Un altro fallimento contro il morbo di Alzheimer

È stata sospesa la sperimentazione di un farmaco finora ritenuto promettente, l'ultimo in una lunga serie di delusioni nella ricerca contro la malattia

Placche amiloidi nella corteccia cerebrale di una persona affetta da morbo di Alzheimer (Wikimedia)

Le aziende farmaceutiche Biogen (Stati Uniti) ed Eisai (Giappone) hanno annunciato di avere annullato nuovi test clinici sull’aducanumab, un farmaco che finora era stato considerato promettente per trattare il morbo di Alzheimer, la forma più comune di demenza degenerativa. La sospensione dei trial clinici è un altro fallimento in uno degli approcci più sperimentati negli ultimi anni per contrastare l’Alzheimer: intervenire sulla betamiloide, la proteina che causa l’accumulo di placche nei neuroni rendendoli sempre meno reattivi e funzionali. I previsti trial clinici sono stati ritenuti “inutili” da un gruppo di ricerca indipendente nominato dalle due aziende farmaceutiche, che in questi anni avevano collaborato allo sviluppo del nuovo farmaco.

I ricercatori sanno da tempo che la betamiloide riveste un ruolo nello sviluppo del morbo di Alzheimer, malattia comunque complessa e dai fattori scatenanti piuttosto sfuggenti. Sono stati quindi sperimentati diversi approcci per inibire o tenere sotto controllo questa proteina, per evitare che causi danni nei neuroni. Gli approcci seguiti finora non hanno però portato a progressi significativi, soprattutto nei test clinici e nelle sperimentazioni sui pazienti. Alcune delle più grandi aziende farmaceutiche, come Merck & Co., hanno avuto problemi analoghi e sono state costrette a rivedere i loro progetti sull’Alzheimer dopo milioni di euro di investimenti.

Nei primi test, l’aducanumab si era rivelato utile nel rimuovere le placche causate dalla betamiloide, con livelli di efficacia superiori rispetto a quelli di altri farmaci sperimentali. I nuovi test clinici avrebbero dovuto coinvolgere persone con problemi cognitivi conclamati e placche amiloidi nel loro cervello. Il campione era stato selezionato accuratamente per escludere problemi emersi nei test di altri farmaci analoghi, dove meno di un terzo dei partecipanti aveva tracce significative di placche amiloidi.

Le due aziende farmaceutiche non hanno fornito molti altri dettagli sulla loro decisione di interrompere la sperimentazione. Un’ipotesi è che il campione selezionato di partecipanti ai nuovi test – con forme iniziali di Alzheimer – non fosse comunque adatto per testare il farmaco, considerato che l’aducanumab si era rivelato meno efficace in chi aveva già sviluppato la malattia.

L’aducanumab potrebbe essere quindi sperimentato con un approccio diverso: verificare se possa essere utile alle persone senza sintomi ancora riscontrabili, ma comunque ad alto rischio di sviluppare forme di demenza. Ci sono altre ricerche in corso su questa linea, tesa soprattutto alla prevenzione. Un test, che sarà concluso nel 2020, sta sperimentando il solanezumab nelle persone con accumuli di placche amiloidi, riscontrati tramite risonanza magnetica, ma che ancora non hanno prodotto sintomi come la perdita di memoria.

Le nuove difficoltà con l’aducanumab stanno comunque portando diversi ricercatori a chiedersi se si debba cambiare strategia, esplorando nuove possibilità per contrastare il morbo di Alzheimer. Sono del resto già in corso da tempo ricerche e sperimentazioni su altri principi attivi, orientati verso altri obiettivi come una proteina (“tau”) la cui presenza è ricorrente nei neuroni di chi soffre di demenza degenerativa.

Nonostante gli ultimi fallimenti, tutte le principali aziende farmaceutiche continuano a lavorare sulla betamiloide. Ogni anno sono investiti centinaia di milioni di euro per sviluppare e testare nuove molecole, alla ricerca dei candidati più promettenti per ottenere farmaci di nuova generazione davvero efficaci contro il morbo di Alzheimer. La malattia si manifesta di solito dopo i 65 anni con sintomi precoci come l’incapacità di ricordare eventi recenti. Con l’avanzare della malattia, e dell’età, i sintomi peggiorano e si hanno spesso disorientamento, rapidi cambiamenti dell’umore, depressione e difficoltà a ricordare. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), le persone nel mondo con forme di demenza sono circa 50 milioni, il 60-70 per cento di queste soffre di morbo di Alzheimer.