E poi, i diritti umani

Settant'anni fa oggi fu approvata la "Dichiarazione Universale" e da lì bisognerebbe ripartire

di Marcello Flores
Un bambino di due anni durante l'arresto e la perquisizione di sua madre, richiedente asilo dell'Honduras, al confine tra Texas e Messico, 12 giugno 2018 (John Moore/Getty Images)

Se si escludono meritevoli eccezioni, le celebrazioni del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani (DUDU) non hanno suscitato eccessivo interesse e men che meno una riflessione su quale sia lo stato dei diritti umani oggi nel mondo e in Italia. Ciò è dovuto prevalentemente, e non potrebbe essere altrimenti, al clima generale che si condivide in varie parti del mondo, dove il “We first” riesce al massimo a riconoscere la necessità di difendere i diritti dei «cittadini» ma al contempo ritiene utile sacrificare i diritti delle «persone» pensando che sia inevitabile se si vuole soddisfare gli interessi (e le paure) dei cittadini.

Settant’anni fa la grande rivoluzione e originalità rappresentate dalla DUDU si fondavano proprio sull’aver esteso a ogni persona – dopo le tragedie dei totalitarismi e della Seconda guerra mondiale – la «dignità» e i «diritti» che un tempo riguardavano solo alcune categorie di cittadini. Aver messo al centro la dignità significava, nella sostanza, due cose: indicare agli stati che non potevano escludere nessuno – nessuna persona – dalla protezione di tutti quei diritti che sostanziano la dignità di ognuno (diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza, come recita in bella sintesi l’articolo 3; o diritto all’uguaglianza, alla partecipazione, alla giustizia, come ricordano i successivi); ma anche suggerire agli stati che dovevano attivarsi positivamente per individuare misure che facilitassero il compimento e concretizzazione di quella dignità.

Che oggi le cose non siano così è purtroppo sotto gli occhi di tutti: non solo mancano quasi sempre queste scelte di implementazione dei diritti (di uguaglianza in primo luogo ma senza sacrificare quelli di libertà), ma la stessa protezione viene man mano ridotta e riservata solo alle «proprie» persone, ai propri «cittadini», trascurando quella gigantesca conquista di civiltà fatta – è vero – all’indomani della più grande tragedia collettiva dell’umanità, ma anche mentre già si stava profilando il nuovo scontro della guerra fredda che avrebbe diviso il mondo per quarant’anni. Basta guardare alle azioni dei governanti politici di oggi (Trump negli Usa, Putin in Russia, Xi Jinping in Cina, Modi in India, Erdogan in Turchia, Bolsonaro in Brasile) per capire come anche da noi ci sia una corsa a imitarli e a rafforzare così il proprio successo e gradimento elettorale.

C’è un altro pericolo, però, che è presente oggi ed è cresciuto negli ultimi anni: quello di chi ritiene i diritti umani un’invenzione astuta e ipocrita dell’Occidente (magari dell’«imperialismo» occidentale), utile a imporre il neoliberismo ovunque, giustificando il saccheggio e l’oppressione economica in cambio di libertà formali, mettendo sotto accusa l’impotenza e la parzialità delle Nazioni Unite insieme all’inefficienza ed elitarismo dell’Unione Europea: e ritenendo che pensare e parlare di un nuovo orizzonte postcapitalista di cui nessuno delinea i caratteri possa permettere di organizzare lotte più giuste e vincenti sul terreno dell’uguaglianza.

È fuor di dubbio che almeno dopo un periodo che sembrava avere acquisito la coscienza più piena dei diritti umani dalla fine della guerra mondiale, a cavallo tra fine XX e inizio XXI secolo, a partire dall’11 settembre 2001 molte scelte fondamentali compiute dai principali paesi occidentali non hanno fatto che aggravare il campo già esteso di violazione dei diritti umani. Ma è anche vero che sono continuati, in questi ultimi diciassette anni, i tentativi di ricostruire una visione che metteva sinceramente al primo posto l’universalità dei diritti e la loro estensione a ogni «persona», anche contro la pratica dei propri governi. La crescita del volontariato, del mondo delle Ong, ha testimoniato proprio questo, proseguendo nell’azione che da sempre, almeno dalla fine del Settecento, ha visto piccoli gruppi di persone impegnarsi in lotte e campagne per i diritti che solo col tempo sono diventate patrimonio comune e sono riuscite a imporsi e a farsi, così, istituzionalizzare dagli stati e dai governi. Anche questo, non bisogna dimenticarlo, fa parte della «cultura occidentale», forse più profondamente delle teorizzazioni sovraniste e discriminatorie che oggi sembrano crescere quasi senza argini.

L’arretramento che in molti casi si registra sul terreno dei diritti non può condurre a ritenere che quella cultura sia stata complice delle nuove disuguaglianze e dei nuovi errori che vediamo ogni giorno: deve invece far accettare che essa sia stata – purtroppo – indebolita, che abbia conosciuto battute d’arresto e sconfitte. Solo la ripresa dello spirito che settant’anni fa aveva informato gli estensori della DUDU (vorrei ricordare, tra quelli che più vi contribuirono, l’americana Eleanor Roosevelt, il francese René Cassin, il libanese Charles Malik, il cinese Peng-chun Chang, il filippino Carlos Romulo, il canadese John Humphrey), uno spirito che poneva in stretta connessione la dignità e i diritti attraverso cui essa si sarebbe dovuta poter realizzare, può permettere di guardare – senza fretta ma anche senza ritardi – alla necessità di aprire una nuova fase nella storia dei diritti umani e della loro realizzazione.

Marcello Flores, storico e saggista, ha insegnato Storia contemporanea e Storia comparata all’Università di Siena.

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