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  • giovedì 8 marzo 2018

Ogni giorno è un mondo

Joan Didion guarda una foto di sua figlia Quintana, morta a 39 anni, nella sua casa di New York, 27 settembre 2007 (AP Photo/Kathy Willens)

«Non vi dico di rendere il mondo un posto migliore, perché non penso che il progresso faccia necessariamente parte del pacchetto. Vi dico solo di viverla. Non di tener duro, di sopportare, di tirare avanti, ma di viverla. Di tenere gli occhi aperti. Di provare a entrare nel quadro. Di vivere dissennatamente. Di osare. Di costruire il vostro mondo e di farvene vanto. Di cogliere l’attimo. E se mi chiedete perché dovreste farlo, vi dico che la tomba è un posto carino e privato, ma non c’è nessuno da abbracciare. E non si canta lì, non si scrive, non si discute, non si ammira l’alba sull’Amazzonia e non ci sono più figli da toccare. Questo è quel che c’è da fare e da ottenere, finché potete: è questo che vi auguro».

«I’m not telling you to make the world better, because I don’t think that progress is necessarily part of the package. I’m just telling you to live in it. Not just to endure it, not just to suffer it, not just to pass through it, but to live in it. To look at it. To try to get the picture. To live recklessly. To take chances. To make your own work and take pride in it. To seize the moment. And if you ask me why you should bother to do that, I could tell you that the grave’s a fine and private place, but none I think do there embrace. Nor do they sing there, or write, or argue, or see the tidal bore on the Amazon, or touch their children. And that’s what there is to do and get it while you can and good luck at it»·

Joan Didion, dal discorso che tenne all’inizio dell’anno alla University of California di Riverside, nel 1975

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