Scrivere di notte

La storia della letteratura è accaduta in gran parte mentre intorno il mondo dormiva

(Peter Steffen/picture-alliance/dpa/AP Images)

Il sognatore è al suo tavolino:
è nella sua stanza:
accende la sua lampada.
Accende una candela.
Accende la sua bugia.
Gaston Bachelard

La mattina del 17 novembre 1912, Franz Kafka scrisse alla sua fidanzata Felice Bauer di avere lavorato fino a tardi al romanzo che sarebbe poi diventato America e di essere stato svegliato da un incubo poche ore più tardi, con la sensazione precisa di essere un grosso insetto. La metamorfosi, il suo racconto più famoso, fu terminata a dicembre, un mese più tardi. Per scriverla Kafka lavorò ogni notte, strappando ore di scrittura al suo impiego quotidiano alle assicurazioni Generali di Praga.
La notte può offrire il tempo e il silenzio perché un’idea si depositi e appaia, e dare regolarità e concentrazione a chi di giorno deve lavorare o occuparsi dei figli.

I libri sono animali in prevalenza notturni, perché in molti casi di notte sono stati concepiti e scritti, e spesso vengono letti. La storia della letteratura è accaduta in gran parte mentre intorno il mondo dormiva. Nella folla degli scrittori notturni si accalcano molti dei grandi, oltre a Kafka: Charles Dickens, Gustave Flaubert, Fëdor Dostoesvkij, Honoré de Balzac che infatti era drogato di caffè, Pablo Neruda e Robert Frost, Henry Miller e Jack Kerouac, che scriveva vicino al letto, «da mezzanotte all’alba, con qualcosa da bere per sostenere la stanchezza» o J.D. Salinger, che da ragazzo scriveva di notte, a letto, usando una torcia. Altri scrittori hanno usato le notti per leggere e pensare, ascoltando i rumori della strada, come quelli descritti da Leopardi nel Sabato del villaggio. La notte non è soltanto il momento in cui scrivere, serve anche per studiare, sviluppare un’idea o far sedimentare le impressioni accumulate durante il giorno. Proust si svegliava tra le 15 e le 18 e cominciava a lavorare dopo aver fatto colazione, spesso a sera inoltrata, rimanendo sdraiato, come se per lui la scrittura fosse un prolungamento del sonno o del sogno: un’isola da proteggere dai rumori esterni, anche rivestendo di sughero le pareti del suo appartamento di Boulevard Haussmann.

Oggi le informazioni e le distrazioni sono aumentate. La scrittura si è spezzata e moltiplicata in un’infinità di testi brevi – sms, tweet, post, didascalie – ma il risultato è che il legame tra notte e scrittura letteraria, o almeno distesa, si è ulteriormente rafforzato. Stephanie Meyer, l’autrice di Twilight, ha raccontato di averlo scritto quasi tutto di notte, «dopo che i bambini erano andati a dormire» e Michael Chabon scrive dalle 22 alle 3 per almeno cinque giorni a settimana, quando tutto si spegne. Di notte ci si può riappropriare dell’attenzione che la quotidianità sottrae. Scrive Alda Merini:

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

Il «linciaggio delle ore» è necessario per un’altra razza di scrittori, quelli per cui la scrittura deve essere invece praticata di giorno, con metodo e regolarità, come un lavoro normale. W. H. Auden scriveva solo di giorno e detestava gli scrittori notturni. Scrivevano di giorno anche Ernest Hemingway o Virginia Woolf; Anaïs Nin scriveva narrativa solo di mattina e lasciava la notte per il suo diario, mentre Stephen King lavora soltanto di giorno, ma utilizza l’insonnia notturna per rimandare a memoria tutto quello che ha scritto: «Ogni notte ricomincio da capo e, prima di addormentarmi, arrivo un po’ più avanti della notte precedente. Dopo cinque o sei notti, di solito ho memorizzato interi brani di prosa. Sembrerà anche un esercizio da svitati, ma l’effetto è sedativo… e come passatempo è mille volte meglio che contare le pecore». Per molti l’insonnia è la strada per trovare una storia: quando si spegne la luce il cervello si accende, l’insonnia si popola di idee, incontri e immagini raccolte di giorno. Andrea Camilleri si alza prestissimo, ma inizia a scrivere solo dopo essersi lavato, sbarbato e vestito, e sempre con le scarpe perché per lui «il lettore percepisce subito se un libro è stato scritto con le scarpe o in pantofole».

La scrittura diurna sembra funzionare meglio se ci si sveglia presto, prima che il mondo si rimetta in moto, così presto che è impossibile fissare confini. Haruki Murakami inizia a lavorare alle 4, lavora fino alle 9, poi si dedica ad altro fino alle 21, quando va a dormire. Come Sylvia Plath, l’autrice di La campana di vetro, che iniziava alle 5 del mattino, quando l’effetto dei sonniferi terminava, e continuava fino a quando i suoi figli non si svegliavano. Lo stesso metodo fu adottato da Elmore Leonard negli anni Cinquanta, quando lavorava come autore di testi pubblicitari per la Chevrolet: «E mica è stato così facile: suonava la sveglia e mi giravo dall’altra parte. Alla fine, però, mi facevo forza; me ne andavo in soggiorno, mi sedevo al tavolo della colazione con un blocco di carta gialla e tentavo di scrivere due pagine. E avevo stabilito una regola, ovvero che prima di mettere sul fuoco l’acqua per il caffè, dovevo assolutamente aver buttato giù qualcosa, fosse anche solo una riga. Prima la storia, poi il caffè».

La notte fa tacere i rumori e il pensiero dentro l’immaginario, e per questo lo può liberare. Il fenomeno per alcuni è associato all’aumento di onde cerebrali legate alla creatività o all’attività onirica. Per Borges – sui cui orari e abitudini di scrittura non è dato sapere – «la letteratura è un sogno guidato». I suoi racconti e le sue poesie sono affollate di sogni che si trasformano in storie. C’è quella di Coleridge che nel 1797, probabilmente con l’aiuto dell’oppio, sognò il suo poema più famoso, La ballata di Kublai Kahn, e lo trascrisse al risveglio, senza sapere che molti secoli prima anche «Kublai Khan eresse un palazzo, secondo un piano che aveva visto in un sogno e che serbava nella memoria». E c’è l’enigma di Chuang Tzu che «sognò di essere una farfalla e al risveglio non sapeva se fosse un uomo che aveva sognato di essere una farfalla o una farfalla che in quel mentre sognasse di essere un uomo». Quello che si scrive, o concepisce di notte, un po’ assomiglia a quella farfalla.

“Scrivere di notte” è il nome di tre nuovi corsi serali della scuola di scrittura Belleville che inizieranno a febbraio.