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  • venerdì 13 aprile 2018

Lo stupro e l’assassinio di una bambina hanno creato nuove forti tensioni nel Kashmir indiano

Ci sono otto uomini indù arrestati per un crimine orrendo e manifestazioni di piazza e politici che li difendono

Protesta nel Kashmir contro lo stupro e l'omicidio di una bambina di otto anni, Srinagar, 22 febbraio 2018 (AFP/Getty Images)

Asifa era una bambina musulmana di otto anni che viveva a Kathua, nel Kashmir indiano: lo scorso 10 gennaio era stata rapita, drogata, stuprata, picchiata e uccisa. Il suo corpo era stato trovato una settimana dopo e otto uomini erano stati arrestati: sei con l’accusa di essere direttamente coinvolti e due, che sono dei poliziotti, per aver cercato di compromettere delle prove durante la successiva indagine. Lo stupro di gruppo, la tortura e la morte di una bambina musulmana nel Kashmir controllato dall’India ha suscitato diverse proteste a cui hanno partecipato migliaia di persone che appartengono a un gruppo radicale indù che ha legami con il partito attualmente al governo: ma le proteste sono state organizzate per chiedere il rilascio degli uomini accusati.

Il Kashmir indiano è la regione che si trova nel nord del subcontinente indiano, rivendicata da decenni dall’India e dal Pakistan. La guerra tra i due paesi per il controllo del Kashmir cominciò quasi settant’anni fa, quando entrambi divennero stati sovrani indipendenti, anche se su idee profondamente diverse di nazionalismo: il nazionalismo indiano si sviluppò su un’idea di paese laico, multiculturale e multireligioso; quello pakistano invece attorno alle idee basate sull’Islam come elemento culturale comune della popolazione. Lo stato del Kashmir fu un’eccezione nel contesto della spartizione su base religiosa, perché nonostante la sua popolazione fosse in maggioranza musulmana, il Maharaja Hari Singh, il sovrano, decise di firmare l’annessione all’Unione Indiana. Ne seguì la prima guerra per il Kashmir, che si concluse solo nel 1949 con la divisione della regione in due parti: il Jammu Kashmir, assegnato all’India, e lo Azad Kashmir, assegnato al Pakistan.

Da allora il Pakistan ha continuato a rivendicare il Kashmir indiano – quello più esteso, con capitale Srinagar – con politiche sempre più aggressive, tra cui il sostegno di movimenti insurrezionali. Nel 1965 cominciò la cosiddetta “seconda guerra del Kashmir”, che durò per cinque mesi e si concluse con migliaia di persone uccise o catturate, senza però che venisse trovata una soluzione definitiva. Negli anni successivi ci furono altri scontri non molto significativi e una tregua stabilita nel 2003. Nel 2014, però, le elezioni sono state vinte dal BJP, il Partito Popolare Indiano del primo ministro Narendra Modi, di orientamento nazionalista indù e conservatore. Prima del 2014 e dalla fine dell’era coloniale nel 1947, l’India era sempre stata governata dal Partito del Congresso, laico e di centrosinistra, quello della famiglia Gandhi per intenderci. Nel 2014 gli eserciti di India e Pakistan si erano scontrati di nuovo sul confine conteso del Kashmir. Da lì in poi erano aumentate le provocazioni e gli attacchi da parte dei gruppi estremisti indù, e i musulmani, che rappresentano oggi circa il 13 per cento della popolazione, hanno cominciato a vivere una situazione di insicurezza e isolamento sempre maggiori.

A Kathua, città del Jammu-Kashmir dove è stata rapita la bambina, le tensioni tra nomadi musulmani e indù proseguono da qualche anno per una disputa legata alla terra. Il Kashmir ha circa un milione di pastori nomadi che allevano pecore, capre e cavalli e che per secoli hanno vissuto migrando d’estate nei pascoli degli altipiani e tornando nelle pianure del Jammu-Kashmir durante l’inverno per vivere in rifugi temporanei. Negli ultimi vent’anni alcuni di loro hanno iniziato a stabilirsi in case permanenti, di solito costruite nelle foreste, causando un aumento dei conflitti con gli indù che a loro volta abitano in quelle aree. Gli indù sostengono che i pastori abbiano invaso i loro territori.

La polizia del paese ha dichiarato che l’attacco contro la bambina era stato pianificato da oltre un mese dagli indù per spaventare i pastori nomadi musulmani e costringerli a lasciare l’area. Lo scorso 10 gennaio Asifa era stata rapita mentre pascolava i cavalli, attirata da un uomo che l’aveva chiamata nella foresta, che l’aveva presa per il collo e che l’aveva costretta a prendere dei sonniferi (era un “bersaglio facile”, ha spiegato la polizia). Con l’aiuto di un altro uomo, la bambina era stata portata e rinchiusa dentro un piccolo tempio indù. I rapporti forensi dicono che per tre giorni Asifa era stata ripetutamente violentata, colpita con una pietra e infine strangolata. Alla fine il suo corpo era stato gettato nella foresta, dove era stato trovato una settimana dopo il rapimento.

Otto uomini erano stati arrestati in relazione al caso e alcuni di loro, secondo quanto dichiarato dalla polizia, hanno confessato: ci sono poi diversi testimoni che hanno confermato il loro coinvolgimento e ci sono le prove del DNA che li collegano allo stupro e all’omicidio. Tra gli arrestati ci sono anche due agenti di polizia accusati di aver ricevuto 500 mila rupie per aver creato delle false prove. Uno degli arrestati – che sarebbe anche la persona che ha pianificato il tutto – si chiama Sanji Ram ed è il custode del tempio indù in cui la bambina è stata portata: Ram avrebbe pagato i due agenti locali, uno dei quali si sarebbe anche unito alla ricerca del corpo della bambina.

Nel 2012 lo stupro di gruppo e l’uccisione di una studentessa di 23 anni a New Delhi causarono moltissime proteste in tutta l’India e spinsero il governo a inasprire le leggi contro lo stupro. L’episodio del Kashmir, però, è diventato un’altra storia che non ha a che fare con la violenza contro le donne, ma con un conflitto territoriale e religioso. Dopo l’arresto dei sospettati, lo scorso febbraio, i membri di un gruppo estremista indù hanno marciato per le strade di Jammu, la più grande città del sud del Kashmir, portando una bandiera dell’India, cantando slogan nazionalisti e chiedendo che la polizia liberasse gli uomini arrestati. Il gruppo ha legami con il governo del BJP e alcuni ministri e alti funzionari di quel partito hanno difeso pubblicamente gli imputati e contribuito a organizzare le proteste. Anche alcune donne indù hanno organizzato dei cortei e hanno cominciato uno sciopero della fame, sempre per chiedere il rilascio degli imputati.

Qualche giorno fa, circa quaranta avvocati indù di Kathua hanno infine cercato di impedire alla polizia di presentare il rapporto conclusivo sulle indagini al tribunale locale dicendo che quell’indagine era stata compromessa e che gli accusati erano stati incastrati: sostengono che poiché alcuni degli inquirenti del caso sono musulmani, non ci si possa fidare della loro imparzialità. Hanno quindi chiesto che il caso venga trasferito all’agenzia controllata dal governo nazionale (e in molti sospettano che proprio per questo motivo ci possa essere maggiore clemenza). Dopo alcuni scontri e l’arrivo di rinforzi, il rapporto è stato comunque consegnato al tribunale.

Il primo ministro Narendra Modi, un nazionalista indù, deve ancora commentare il caso e il coinvolgimento dei ministri e dei funzionari del suo partito nelle proteste a sostegno degli accusati. Ranjana Kumari, attivista e direttrice del Centro per le ricerche sociali dell’India, ha detto che il silenzio da parte dei leader politici nazionali sull’assassinio di Asifa è «orrendo» e ha ipotizzato che ci sia un legame con le elezioni che si terranno nel 2019.

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