(Stebbing/Hulton Archive/Getty Images)

Cosa vuol dire “perciocché”

È una congiunzione causale, un po' arcaica, ma se preferite potete sostituirla con una più letteraria: "conciossiacosaché"

di Massimo Arcangeli
(Stebbing/Hulton Archive/Getty Images)

Figliuola mia, non dir di volerti uccidere, per ciò che, se tu l’hai qui perduto, uccidendoti anche nell’altro mondo il perderesti, per ciò che tu n’andresti in inferno, là dove io son certa che la sua anima non è andata, per ciò che buon giovane fu (Decameron, IV, 6).

[Q]ue’ Dialoghi, in cui s’introducono Zingare a parlare, e scoprire altrui la buona ventura, […] comunemente s’appellano Zimgaresche. […] Ma molto più delle Zingaresche s’assomigliano alle Farse quelle popolari rappresentazioni, che sogliono fare nel carnovale i Rioni di Roma sopra carri tirati da Buoi, le quali si chiamano Giudiate, perciocché in esse non si tratta d’altro, che di contraffare, e schernire gli Ebrei in istranissime guise, ora impiccandone per la gola, ora strangolandone, ed ora scempiandone, e facendone ogn’altro più miserabil giuoco (Comentarj di Gio. Mario de’ Crescimbeni Collega dell’Imperiale Accademia Leopoldina, e Custode d’Arcadia intorno alla sua Istoria della volgar poesia, volume primo […], in Roma, per Antonio de Rossi alla Piazza de Ceri, 1702, p. 198 sg.).

A parlare nel primo brano è la fantesca dell’Andreuola, la protagonista della novella del Boccaccio; la fanciulla vuole togliersi la vita perché l’amato Gabriotto, sposato in segreto, le è morto improvvisamente fra le braccia, e la fantesca sta tentando di dissuaderla dal suo proposito suicida. Le giudiate del secondo brano, antenate delle messe in scena di tante moderne sfilate carnevalesche, mettevano in farsa l’odio antigiudaico, nel carnevale romano, almeno dall’inizio del XVII secolo (ma forse già dalla fine del secolo precedente). Le scenette, cantate e recitate, erano «composte d’ogni sorta di versi, e versetti tagliati tutti col roncio, e d’ogni sorta di linguaggi, corrotti, e storpiati, e mescolati insieme» (ibid., p. 199). La loro funzione era augurale: portavano un contributo alla salvezza dell’anima dei cantanti e degli attori e del pubblico che assisteva alla rappresentazione.

La congiunzione per ciò che (varianti: perciò che, perciocché) è oggi avvertita come letteraria. È sinonimo di perché, poiché, dato che, per il fatto (o la ragione, oppure il motivo) che, e il suo valore è dunque causale. Anticamente poté significare anche affinché, e se oggi si adopera poco, e sempre meno, altre due congiunzioni simili, dall’identico significato, non si usano proprio più. Sono perciosiaché e perciofossecosaché, scarsamente documentate già nell’Ottocento. Un dizionario italiano-inglese (A New Dictionary of the Italian and English Languages, based upon that of Baretti, and […] compiled by John Davenport […] and Guglielmo Comelati […], vol. I, Italian and English, London, Whittaker and Co., 1854, p. 468) le attesta entrambe, traducendole in ambedue i casi con because. Sono parenti strette, per il grado di sofisticatezza, col conciossiacosaché del famigerato brano di apertura del Galateo:

Conciossiacosaché tu incominci pur ora quel viaggio del quale io ho la maggior parte, sì come tu vedi, fornito, cioè questa vita mortale, amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, caminando per essa, possi agevolmente o cadere, o come che sia, errare: accioché tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con la salute dell’anima tua e con laude et onore della tua orrevole e nobile famiglia.

Sul Galateo e l’altisonante congiunzione d’inizio, il cui significato è anche stavolta causale (altrove può avere valore concessivo: ‘sebbene, benché’), Vittorio Alfieri ha raccontato, nella sua Vita, un vivace episodio. Un giorno un uomo di chiesa, Paolo Maria Paciaudi (1710-1785), gli porta una copia del trattato di monsignor Della Casa raccomandandogli «di ben meditarlo quanto ai modi, che certo ben pretti toscani erano, ed il contrario d’ogni franceseria», e a quella vista il giovane Alfieri – non era ancora trentenne – reagisce malamente:

Io, che da ragazzo lo aveva (come abbiam fatto tutti) male letto, poco inteso e niente gustatolo, mi tenni quasiché offeso di questo puerile e pedantesco consiglio. Onde, pieno di mal talento contro quel Galateo, lo apersi. Ed alla vista di quel primo Conciossiacosaché a cui poi si accorda quel lungo periodo cotanto pomposo e sì poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera che, scagliato per la finestra il libro, gridai quasi maniaco: “Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie in età di venzett’anni mi convenga ingojare di nuovo codeste baje fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sì fatte pedanterie”.

Un bel carattere.

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni.