Instagram ci mostra vite troppo belle?

E se sì: è un buon modo per stare allegri o è una brutta botta per l'autostima?

(Arun Nevader/Getty Images for Saks Fifth Avenue)

https://www.ilpost.it/2017/09/22/storie-instagram-trucchi/Instagram è il social media del momento, ed è un momento che dura ormai da molto: è usato almeno una volta al mese da oltre un miliardo di persone, e almeno una volta al giorno da 500 milioni di utenti. Il formato delle Storie esiste da poco più di due anni: nell’aprile 2017 almeno 200 milioni di persone ne facevano almeno una al giorno, nel giugno 2018 erano 400 milioni. Instagram piace, a quelli a cui piace, perché è un luogo positivo e complice, senza il linguaggio violento e tossico così frequente su Facebook e Twitter, e invita a condividere cose belle e a interagire con apprezzamenti alle cose belle condivise dagli altri. Per qualcuno, però, questa caratteristica è anche il suo più grande problema: quelle cose belle sono finte, artificiose, esagerate.

Il giornalista di tecnologia Alex Hern ha scritto sul Guardian che «secondo sempre più utenti ed esperti di salute mentale, la positività di Instagram è il suo problema, perché mette un’inarrestabile enfasi sulla promozione di stili di vita “perfetti”». Se Instagram è visto come un social media buono perché sereno, Hern ribalta la questione dicendo che forse non è così buono, proprio perché troppo sereno.

Twitter è considerato il social media su cui, oltre a tenersi informati, si cerca sempre la battuta e si esprime un’opinione, spesso critica, su una svariata quantità di cose, spesso litigando. Hern ha scritto che Instagram «sembra invece il social network più amichevole che si possa concepire. È una comunità di persone che comunicano soprattutto visivamente e in cui l’interazione principale è un doppio tocco su un’immagine per mettere un “cuore”; è un social network in cui un contenuto tende a diventare virale grazie alla sua positività, e in cui molti profili più seguiti sono di cani e gatti». Secondo lui il problema è però che, a differenza di altri social media, Instagram «spinge i suoi utenti a presentare un’immagine di sé allegra, attraente, ma che per altri potrebbe risultare ingannevole e addirittura nociva». Hern l’ha spiegata così: «Se Twitter è il posto in cui tutti diventano terribili e Facebook è la dimostrazione che tutti sono noiosi, Instagram ti fa temere che tutti siano perfetti. Tutti tranne te».

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I motivi per cui Instagram è percepito in questo modo stanno nella sua struttura. È una piattaforma che funziona soprattutto per immagini, non per parole, e ogni volta che si vuole condividere un’immagine si viene invitati a modificarla, migliorarla, renderla ancora più bella con filtri e correzioni. È la versione moderna delle diapositive delle vacanze: solo che le diapositive erano tante, non era possibile aggiungere il filtro Juno e gli spettatori erano pochi. Su Instagram molte persone – stime recenti parlano di 11 milioni di persone al giorno, in Italia – fanno più o meno la stessa cosa: provano a raccontare la loro vita (non solo le loro vacanze) cercando di renderla attraente. Rispetto alle diapositive, cambiano la qualità dei contenuti e il numero di spettatori.

La Royal Society for Public Health (RSPH) è un’associazione britannica che si occupa di informare le persone su salute e benessere. Nel 2017 fece un sondaggio sugli effetti negativi che Facebook, Snapchat, Twitter, YouTube e Instagram avevano sugli utenti tra i 14 e i 24 anni. Instagram era il social media che secondo gli intervistati aveva su di loro le peggiori conseguenze: in particolare sulla loro FOMO (“Fear Of Missing Out”, la paura di essere esclusi da qualcosa che sta succedendo), sulla loro percezione del proprio corpo e sul loro sonno. Niamh McDade, ricercatore del RSPH, ha detto a Hern: «Al primo impatto, Instagram può sembrare molto amichevole. Ma continuare a guardare le foto degli altri senza interagire non fa bene. […] Il fatto è che su Instagram condividi solo cose che hanno lo scopo di metterti in buona luce. Su Twitter e su Facebook vedi invece molte cose che non servono solo a dire “Ehi, guarda la mia vita meravigliosa”».

Secondo Hern, Instagram è diventato quello che è soprattutto dopo una modifica del suo algoritmo, fatta nel 2016. Prima di quella modifica i contenuti erano mostrati in ordine cronologico, mentre ora non è più così: dal 2016 Instagram decide cosa mostrare agli utenti in base ai loro interessi, alle loro interazioni con gli altri profili e alla frequenza del loro utilizzo dell’app. Instagram tende ora a mostrare di più i contenuti che sono piaciuti di più, e i contenuti che piacciono di più sono spesso quelli positivi e meglio riusciti. Hern ha scritto che dal 2016 Instagram ha iniziato a mostrare «una versione selezionata e irrealistica di un feed che era già pieno di contenuti selezionati e irrealistici».

Le opinioni di Hern e il sondaggio del RSPH non sono verità assolute. Di certo l’osservazione passiva di stili di vita fintamente perfetti può essere nociva per qualcuno, ed è probabile che Instagram, per com’è fatto, mostri il fianco a questo problema. Ma è anche vero che Instagram è un fenomeno così recente che è impossibile averne certezze, o prevedere cosa sarà tra un anno. Tante persone hanno interazioni diverse con Instagram; alcune ne fanno un uso passivo, altre ne fanno un uso attivo. La psicologa e sociologa Sherry Turkle disse nel 2012, anno della creazione di Instagram, che i social media ci rendono «da soli insieme». Le Storie, che da due anni sono una parte rilevante di Instagram, sono fatte per mostrare contenuti un po’ più realistici e quotidiani, e quindi anche meno perfetti. Infine va sempre ricordato che Instagram permette di scegliere chi seguire, e la scelta è vastissima: basta fare le giuste scelte per avere il giusto feed.

Oltre alle sue considerazioni, Hern ha anche raccontato la sua esperienza personale con Instagram. Ha scritto che sta provando a aprire l’app sempre meno e che segue giusto un paio di centinaia di persone, soprattutto per seguire solo chi conosce davvero. Nonostante questo si è lamentato di «vedere un infinito feed di familiari e amici che fanno cose incredibili e si divertono tantissimo, senza di me».

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