• Moda
  • mercoledì 10 ottobre 2018

La moda modesta in Italia

Stanno nascendo aziende locali e una vera e propria industria – con corporazioni, eventi, sfilate, riviste – attorno agli abiti delle donne musulmane

Un settore in crescita nel mondo della moda è quello della “modest fashion”, la cosiddetta “moda modesta”, cioè quella che propone abiti non aderenti, non trasparenti e che coprono gran parte del corpo; la maggior parte delle clienti sono donne musulmane, ma ci sono sempre più anche ebree ultra-ortodosse e cattoliche. Negli ultimi anni anche in Occidente sta nascendo un mercato della modest fashion, sia per l’aumento degli abitanti musulmani, sia per l’interesse delle aziende occidentali nel settore: i musulmani spendono tantissimo in abbigliamento e coprono l’11 per cento dei soldi spesi nel settore a livello mondiale. Secondo un rapporto di Reuters, nel 2015 i musulmani avevano speso in abbigliamento 243 miliardi di dollari (quasi 200 miliardi di euro) e l’aspettativa di crescita era di oltre 368 miliardi (300 miliardi di euro) entro il 2021. Sono cifre notevoli, se si considera che, sempre nel 2015, il mercato dell’abbigliamento in Regno Unito valeva 109 miliardi di dollari, 99 in Germania e 96 in Italia (rispettivamente 95, 86 e 84 miliardi di euro).

Fino a poco tempo fa in Occidente, e quindi in Italia, le donne musulmane compravano abiti al mercato e in negozietti di quartiere, o se li facevano portare dagli amici in visita o se li cucivano a casa. Poi sono arrivati i siti di abbigliamento modesto online, come il turco Modanisa, mentre molte iniziavano a cucirsi gli abiti da sé, adattandoli al gusto e al clima locale: è così che sono nati molti marchi di fast fashion in Europa e Stati Uniti. Nel frattempo la moda modesta si è trasformata, da frammentata e artigianale, in un’industria che organizza eventi e sfilate in tutto il mondo, con un organo che la rappresenta – l’Islamic Fashion and Design Council (IFDC) – e siti e riviste che raccontano le ultime tendenze e le collezioni più belle.

La moda modesta è in crescita anche in Italia, che è il quarto paese dell’Unione Europa per abitanti musulmani: circa 2,8 milioni di persone, pari al 4,8 per cento del totale. Questo ha portato alla nascita di marchi italiani e a un interessamento nel settore sia da parte di aziende straniere che di organizzazioni di moda italiana. L’IFDC ha aperto la sua sezione italiana nel 2015, a Milano; la prima azienda di moda modesta italiana è stata fondata a Torino dalla stilista Hind Lafram e sempre a Torino, alla seconda edizione della Settimana della moda tenutasi a luglio 2017, ci sono state le prime sfilate di modest fashion, con 31 stilisti da 23 paesi diversi. Sono andate bene e sono state riproposte anche all’edizione successiva, nel luglio del 2018.

Non c’è un legame particolare tra Torino e la moda modesta, se non l’aver intuito le potenzialità del settore ed essersi interessata prima di altre città. A Milano la moda modesta è arrivata ufficialmente il 24 settembre scorso, durante la Settimana della moda, quando è stata organizzata la Milan Fashion Week Modest Soirée. In quell’occasione quattro aziende hanno presentato le loro collezioni per la primavera-estate 2019: Bow Boutique dall’Arabia Saudita e Chantique dal Brunei – le due vincitrici dei IFDC Award (i premi dell’IFDC) – e due italiane, Luya Moda per il ready-to-wear e Isabella Caposano con l’alta moda del suo atelier.

La serata di Milano è stata particolarmente importante perché si è affiancata al più importante evento dedicato alla moda italiana, nonché uno dei più rilevanti al mondo, e anche perché ha confermato il programma dell’IFDC in Italia: lanciare una piattaforma di moda modesta sul mercato internazionale, rivolta sia alle boutique che ai grandi rivenditori di tutto il mondo. La sede è stata aperta con Infinita Group, un sito di e-commerce di abbigliamento italiano fondato da Paolo Costanzo, che è stato il primo presidente della IFDC italiana. Costanzo progettava di lanciare un sito di vestiti prodotti in Italia e destinati a clienti musulmani: per questo aveva contattato artigiani locali, blogger e stilisti musulmani per capire meglio le esigenze del mercato.

Sara Aslaoui, country manager dell’IFDC in Italia, ha detto che in Italia la moda modesta è ancora in fase di sviluppo ed è presto per avere dei dati. Un po’ di cose però si sanno: i clienti italiani sono perlopiù musulmani, circa 800 mila, a cui si aggiungono «donne di altre fedi o atee che abbracciano i valori della moda modesta». Comprano soprattutto online, in particolare sul sito di e-commerce turco Modanisa, perché «non sono ancora presenti negozi fisici di modest fashion, se non alcuni rivenditori di abbigliamento acquistato dai paesi arabi o dalla Turchia»; e qui c’è ovviamente un’occasione per chi riuscirà a occupare per primo questo spazio vuoto.

Alcuni marchi di lusso italiani si stanno interessando alla moda modesta e hanno già proposto collezioni destinate al mondo arabo, come Dolce & Gabbana, Prada e Valentino. Intanto stanno nascendo anche le prime aziende italiane, come la già citata Hind Lafram e gli stilisti che hanno sfilato a Torino, che «stanno
vedendo dei buoni risultati», dice Aslaoui: al momento si rivolgono soprattutto al Medio Oriente, ma «la domanda c’è ed è a livello globale». Stanno nascendo anche le prime aziende di cosmetici halal, cioè rispettosi dei precetti della religione islamica: tra queste ci sono Ithaly, la prima a produrre smalti halal, e RF cosmetici, che produce principalmente per terzi e che nel 2015 ha lanciato la sua prima linea cosmetica halal. In generale, dopo la Turchia, in Europa la moda modesta vende soprattutto in Germania, Francia e Regno Unito.

È in Regno Unito, a Manchester, che ha sede anche Luya Moda, una delle due aziende italiane che hanno sfilato a Milano. È stata fondata nel 2018 da Francesca Cocconi, che è di Parma ma che ha lasciato l’Italia nel 1996 per vivere a Londra, in Kuwait e poi a Manchester. Cocconi ha sempre lavorato nella moda: ha iniziato come commessa e poi ha fatto la responsabile di negozio e la buyer (cioè chi decide cosa rivendere nei negozi) per Emporio Armani, Gucci, Yves Saint Laurent e Bottega Veneta. La sua storia è simile a quella di altre fondatrici di marchi di modest fashion: «Io sono musulmana e ho sempre avuto difficoltà nel trovare questo tipo di abbigliamento. E comunque penso che una donna “ben” vestita si senta più a suo agio nell’esprimersi liberamente senza avere paura di dovere apparire o attrarre inutili attenzioni. Il nostro motto è “reflect your soul in your image”, rifletti la tua anima nella tua immagine, senza per forza seguire una moda in particolare o senza sentirsi in obbligo di provocare o ricevere attenzioni. Sii te stessa». L’azienda, nata anche grazie «al sostegno di mio marito. Lui ha sempre creduto in me e nel mio talento», è formata principalmente donne: disegnano gli schizzi degli abiti che vengono mandati in sartoria, dove vengono confezionati i prototipi. Al momento lavora con i buyer che ordinano i vestiti per i loro negozi, ma conta di aprire un suo store online nel 2019.

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