Spotify si è quotata in borsa

Ma lo ha fatto in un modo inusuale e rischioso, senza un'IPO e senza intermediari: è andato tutto liscio, per ora

(BRYAN R. SMITH/AFP/Getty Images)

Mercoledì Spotify, il più grande servizio di streaming musicale al mondo, si è quotato in borsa: è andato tutto liscio e il valore delle sue azioni, che per le modalità con cui è avvenuta la quotazione potevano subire notevoli variazioni rispetto alla valutazione iniziale, si sono attestate su un valore superiore alle aspettative. Nel momento dell’apertura della borsa di New York, le azioni di Spotify hanno debuttato a 165,90 dollari, molti di più dei 132 dollari della valutazione iniziale. Alla chiusura della borsa erano a 149,01 dollari, per una valutazione totale di Spotify a 26,5 miliardi di dollari. La quotazione in borsa di Spotify era il momento più importante nella storia dell’azienda, anche se arrivato con un metodo inusuale, che è stato osservato e commentato con curiosità e che potenzialmente potrebbe essere imitato da altre società simili: invece di ricorrere a un’offerta pubblica iniziale (IPO), Spotify ha scelto una “quotazione diretta” alla borsa di New York.

Normalmente con un’IPO una società posseduta da poche persone o investitori decide di raccogliere nuovi capitali creando nuove azioni e vendendole al pubblico: questo avviene con l’intermediazione delle banche, che trovano grandi investitori disposti a comprare le azioni settimane prima, e che intervengono per mantenere stabile il prezzo delle azioni se durante la quotazione le cose non vanno come previsto.

Quotandosi direttamente, invece, Spotify ha eliminato gli intermediari, risparmiando milioni di dollari ma anche privandosi della sicurezza di grosse banche con un interesse nella buona riuscita della quotazione. Sono state messe in vendita in tutto circa il 31 per cento delle quote di Spotify, cioè soltanto quelle degli investitori iniziali che arrivati a questo punto volevano vendere. Spotify ha scelto questo tipo di quotazione, oltre che per risparmiare sugli intermediari, per permettere agli investitori individuali di comprare azioni agli stessi prezzi dei grandi fondi, che normalmente ottengono agevolazioni acquistandone in anticipo grandi quantità. I siti e gli analisti di finanza hanno scritto che tra le persone più interessate alla quotazione di Spotify c’erano i giovani della fascia 18-35 anni.

La differenza tra un’IPO e la quotazione diretta adottata da Spotify è anche che la società non ha emesso nuove azioni, perché avendo molta liquidità non aveva bisogno di raccogliere nuovi capitali. Spotify ha potuto scegliere questo tipo di quotazione perché essendo molto conosciuta non ha avuto bisogno di un intermediario che ne promuovesse la quotazione in borsa negli scorsi mesi. In questo modo, ha permesso agli investitori che già possedevano quote di Spotify di venderle fin dal primo giorno di quotazione: normalmente con un’IPO sarebbero state bloccate per un certo periodo. È andata bene, perché se quegli investitori avessero deciso di venderle in massa, le azioni sarebbero scese molto di valore.

Senza le garanzie di un’IPO, Spotify aveva avvisato che il valore delle azioni sarebbe potuto essere molto volatile nel giorno della quotazione. Invece è andato tutto liscio, e qualcuno ha suggerito che altre aziende simili a Spotify possano scegliere lo stesso metodo di quotazione, per evitare intermediari e richiamare un pubblico più vasto di investitori. Ma non sono molte le aziende così radicate e conosciute da poterselo permettere. Anche con una normale IPO, quando si quotano in borsa le nuove aziende di tecnologia devono sperare che il mercato sia ricettivo e convinto quanto gli investitori iniziali del valore e delle potenzialità del progetto. Snap, la società dietro Snapchat, ha avuto problemi in questo senso, dopo la quotazione in borsa dell’anno scorso. Senza IPO, questo rischio è ancora più concreto per Spotify, che è stata, finora, la più grande società a scegliere una quotazione diretta in borsa.

Cosa potrebbe diventare Spotify

Spotify esiste dal 2006, e oggi ha circa 70 milioni di utenti paganti: ma dalla sua nascita non ha mai prodotto guadagni. Nonostante la grande crescita degli abbonati, la società continua a riportare perdite, e il motivo è principalmente nel suo modello di business. A differenza di Netflix, che paga un forfait iniziale per acquistare i diritti su un film o una serie, Spotify paga gli artisti e tutte le altre parti coinvolte nella gestione dei diritti musicali ogni volta che una canzone viene ascoltata, in una proporzione di circa 75 centesimi per ogni dollaro incassato. Quello dei servizi di streaming musicali è un business che, oltre ad aver sovvertito l’intera industria musicale, deve ancora trovare un modo di essere sostenibile: Spotify conta di arrivare a quel momento come il più grande servizio sul mercato.

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