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  • lunedì 15 gennaio 2018

È meglio parcheggiare in retromarcia?

È uno di quei casi in cui “il mondo si divide in due categorie”, anche se in realtà non c'è molto da discutere: sì

Tra i grandi dibattiti sui gesti quotidiani che possono essere compiuti in due modi – come il verso in cui sistemare la carta igienica o il momento in cui bagnare lo spazzolino, prima o dopo averci messo sopra il dentifricio – c’è quello del modo in cui parcheggiare: “di muso” o “in retro” (con quest’ultima mozione identificata spesso con prosaici richiami anatomici). Dietro quella che è apparentemente una divisione insanabile e che dipende dalle abitudini e attitudini personali c’è in realtà una vasta letteratura e anche della scienza, ha spiegato un articolo di Vox.

Prima di tutto, è importante capirsi sulla situazione di cui si sta parlando: il caso al quale si applica questo dibattito è quello dei parcheggi dei centri commerciali, delle piazze, dei parcheggi pubblici. Quello insomma in cui il parcheggio è posto perpendicolarmente alla direzione di passaggio delle auto, e non quello dei parcheggi disposti parallelamente, lungo il bordo delle strade. Nel caso delle strade, l’esperienza prova che – a meno di grandi spazi – l’unico modo per parcheggiare è entrare in retromarcia. Come succede spesso con le situazioni quotidiane, c’è una scena di Seinfeld che spiega da che parte stia la ragione.

Nel caso dei parcheggi in perpendicolare il dibattito è lecito: la mozione che privilegia il parcheggio in retromarcia, in quei casi, fa leva soprattutto sulla sicurezza. Parcheggiando in retromarcia si dispone l’auto per un’uscita frontale, che permette di controllare molto più facilmente se la strada sia libera. Parcheggiando frontalmente e rimandando la manovra in retromarcia all’uscita, ci si espone al rischio di doversi immettere nel traffico – che può essere anche solo il traffico di un parcheggio pubblico – quasi completamente alla cieca, soprattutto se a fianco della nostra auto ne sono parcheggiate delle altre, e soprattutto se quelle altre sono grandi SUV con i vetri oscurati.

Secondo Vox, molte persone non mettono in pratica questa soluzione perché entrando in un parcheggio in retromarcia ci si immette in una posizione scomoda in uno spazio spesso angusto e con il rischio di urtare le macchine vicine o eventuali muretti e spartitraffico. Immettendosi nel traffico in retromarcia, invece, ci si sposta in uno spazio più libero e privo di ostacoli: la strada. Altri invece citano il rischio che mentre ci si sta preparando per un parcheggio in retromarcia un’altra auto rubi il posto con un parcheggio frontale (come capita a George Costanza nel video di Seinfeld), o ancora che caricare e scaricare il bagagliaio sia spesso complicato quando si entra in retromarcia. Ci sono poi anche posti in cui parcheggiare in retromarcia è vietato, perché – curiosamente – si ritiene che immettersi nel traffico frontalmente faccia compiere una manovra più veloce e potenzialmente distratta.

Ma la decisione di ciascuno su come entrare in un parcheggio potrebbe avere a che fare soprattutto con i tempi. Ci vuole sicuramente più tempo a fare la stessa manovra in retromarcia, piuttosto che frontalmente, ma è anche vero che l’equazione è composta sempre da due manovre, una di entrata e una di uscita, di cui una frontale e una in retromarcia. Si potrebbe quindi obiettare che il tempo totale rimane lo stesso: ma certe persone potrebbero preferire rimandare il momento in cui impiegare più tempo con la manovra, per ottenere subito il risparmio di tempo derivante da un parcheggio frontale. A questo va aggiunta la possibilità che chi parcheggia sia in ritardo o abbia fretta di scendere dall’auto, e preferisca perdere più tempo dopo.

Per il meccanismo opposto, c’è poi gente che preferisce invece faticare di più sul momento parcheggiando in retromarcia e ottenerne una gratificazione successiva, quando potrà uscire velocemente frontalmente. In un dibattito del 2011 sul Washington Post, un lettore spiegava che preferisce questa soluzione quando immagina che le persone se ne andranno da un parcheggio tutte nello stesso momento – dopo un concerto, o dopo una partita – per avere un vantaggio su di loro.

Shaomin Li, docente di management alla Old Dominion University della Virginia, pubblicò uno studio sull’International Journal of Emerging Markets in cui analizzò dei campioni di auto parcheggiate in diversi paesi per verificare quante fossero disposte in un verso o nell’altro. Scoprì che le auto parcheggiate in retromarcia erano il 5,7 per cento negli Stati Uniti, il 17,1 per cento in Brasile, il 25,4 per cento in India, il 35 per cento in Russia, il 59,4 per cento a Taiwan e l’88 per cento in Cina. Li provò a collegare questi risultati con l’aumento del prodotto interno lordo dei vari paesi tra il 2001 e il 2011, rilevando che procedeva di pari passo con la percentuale di auto parcheggiate in retromarcia. Ma il suo era uno studio molto discutibile: i campioni di auto erano poco più di un centinaio per paese, e soprattutto non c’è nessuna vera prova del fatto che le due variabili siano dipendenti.

Tra le spiegazioni che si basano sulle differenze culturali, c’è anche quella di Mary Smith del Parking Consultants Council, società di consulenza nel settore dei parcheggi pubblici: sostiene che gli americani siano più inclini a parcheggiare frontalmente perché mediamente sono più abituati a guidare in spazi ampi, e sono meno abituati degli europei a dover parcheggiare in posti scomodi e con manovre impegnative.

Ma ci sono anche studi controversi che pretendono di rilevare una differenza nelle abitudini di parcheggio tra uomini e donne. Una ricerca della National Highway Traffic Safety Administration, agenzia governativa statunitense del Dipartimento dei Trasporti, sostiene che la velocità massima raggiunta dagli uomini in retromarcia sia più alta di quella delle donne. Un altro studio dell’Università della Ruhr a Bochum, in Germania, chiese a un campione di uomini e donne di parcheggiare una Audi A6 in diversi modi, nello stesso parcheggio. Lo studio rilevò che gli uomini sono mediamente più veloci a parcheggiare, e propose come spiegazione il fatto che gli uomini corrono mediamente più rischi alla guida, per esempio andando più forte, o più vicino agli altri veicoli, o sotto effetto di alcol e droghe. Questo è anche il motivo per cui, negli Stati Uniti, gli uomini morti in incidenti stradali sono il 50 per cento in più delle donne, secondo uno studio dell’Insurance Institute for Highway Safety. Ma lo studio dell’Università della Ruhr a Bochum rilevò anche che gli uomini erano in media leggermente più accurati delle donne nei parcheggi.

La misurazione di queste presunte differenze è difficilmente spiegabile. Alcuni psicologi le attribuiscono al fenomeno della “minaccia dello stereotipo”: la credenza che gli uomini parcheggino meglio delle donne influisce sulle prestazioni delle persone alla guida. Uno studio della University of Queensland sul comportamento di alcune donne alla guida, svolto traimte dei simulatori, scoprì che c’erano circa il doppio delle possibilità che avessero incidenti (virtuali) se prima della simulazione venivano discussi con loro gli stereotipi sulle capacità delle donne alla guida.

Parcheggiare in retromarcia, in ogni caso, richiede una capacità conosciuta come “rotazione mentale”, cioè immaginare gli oggetti in una posizione diversa da quella in cui sono, in uno spazio tridimensionale (qua c’è un test per misurare la vostra). Da qualche anno la tecnologia sta provando ad aiutare quelle persone che scarseggiano in questa capacità, con i sensori di parcheggio e le telecamere posteriori, che la NHTSA ha deciso dovranno essere obbligatorie nelle nuove auto dal primo maggio 2018. I dati dimostrano però che non sono ancora così efficaci: tra il 2008 e il 2011 la loro presenza sulle auto è aumentata dal 32 per cento al 68 per cento, negli Stati Uniti, ma gli incidenti avvenuti durante le manovre in retromarcia sono calati solo dell’8 per cento. Sono calate maggiormente le morti avvenute in queste situazioni, con un 31 per cento in meno: da 274 nel 2008 a 189 nel 2011. La NHTSA ritiene che quando saranno presenti su tutte le auto in circolazione salveranno dalle 58 alle 69 vite ogni anno.

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