Il grande Charles Mingus

Grande e grosso, ma soprattutto grande per la storia del jazz e del contrabbasso: e morì oggi, 40 anni fa

di @stefanovizio
(Ansa)

Il 5 gennaio 1979, quarant’anni fa, morì in una città del Messico meridionale Charles Mingus, uno dei più grandi jazzisti di sempre, leggendario compositore e vulcanico contrabbassista, entrato nella storia e nell’immaginario della musica contemporanea con i suoi sigari sempre accesi, la sua mole mastodontica e il suo temperamento inquieto che gli valse il soprannome di “uomo arrabbiato del jazz”. Mingus, uno dei quattro-cinque nomi che solitamente vengono fuori quando si parla dei musicisti che hanno fatto il jazz della seconda metà del Novecento, aveva 57 anni, decine di dischi alle spalle e centinaia di concerti in locali fumosi e chiassosi di ogni città americana, sul palco insieme a gente come Charlie Parker, Miles Davis, Dizzy Gillespie, Bud Powell e a tanti altri protagonisti del be bop, una delle grandi rivoluzioni musicali del secolo scorso.

I meriti riconosciuti a Mingus sono tanti, legati sia alla sua attività come musicista che a quella come compositore. È infatti considerato da qualcuno il principale erede di Duke Ellington, il più importante direttore d’orchestra e compositore jazz di sempre: Mingus fece alcune tra le sue cose migliori alla guida di band di medie dimensioni, tra gli otto e i dieci elementi. Cioè meno delle cosiddette big band, quelle predilette da Ellington, ma più imponenti delle formazioni che andavano per la maggiore tra i jazzisti più inventivi e visionari degli anni Sessanta e Settanta, che normalmente preferivano i quartetti o i quintetti. Con queste band, Mingus orchestrò e arrangiò moltissimi pezzi diventati poi degli standard, cioè reinterpretati innumerevoli volte dai jazzisti dei decenni successivi.

Lo strumento principale di Mingus fu il contrabbasso, che prima di allora non aveva mai avuto interpreti così protagonisti e carismatici, ed era stato confinato alle retrovie delle band jazz, insieme al resto della sezione ritmica. Assieme a qualche altro virtuoso dello strumento suo contemporaneo, Mingus definì lo stile e le tecniche di improvvisazione che avrebbero guidato i contrabbassisti nei decenni successivi. Integrò le funzioni di indirizzo armonico e accompagnamento ritmico del contrabbasso alle acrobazie melodiche e alle invenzioni armoniche dei sax e delle trombe, ma le caratteristiche e i limiti fisici dello strumento lo costrinsero sempre a una grande originalità negli assoli. Uno degli ultimi musicisti con cui collaborò fu Jaco Pastorius, considerato uno dei più talentuosi bassisti elettrici di sempre.

Mingus nacque nel 1922 a Nogales, in Arizona. Sua madre morì quand’era piccolo, e suo padre, un sergente dell’esercito, lo crebbe nel quartiere di Watts, a Los Angeles. Fin da piccolo si distinse per un’intelligenza vivace, tanto che suo padre gli diceva spesso che «anche per gli standard di un bianco sei un genio». Studiò vari strumenti, e il suo preferito era il violoncello: ma per un afroamericano era piuttosto difficile diventare un musicista classico, e ripiegò sul contrabbasso solo quando gli venne offerto un posto in un’orchestra swing. Si fece subito notare, e a 21 anni era già lì a suonare e registrare con alcuni dei migliori musicisti jazz degli Stati Uniti, compreso Louis Armstrong.

Mingus è tuttora inserito tra i più grandi compositori del Novecento nonostante la sua formazione nella teoria musicale, perlomeno all’inizio della sua carriera, lasciasse parecchio a desiderare. Ma accompagnò il suo talento a una smisurata conoscenza della storia e delle origini della musica nordamericana, dal jazz di New Orleans al blues e al gospel del sud degli Stati Uniti, generi che infatti sono presenti nella maggior parte dei suoi lavori. Non fu mai un pioniere nel senso più stretto del termine, e preferì sempre rimarcare i suoi legami con la tradizione piuttosto che nasconderli.

All’inizio degli anni Cinquanta, Mingus era uno dei più quotati contrabbassisti del giro, e si esibiva regolarmente con Charlie Parker, il sassofonista che fu il principale inventore del be bop, quel tipo di jazz che tra gli anni Quaranta e i Cinquanta cambiò la musica americana introducendo progressioni armoniche complesse e imprevedibili, tempi veloci e lunghe improvvisazioni degli strumenti. Molti dei più grandi musicisti di quell’epoca, a partire da Parker, passarono alla storia anche per i loro eccessi, che spesso e volentieri prevedevano l’abuso di alcol e droghe.

Mingus fu sempre piuttosto insofferente verso queste tendenze, tanto che ci sono vari racconti di concerti durante i quali si scusò col pubblico per il comportamento dei musicisti con cui suonava (capitava che Parker o Powell si addormentassero in piedi sul palco, per esempio, o che il primo arrivasse ai concerti senza sax). Proprio con Parker e Powell, e con Gillespie e Max Roach, Mingus suonò nel 1953 in un celebre concerto alla Massey Hall di Toronto, registrato in uno dei più importanti dischi live di jazz di sempre.

Dalla seconda metà degli anni Cinquanta, Mingus si specializzò come compositore e direttore d’orchestra, mettendo insieme varie formazioni soprattutto nell’area di New York, che presero il nome di Jazz Workshop. Ci passarono alcuni dei migliori musicisti degli anni Sessanta e Settanta, che Mingus scovava quando ancora erano sconosciuti preferendo quelli che sapevano suonare bene in gruppo a quelli particolarmente virtuosi. Nel 1956 registrò il primo grande disco alla guida di una band tutta sua, Pithecanthropus Erectus, insieme tra gli altri al sassofonista Jackie McLean. Nel 1959 invece uscì Mingus Ah Um, considerato ancora oggi il suo capolavoro, che contiene “Goodbye Pork Pie Hat”, forse il suo standard più conosciuto.

Mingus non aveva un carattere facile, e anzi era famoso per essere irascibile e talvolta perfino manesco: una condizione che preoccupava molti di quelli che suonavano con lui, visto che era un omaccione di dimensioni ragguardevoli. È famoso l’episodio di quella volta in cui, nel 1962, tirò un pugno in faccia al trombonista Jimmy Knepper, mentre i due stavano suonando nel suo appartamento. A Knepper saltò un ponte dentale, e la sua imboccatura – cioè la configurazione della bocca rispetto allo strumento a fiato – ne fu compromessa al punto che perse un’ottava (cioè non poté più suonare certe note). Lì per lì Knepper non ne volle più sapere di lavorare con Mingus, che per l’episodio ottenne pure una condanna minore. Nei suoi ultimi anni di vita, però, i due si riappacificarono, e Knepper suonò spesso con la Mingus Dinasty, la band messa insieme dopo la sua morte.

In molti raccontarono che l’indole burrascosa di Mingus si esprimeva anche nel suo stile musicale, caratterizzato da una grande tensione e spesso da un incedere in leggerissimo anticipo sul tempo, ad accentuarne il carattere frenetico. Ma oltre alle sfuriate e alle litigate, Mingus era considerato da molti suoi contemporanei un tipo difficile con cui avere a che fare perché era poco incline ai compromessi per quanto riguarda le discriminazioni razziali, che i musicisti afroamericani subivano quotidianamente indipendentemente dal loro talento e dalla loro fama. «Non chiamatemi jazzista» disse una volta nel 1969, «jazzista significa negro, discriminazioni, cittadino di serie B, sedili al fondo dell’autobus».

Negli anni Sessanta, Mingus sfornò una lunga serie di dischi con le più importanti etichette, compresi Blues & RootsThe Black Saint and the Sinner Lady, alcuni tra i suoi più famosi e riusciti. Nel 1964 mise insieme un sestetto con Dannie Richmond, Jaki Byard, Eric Dolphy, Johnny Coles e Clifford Jordan, una delle band con cui ebbe più successo e con la quale fece molti concerti in Europa, dove fu sempre molto apprezzato. Nel 1964, Mingus conobbe Sue Graham Ungaro, produttrice discografica che sposò due anni dopo in una cerimonia officiata dal poeta Allen Ginsberg.

Negli anni Settanta continuò a registrare dischi, tra cui Changes OneChanges Two, i più ricordati di quel periodo. Erano anni in cui molti dei musicisti diventati famosi negli anni Sessanta, da Miles Davis a Herbie Hancock, passarono alla fusion e agli strumenti elettrici: Mingus invece continuò a lavorare quasi solo con le formazioni tradizionali e gli strumenti acustici. Un’eccezione fu uno dei suoi ultimissimi lavori, che non riuscì a completare e uscì postumo: Mingus, in cui la cantante Joni Mitchell cantò alcuni classici della sua carriera e alcune sue nuove composizioni, suonate in chiave fusion e con tastiere, bassi e chitarre elettrici, e con gente come Hancock, Pastorius, Wayne Shorter e John McLaughlin.

Mingus era malato di sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurodegenerativa che gli impedì di suonare nell’ultimo periodo della sua vita. Morì di arresto cardiaco a Cuernavaca in Messico, dov’era andato a curarsi. Le sue ceneri furono sparse sul fiume Gange, in India.