicatori e filosofi c’hanno provato a fornire risposte, e nel novero, tuttavia, vanno considerati anche alcuni scrittori. Raccontando storie hanno individuato particolari dinamiche che meglio delle speculazioni teoriche, e insomma con maggior praticità, svelano aspetti della nostra natura umana. Ma non solo, le loro pagine hanno fornito materiale utilissimo alle nuove branche del sapere, filosofia, neuroscienze e medicina.

Marcel Proust, Franz Kafka, James Joyce e Anton Cechov, quattro modi di leggere la vita, e dunque, alla fine, quattro strumenti per pensare. Perché gli scrittori scrivono pagine belle, a volte indimenticabili, e riescono, non in pochi casi, a indicarci i punti cardinali. E allora, un seminario lungo un giorno, dove, orfani del mondo, protetti dalle pagine più belle della letteratura del Novecento, leggeremo, analizzeremo, commenteremo la vita e le opere dei quattro scrittori, girando, avviluppandoci per cercare i punti cardinali che indicano i motivi che rendono la vita degna:

Proust, ovvero, come e perché è necessario entrare nel terzo millennio con i sensi potenziati, super poteri senza per forza essere morsi da un ragno.
Kafka, perché il pessimismo radicale, spesso rubricato come malattia insana, ci dice, al contrario, qualcosa di importante sulla nostra coscienza.
Joyce, il mondo è abitato dai fantasmi (e dai morti), i fantasmi ci parlano, i fantasmi hanno un linguaggio e degli umori che è meglio conoscere e liberare, altrimenti non saremo liberi.
Cechov, e cioè che sarà di noi? L’interrogativo che caratterizza molti personaggi cechoviani è anche il nostro, la risposta è nello stile con il quale decidiamo di leggere la nostra vita.

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