La nuova legge sullo “hate speech” in Germania sta facendo molto discutere

È entrata in vigore l'1 gennaio – minacciando grosse multe – ma secondo alcuni è troppo vaga e potrebbe danneggiare la libertà di espressione

(JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images)

Dall’1 gennaio in Germania è entrata in vigore una nuova legge contro il cosiddetto hate speech online, una categoria abbastanza eterogenea che comprende minacce, insulti e discriminazioni diffusi su Internet. Lo scopo principale della legge è obbligare i principali social network, come Facebook e Twitter, a rispettare le severissime leggi tedesche in materia di diffamazione, incitamento all’odio e minacce, in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il problema, secondo alcuni esperti di libertà di espressione, è che la legge è scritta in termini sufficientemente vaghi da sanzionare commenti molto diversi, e che la sua applicazione viene lasciata in mano a società private come quelle che gestiscono i social network.

La legge è stata introdotta dopo che un report governativo pubblicato l’anno scorso aveva dimostrato che Facebook e Twitter avevano rimosso materiale considerato “illegale” entro 24 ore solamente in alcuni casi, e non almeno nel 70 per cento delle occasioni come richiesto dal governo. Facebook aveva rimosso entro 24 ore solamente il 39 per cento del materiale esaminato, mentre Twitter solamente l’1 per cento. YouTube, invece, aveva rispettato le consegne ed eliminato i contenuti entro 24 ore nel 90 per cento dei casi.

La nuova legge obbliga i gestori dei social network a rimuovere i contenuti evidentemente illeciti nel giro di 24 ore, e quelli più controversi nel giro di una settimana. Per chi non la rispetta sono previste multe fino a 50 milioni di euro. Come spesso accade per leggi di questo genere, tuttavia, esiste un’ampia area grigia di contenuti che vengono erroneamente considerati offensivi, magari perché fanno parte di un commento spiritoso o satirico, oppure a metà fra l’opinione legittima e il commento razzista. I critici della legge stanno già portando come esempi alcuni casi emersi nei giorni scorsi.

Il più rilevante riguarda l’account Twitter di un noto magazine satirico, Titanic, sospeso dopo aver preso in giro il tweet di una politica di Alternative für Deutschland, il popolare partito di estrema destra, che criticava la polizia di Colonia per aver pubblicato delle comunicazioni in arabo. L’account, che ha 464mila follower, è stato sospeso mercoledì ma è stato successivamente sbloccato e ora è tornato attivo. L’associazione tedesca dei giornalisti ha commentato l’episodio parlando di censura.

Del caso di Titanic si è parlato sia sui giornali tedeschi sia su quelli internazionali, ma ci sono stati anche diversi casi minori. A Sophie Passmann, una comica di 24 anni sempre di Colonia, Twitter ha bloccato l’account per alcune ore dopo un tweet satirico in cui invitava i migranti a “distruggere” la cultura tedesca. Ci sono anche stati episodi meno controversi: Twitter ha cancellato il tweet di un parlamentare dell’AfD che descriveva con un aggettivo razzista il figlio di Boris Becker, che ha parenti afroamericani.

Una prima difficoltà da superare, in casi del genere, è capire esattamente il contesto in cui si sviluppano conversazioni e commenti a rischio. Per questo motivo, secondo il Guardian, Facebook si sta impegnando da mesi a trovare moderatori che padroneggino il tedesco: al momento ne ha 1.200, un sesto del totale dei propri moderatori. Anche Twitter si sta attrezzando e ha assunto moderatori di madrelingua tedesca che hanno anche competenze giuridiche.

Altri accusano il governo tedesco – e implicitamente le autorità europee, che stanno pensando di rinforzare le proprie linee guida sullo hate speech online – di aver consegnato a società private il controllo di leggi locali; ma né gli stati nazionali né le istituzioni europee al momento sembrano in grado di avere le risorse o le competenze per far rispettare da sole le leggi in questione.

Nonostante le critiche, il governo tedesco uscente sta comunque difendendo la nuova legge: il ministro della Giustizia Heiko Maas, del partito Socialdemocratico, in un’intervista al tabloid Bild ha spiegato che «gli auguri di morte, le minacce, gli insulti, l’incitamento all’odio o le falsità su Auschwitz non sono un’espressione della libertà di opinione, quanto un attacco alla libertà di opinione altrui».

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