• Scienza
  • mercoledì 17 gennaio 2018

Questo articolo contiene parabeni

Cosa sono e a cosa servono le sostanze più demonizzate di shampoo, creme e altri prodotti cosmetici, raccontato nel nuovo libro di Beatrice Mautino

La divulgatrice scientifica Beatrice Mautino, che ha un passato da biotecnologa e nella ricerca universitaria, si occupa da tempo delle creme e dei cosmetici che spesso promettono più di quanto riescano a mantenere, spesso facendo affermazioni vagamente scientifiche che con la scienza non c’entrano nulla. Mautino ha raccolto le sue esperienze e i suoi studi in Il trucco c’è e si vede, un libro che affronta la cosmesi e i dubbi che vengono a ognuno di noi quando al supermercato dobbiamo scegliere tra questo o quello shampoo, o siamo attratti da un’etichetta di una crema che promette meraviglie contro l’invecchiamento. Il libro, ricco di riferimenti a ricerche e studi scientifici, smonta numerose credenze e leggende, compresa quella molto diffusa sulla presunta pericolosità dei parabeni, temuti da molti senza sapere nemmeno che cosa siano e a cosa servano di preciso.

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Chimicamente parlando, i parabeni sono i derivati dell’acido paraidrossibenzoico. La loro azione antimicrobica è stata scoperta negli anni Venti del secolo scorso e sono utilizzati da oltre settant’anni come conservanti nell’industria cosmetica, farmaceutica e alimentare. Ne esistono di vari tipi che agiscono su microrganismi diversi con modalità differenti, ma la sostanza è la stessa: servono a prolungare la vita dei prodotti e, in definitiva, a proteggerci dalle contaminazioni, evitando che i microbi sfruttino l’acqua ed eventuali sostanze presenti per riprodursi e magari regalarci qualche bella infezione. Ci sono, infatti, esempi diventati tragicamente famosi di infezioni provocate da cosmetici contaminati, che in alcuni casi hanno portato addirittura alla morte. Tant’è che la sicurezza microbiologica di un cosmetico è una delle preoccupazioni più importanti, forse la più importante in assoluto, delle case produttrici.

Per decenni, quindi, i parabeni sono stati aggiunti alla maggior parte dei cosmetici senza che nessuno si preoccupasse della loro presenza, anzi, proprio la loro presenza era una garanzia di sicurezza del prodotto. Ma una decina di anni fa le cose per loro hanno cominciato a mettersi male.

Tutto inizia, infatti, nel 2004, quando sul Journal of Applied Toxicology esce un articolo intitolato Concentrazioni di parabeni nei tumori della mammella. Gli autori sono scienziati dell’Università di Reading nel Regno Unito guidati da Philippa Darbre, un nome che vedrete citato ogni volta che si parla della pericolosità dei parabeni.

Darbre e colleghi analizzano venti pazienti con cancro al seno trovando determinate concentrazioni di parabeni nelle cellule tumorali. Un dato che è sembrato da subito molto importante, perché queste molecole hanno un’azione che mima quella degli estrogeni prodotti dal nostro organismo e già all’epoca si sapeva che gli estrogeni sono coinvolti nello sviluppo del cancro al seno. Quindi l’ipotesi alla base della ricerca è che i parabeni possano influire sullo sviluppo del tumore.

I risultati di questi esperimenti sono parsi da subito molto interessanti, come affermano i due scienziati Philip W. Harvey e David J. Everett nell’editoriale che apriva il fascicolo della rivista in cui è stato pubblicato l’articolo, senza però dimenticarsi che si trattava di dati preliminari e con importanti limiti.

Innanzitutto va tenuto conto che dei soggetti presi in esame sono state analizzate solo le cellule tumorali, e non quelle sane. Chi lavora in laboratorio sa che per dare valore a un’osservazione è necessario disporre di un campione di controllo, un termine di paragone che permetta di notare le differenze fra la condizione “normale” e quella che interessa indagare. Solo dopo aver confrontato la quantità di parabeni presenti nelle cellule malate e in quelle sane, infatti, si può affermare che nei tessuti colpiti da tumore sono stati trovati parabeni. Magari ci sono anche negli altri tessuti, o sono prodotti dal corpo stesso, o il risultato è falsato dallo strumento di analisi sballato che rileva qualcosa che non c’è. Senza un campione di controllo non si può sapere.

In secondo luogo, prima di asserire che i parabeni provocano il tumore al seno bisogna averne le prove. Non è sufficiente trovarli nelle cellule malate. Bisogna dimostrare che sono assorbiti dai tessuti (e Darbre e colleghi non lo fanno), individuare il meccanismo molecolare che li collega all’insorgenza del cancro (e Darbre e colleghi non lo fanno) e comprovare che esiste un rapporto diretto fra l’esposizione ai parabeni e lo sviluppo della malattia (e Darbre e colleghi non lo fanno). Questo è quello che viene richiesto dalle autorità di regolamentazione per poter classificare una sostanza come cancerogena. Quindi, sebbene lo studio fosse interessante, prima di poter concludere qualsiasi cosa sarebbero stati necessari molti altri approfondimenti.

Tutte queste considerazioni, però, i giornalisti che hanno messo in prima pagina la notizia che i parabeni sono cancerogeni non le hanno fatte, così come non si sono fatti molti scrupoli gli autori della ricerca che ha dato il via a tutta questa storia.

Negli anni, molti altri scienziati hanno analizzato il ruolo dei parabeni nello sviluppo del tumore al seno, arrivando però a conclusioni diverse. […] Robert Golden, dell’Università del Wisconsin, nel 2005, l’anno dopo la pubblicazione del lavoro di Darbre e colleghi, ha confrontato l’attività estrogenica dei parabeni con quella dell’estrogeno per eccellenza, l’estradiolo, un ormone “naturale” prodotto dalle ovaie. […] Il risultato del lavoro di Golden parla chiaro: “L’attività estrogenica dei parabeni è di molti ordini di grandezza inferiore a quella degli estrogeni”, diecimila volte minore degli estrogeni femminili che circolano nel nostro corpo, ma anche dei fitoestrogeni che si assumono mangiando, per esempio, la soia.

[…]

Tre anni dopo, nel 2008, un gruppo di ricercatori dell’Università di Nizza ha esaminato tutti gli studi condotti fino a quel momento sul tema concludendo che «non è stata pubblicata alcuna prova a supporto dell’ipotesi» che i parabeni siano collegati ai tumori al seno e che, quindi, «non siamo di fronte a un problema per la salute pubblica e sarebbe inutile continuare a percorrere questa strada di ricerca»

[…]

Nel giugno del 2004, poco dopo la pubblicazione dell’articolo di Darbre, un’attivista del Women’s Center di Cambridge, nel Massachusetts, scriveva nella newsletter dell’associazione: “Cercherò sicuramente di acquistare prodotti senza parabeni […]. È il buon vecchio senso comune del ‘meglio prevenire che curare’ che molte di noi seguono istintivamente”.

Come darle torto, d’altronde? A chi non è capitato di trovarsi di fronte alla scelta tra due prodotti e preferire quello “senza”? A chi non è capitato di pensare: “E se fosse vero?” È un comportamento assolutamente normale, pressoché innato nella nostra specie e che le ha permesso di sopravvivere in situazioni di pericolo per migliaia e migliaia di anni. Vi faccio un esempio: immaginate di essere in mezzo alla foresta per un’escursione e di esservi fermati per un attimo per farvi un selfie, staccandovi dal gruppo che procede spedito seguendo la guida. Mentre siete lì a cercare la posa migliore per far morire d’invidia i vostri amici sentite un fruscio provenire da dietro un cespuglio. Che fate? Vi fermate a pensare a cosa può essere e magari andate a metterci il naso per vedere se si tratta di un innocuo animaletto o di una tigre famelica, oppure scappate a gambe levate? In situazioni del genere il tempo per ragionare non c’è e, evolutivamente parlando, è meglio uno spavento a vuoto di un incidente probabile. Nella vita di tutti i giorni non incontriamo pericoli di quel tipo, ma questa strategia di sopravvivenza è insita nel nostro comportamento e la applichiamo tutte le volte che sentiamo un fruscio sospetto, anche se si presenta sotto forma di un messaggio scritto sulla confezione di un cosmetico.

Gli esperti di marketing lo sanno e sfruttano questo meccanismo ogni volta che scrivono che un prodotto non contiene qualcosa. “Se lo tolgono sarà pericoloso” siamo portati a pensare, dando per scontato, allo stesso tempo, che quel qualcosa sia inutile, se possono permettersi di farne a meno. Perché, vedete, i parabeni e i conservanti una grande colpa ce l’hanno: quella di averci fatto dimenticare a cosa servono.
Volete una prova? Come reagireste se vi offrissi della maionese preparata in casa sei mesi fa e conservata a temperatura ambiente? La mangereste? Ve la mettereste sul viso? Sono sicura che la rifiutereste con un’espressione di sdegno.

Adesso aprite l’armadietto del bagno in cui tenete shampoo, creme, dopobarba e trucchi e provate a contare quanti prodotti sono aperti da almeno sei mesi. Scommetto con voi una palette di ombretti che almeno uno lo trovate. Che sia quel barattolone di crema formato famiglia comprato perché era in offerta e impossibile da finire o quella schiuma da barba contenuta nel kit con pennello e rasoio che vi hanno regalato per il compleanno o magari quel blush ereditato dalla nonna, che lo chiamava fard. “Pensa che io ho ancora lo stick del rossetto che mi ha fatto comprare la parrucchiera per il matrimonio” confessa un’amica su Facebook. “Era il marzo del 2000…”

Ecco, bisognerebbe evitare di utilizzare cosmetici scaduti: col tempo, infatti, i conservanti perdono le loro proprietà, ma se siamo ancora tutti qui nonostante la nostra incoscienza dobbiamo ringraziare i parabeni e gli altri conservanti che hanno reso la vita difficile ai microrganismi, facendoci dimenticare muffe e infezioni.

La loro grande forza si è trasformata nella loro rovina: siamo talmente abituati ai prodotti che si conservano bene per lunghi periodi senza provocarci danni che non sappiamo più apprezzare l’importanza dei conservanti. Quindi, nel momento stesso in cui il sospetto sulla loro pericolosità è stato lanciato, qualsiasi ragionamento è diventato difficile da fare, perché a fronte di benefici che non riusciamo a vedere sono stati presentati pericoli che, per quanto non dimostrati, fanno molta paura e non trovano rassicurazioni efficaci.

I ricercatori non sono in grado di dirci che i parabeni sono sicuri al cento per cento, però possono dimostrare che prevengono le contaminazioni microbiche che, quelle sì, fanno male e, quindi, hanno una loro utilità. Possono anche dirci che nelle dosi utilizzate non sono nocivi o non più di altre sostanze. Gli organi regolatori possono stabilire le dosi massime consentite e assicurarsi che i produttori le rispettino, ma il concetto stesso di limite ci induce una sensazione di pericolo: se si impone una soglia da non oltrepassare vuol dire che un minimo rischio esiste, no?

Insomma, sono ragionamenti complicati che vanno però affrontati con una certa serenità, oltre che serietà da parte, prima di tutto, degli scienziati. Ma come si fa a star sereni quando ci viene detto che quelle sostanze potrebbero provocare il cancro?

Sì, Philippa, sto parlando con te e con tutti i tuoi colleghi dall’allarmismo facile. Sappiamo che credete in quel che fate, ma uno scienziato serio dovrebbe essere consapevole dei limiti della sua ricerca e divulgare solo quello che i dati raccolti gli permettono di affermare con certezza. Non vuoi usare i deodoranti? Benissimo, è una tua scelta di vita, ma prima di consigliarlo ad altri assicurati di avere in mano delle prove solide. Sono passati tredici anni dalla pubblicazione di quel lavoro e su quel fronte niente è cambiato. Il gruppo di Darbre continua a cercare i parabeni nei tessuti tumorali, ma senza aggiungere elementi utili a supporto dell’ipotesi che siano cancerogeni. “Ci vuole tempo” dice lei, ignorando tutte le ricerche che, nel corso di questi ultimi anni, hanno ridimensionato la sua tesi. Ci dovrebbe voler tempo anche per lanciare allarmi, però.

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