Le canzoni del 1977

Fu l'anno di "Heroes", "We are the champions", "Psycho killer", "Cocaine" e "I feel love": fate un po' voi

La festa per la prima di "La febbre del sabato sera" agli studi Paramount di Los Angeles, dicembre 1977 (AP Photo/George Brich)

Quando ci sei, nelle cose grosse della storia, di solito non te ne accorgi. Chissà se chi stava attento alla storia della musica nel 1977 se ne accorse che stava succedendo di tutto: la discomusic era in un momento centrale, il punk stava sconquassando tutto, la new wave era la cosa più nuova che stava nascendo, e il rock tradizionale – che in questo elenco apparirebbe come il meno creativo – pubblicò tra le altre cose “Heroes” di David Bowie, “Cocaine” di Eric Clapton, “Like a hurricane” di Neil Young e “We are the champions” dei Queen, per dirne alcune. In Italia, pure, uscirono canzoni che restarono nel repertorio nazionale, si trattasse di Tozzi o Pino Daniele. Fu, il 1977 (mentre nascevano i Police, i Village People, i Toto, i Dire Straits; mentre uscivano Aja degli Steely Dan e il primo disco dei Jam; mentre moriva Elvis Presley) un anno di affollamento di grandi canzoni o di canzoni che non se ne andarono più, ci piacciano o no. Queste sono quelle che ascoltammo di più e che abbiamo continuato ad ascoltare.

“We are the champions”, Queen
Una delle canzoni più famose della storia: andò forte quando uscì, andò fortissimo con la morte di Freddie Mercury, andò fortissimissimo come inno da vittorie sportive (la usò anche Donald Trump, e i Queen glielo vietarono). Quando uscì, aveva come lato B “We will rock you”, che conobbe da parte sua destini esaltanti (nel 1977 traboccò anche il precedente successo di “Somebody to love”, uscita alla fine del 1976).

“Solsbury hill”, Peter Gabriel
Una delle più amate canzoni di Peter Gabriel, che fu pure il suo primo singolo dopo aver lasciato i Genesis, e di quello parla, di lasciare i Genesis: o di salire su questa collina e vedere le cose da lontano e avere un’illuminazione liberatoria col cuore che fa “boom boom boom” e una voce che dice “prendi le tue cose che ti porto a casa”.

“Psycho killer”, Talking heads
Diventata notissima anche oltre i fans delle cose dei Talking Heads e della new wave soprattutto per il memorabile “faffà-ffaffà-fa”. Parla, in effetti, di uno psycho killer.

“Lovely day”, Bill Withers
La migliore canzone da cantare nella doccia secondo il direttore del Post: «In realtà quasi nessuno sa chi è Bill Withers, anche se lui ha scritto e cantato alcune delle più belle canzonette del secolo scorso. Una si chiama “Just the two us”; una si chiama “Ain’t no sunshine when she’s gone”; una si chiama “Lean on me”: se le sentite, capite».

“Like a hurricane”, Neil Young
È diventata una delle più famose e amate canzoni di Neil Young, che pure ne ha. Quando la scrisse, era un periodo che non poteva cantare per un intervento alle corde vocali seguito a un eccesso di cocaina. “Io sono solo un sognatore e tu sei solo un sogno”, gran paio di versi semplici e perfetti.

“It’s so easy”, Linda Ronstadt
Era un pezzo di Buddy Holly del 1958, ma è la versione di Linda Ronstadt – monumento del country statunitense – quella che conoscono tutti (fu recuperata anche in Brokeback Mountain).

“I want you to want me”, Cheap Trick
I Cheap Trick ebbero per un periodo un successo pazzesco (in Giappone, persino), se paragonato alla loro scomparsa dalla cultura musicale e pop successiva. Erano una rock band e per scherzo vollero fare una canzone pop “alla ABBA”: il risultato fu che divenne il loro più grande successo di sempre.

“How deep is your love”, Bee Gees
Uscì a settembre del 1977, poco prima della colonna sonora della Febbre del sabato sera, da cui poi avrebbero spopolato per tutto il 1978 “Night fever” e “Stayin’ alive”. Quando arrivò al terzo posto nel Regno Unito Barry Gibb disse eccitato che “in mezzo a tutto ‘sto punk e new wave pensavo non se la sarebbe filata nessuno”. In Italia arrivò al secondo posto in hit parade. Il ricordo personale del direttore del Post è questo: “Poi ognuno se le vive a modo suo, ma io ero troppo giovane per andare nelle discoteche e già vecchio abbastanza per prendere delle tranvate sentimentali da campionato. Quindi alla fine, di quel disco con John Travolta sull’epica copertina non mi restano attaccate né “Stayin’ Alive” né “Night Fever”, ma il momento in cui loro cantano “and it’s me you need to show””.

“Tonight’s the night”, Rod Stewart
Era uscita alla fine del 1976, ma il botto lo fece soprattutto l’anno dopo, diventando il singolo più venduto degli Stati Uniti. Che notte sia quella del titolo, non c’è possibilità di equivoco, da versi come “non negare a un uomo il suo desiderio, saresti una pazza a fermare quest’onda, apri le tue ali e lasciami venire dentro” (secondo alcune analisi del testo, lei è pure minorenne). Ci gorgheggia Britt Ekland, l’attrice che allora era moglie di Rod Stewart.

“What’s your name, what’s your number”, Andrea True Connection
Pezzone disco che spopolò per un’estate e più: lei era un ex attrice porno diventata famosa l’anno prima con un’altra canzone di grande successo, “More, more, more”. Questa fu prodotta da Michael Zager, che lavorò a diverse cose famose della discomusic negli anni Settanta.

“Heroes”, David Bowie
Un’altra delle più grandi canzoni rock di tutti i tempi. La leggenda vuole che sia stata ispirata dalla visione di due che si baciavano davanti al Muro di Berlino (uno era il produttore Tony Visconti), quando Bowie abitava là. Robert Fripp ci mise la chitarra, e Brian Eno il resto. Esistono la versione tedesca (“Helden”) e quella francese (“Heros”), cantate dallo stesso Bowie.

“God save the Queen”, Sex Pistols
Come si sa, è il titolo dell’inno del Regno Unito, e successe un casino. La contestazione della monarchia non era molto apprezzata, allora, almeno non con espressioni come: “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”. Fu censurata molto e venduta molto. Ufficialmente arrivò al numero due in classifica, ma si pensa che il suo primo posto effettivo sia stato opportunamente tenuto nascosto a vantaggio di “The first cut is the deepest” di Rod Stewart. Era anche l’anno del giubileo reale, e il giorno dei festeggiamenti la band suonò davanti a Westminster da una barca affittata sul Tamigi. Li arrestarono tutti. Mezza Inghilterra li odiava, un’altra mezza li aspettava da anni: “no future, no future, no future for you!”.

“Disco Inferno”, The Trammps
Pezzone disco-soul diventato – col coro “burn baby burn” – un inno del periodo dopo che fu usato nella colonna sonora di La febbre del sabato sera, in una versione lunga: ma era uscita alla fine del 1976.

“Amarsi un po’”, Lucio Battisti
A marzo 1977 uscì un disco bellissimo e oggi meno frequentato di Lucio Battisti, Io tu noi tutti. Il singolo che ne fu tratto fu il più venduto in Italia in tutto il 1977 e batté ogni record di permanenza al primo posto in hit parade, otto settimane consecutive. Aveva come lato B “Sì, viaggiare” e alcuni versi eccezionali: “Però volersi bene no, partecipare, è difficile, quasi come volare”.

“Nobody does it better”, Carly Simon
Una delle tante gran canzoni composte per un film di James Bond, in questo caso La spia che mi amava. Ebbe una nomination all’Oscar, e arrivò al secondo posto nelle classifiche americane. È tutta una cosa di allusioni sessuali, naturalmente, di quelle che facevano darsi di gomito nel 1977.

“Alison”, Elvis Costello
Canzone adorata da tantissimi fans di Costello, malgrado la sua limitata notorietà rispetto a molte in questa lista e i suoi quasi inesistenti risultati di vendita al tempo. Lei, ha raccontato Costello, era una meravigliosa cassiera di un supermercato vista per un attimo. Il verso “May aim is true” diede il nome al disco che la conteneva.

“Yes sir, I can boogie”, Baccara
Baracconata europop dagli albori dell’europop: loro erano spagnole, ma spopolarono in tutta Europa e anche nel Regno Unito con la loro goffa pronuncia inglese (e naturalmente parteciparono all’Eurofestival). Somiglia mooolto al famoso pezzo soul “Don’t leave me this way”.

“You win again”, Hot chocolate
Erano una band di neri britannici, di prolungato successo nel loro paese ma anche nel resto del mondo e negli Stati Uniti, soprattutto con “You sexy thing” (ma anche con “Every 1’s a winner”, che ha un riff famosissimo). Questa restò al primo posto in classifica per tre settimane nel 1977 e a sentirla adesso è veramente scarsa, ma ci si affeziona al coretto.

“Mull of Kintyre”, Wings
Era una cosa noiosissima, ma evidentemente geniale, visto il successo pazzesco che ottenne. I Wings erano la band di Paul McCartney, che venivano da successoni pop ulteriori, non bastassero i suoi precedenti. Una cosa scozzese di cornamuse che diventò il loro più grande successo di vendite, complice la stagione natalizia in cui uscì, il singolo più venduto nel Regno Unito allora, e il quarto a tutt’oggi.

“I feel love”, Donna Summer
Forse la più indimenticabile invenzione di Giorgio Moroder, e una delle cose più originali della discomusic, col suo andamento ferroviario compensato perfettamente dal languido trascinarsi dei gemiti di Donna Summer. Uno dei primi casi di pezzo tutto elettronico, nel genere. David Bowie ha raccontato che quando lui e Brian Eno la sentirono, insieme, per la prima volta, la commentarono come “il suono del futuro, una cosa che cambierà la musica dance per i prossimi quindici anni”.

“Napule è”, Pino Daniele
Una cosa che sbaragliò tutta la retorica ‘o- sole-mio-eccetera, senza arretrare di un millimetro dalla linea della canzone sentimentale e commovente, e napoletana: e divenne piano piano “la canzone” di Napoli, fino a inflazionarsi, anzi no.

“Cocaine”, Eric Clapton
L’aveva scritta e pubblicata J.J.Cale nel 1976, ma quella che poi è rimasta è la versione di Eric Clapton nel suo disco Slowhand del 1977 (e la versione dal vivo nel doppio Just one night). Uno dei più grandi pezzi rock da concerto della storia. Clapton ha sostenuto che fosse sottilmente contro la cocaina, ma non è che si capisse benissimo, quindi in più occasioni ha evitato di suonarla, per un po’.

“Com’è profondo il mare”, Lucio Dalla
Non era una canzone che poteva competere in successi commerciali con altre in questa lista, nemmeno in Italia, ma rimase una delle cose più originali e influenti di quell’anno:  “Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti. Siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare” (nel disco c’era un’altra grande canzone di Dalla, “Quale allegria”, e la popolare “Disperato erotico stomp”).

“Sorry seems the hardest world”, Elton John
Canzone tristissima, uscì in realtà alla fine del 1976, ma andò molto bene – anche se non tra i più grandi successi di Elton John – in molti paesi del mondo per tutto il 1977: in Italia arrivò quarta in classifica.

“Year of the cat”, Al Stewart
Una delle più belle e originali canzoni pop degli anni Settanta – prodotta da Alan Parsons – a cominciare dal titolo e dal verso che parla di “aggirarsi per strada come Peter Lorre” (che fu un grande attore tra gli anni Trenta e Cinquanta). Dal libro Playlist di Luca Sofri: “Onamoninfromabogarmùvi. La canzone meritevolmente più nota di Al Stewart (per la gran parte del mondo, l’unica canzone nota di Al Stewart) ha un’introduzione di pianoforte memorabile e un andamento da dopopranzo più che da mattino, con un ritornello che lo increspa appena, e poi lascia proseguire il dondolìo, l’assolo di chitarra, l’assolo della seconda chitarra, l’assolo del sassofono, e tutto il meraviglioso resto”.

“Sir Duke”, Stevie Wonder
Il singolo uscì nel marzo 1977, tratto da un disco pubblicato ad autunno 1976, e arrivò al primo posto negli Stati Uniti e al secondo nel Regno Unito. “The king of all Sir Duke” è il grande jazzista Duke Ellington (“Sir Duke” è il nome di un suo disco del 1946).

“Solo”, Claudio Baglioni
È quella che inizia, memorabilmente, “Lascia che sia tutto così”. Canzone di ricordi, che pure a un certo punto indulge nelle tipiche curiosità di Baglioni su cosa sarà di lei (“E chissà se prima o poi, se ogni tanto penserai…”). Ci sono alcuni classici: “No, non cambiare mai”, “abbottonati il paltò per bene” e “mangia un po’ di più che sei tutt’ossa”. Fu il settimo singolo più venduto in Italia nel 1977.

“I just want to be your everything”, Andy Gibb
Intanto che i Bee Gees aspettavano di certificare la loro nuova vita disco con La febbre del sabato sera, che sarebbe uscito a fine anno, Barry Gibb scrisse questo pezzo per il quarto fratello, quello piccolo – qui aveva 19 anni – che faceva per conto suo e sarebbe morto a soli 30 anni per guai da cocaina. Ne venne fuori una canzone dei Bee Gees coi coretti e tutto quanto, per quattro settimane del 1977 al primo posto negli Stati Uniti.

“You’re my world”, Helen Reddy
La canzone era di Umberto Bindi e Gino Paoli e si chiamava “Il mio mondo”. La fece riscrivere in inglese George Martin, quello dei Beatles, per Cilla Black, e andò molto bene nel 1964. Ma questa versione di Helen Reddy fu un altro successo in mezzo mondo, nel 1977, e in Italia la sigla di una serie di film su Rai1.

“I’m your boogie man”, KC and the Sunshine Band
Il cognome di Harry Wayne Casey si legge come “KC” e da lì viene il nome di battaglia. La band nacque a Miami suonando junkanoo, una musica carneval-bandistica delle Bahamas a cui attinse lo ska. Poi lui piazzò alcune sue canzoni a George McRae, che fece il botto cantando “Rock your baby”. Stava nascendo la discomusic: loro c’erano e ci restarono parecchio, funkeggiando canzonette balneari immortali che ancora riempiono le piste. Grande intro, grande sviluppo delle parti, arrivò al primo posto negli Stati Uniti.

“Ti amo”, Umberto Tozzi
Fu un’estate sfinente di “ti amo ti”, quella del 1977. Alla fine dell’anno fu il singolo più venduto in Italia, dopo “Amarsi un po’” di Lucio Battisti. Però – benché anche Battisti provò una versione in inglese – “Ti amo” andò fortissimo in mezzo mondo anche con altre versioni. Tozzi devastò anche l’estate successiva con “Tu” dabadàn dabadàn, e quella dopo ancora con “Gloria” manchi tu nell’aria, che fece il vero botto mondiale.

“Don’t let me be misunderstood”, Santa Esmeralda
Il pezzo veniva dal 1964, con versioni successive di Nina Simone e gli Animals. I Santa Esmeralda furono una band disco di breve durata formata in Francia con un cantante americano piuttosto esuberante. Ne fecero una cosa flamenco-disco che venne ballatissima e ha una versione lunga abbastanza creativa.

“Easy”, Commodores
L’aveva scritta Lionel Richie, e ha un testo in quel filone minoritario ma frequentato di canzoni d’amore la cui sostanza è “sai che c’è? Ti mollo, sto da solo, mi godo la libertà e le giornate radiose mi si aprono davanti dopo tanta fatica e sfinimenti”. «I’m easy like sunday morning» vuol dire in sostanza sto come certe domeniche mattina rilassate e spensierate. Il resto qui.

“Hotel California”, Eagles
Il disco uscì a dicembre del 1976, il singolo – il secondo – nel 1977: e arrivò al numero uno negli Stati Uniti. «Un reggae-rock spagnolo» lo definì Glenn Frey: «Volevamo fare qualcosa che somigliasse a quello che facevano gli Steely Dan e inventarci qualcosa di cinematografico, con testi più originali». La chitarra è tutto merito di Joe Walsh. Metafora di qualsiasi cosa: il successo, la droga, la follia. Somiglia assai a una precedente canzone dei Jethro Tull, “We used to know”. L’hotel sulla copertina del disco è il Beverly Hills Hotel, e non altri.

“Gonna fly now”, Maynard Ferguson
Era l’anno dei pezzoni da celebrazione sportiva, evidentemente. La colonna sonora di Rocky non se n’è più andata dalle nostre vite, e quell’anno si fece anche piuttosto largo nelle classifiche di vendita dei singoli, in diverse versioni.

“Il gatto e la volpe”, Edoardo Bennato
Il disco più venduto in Italia nel 1977 fu Burattino senza fili, concept album sulla storia di Pinocchio: la canzone principale, “Il gatto e la volpe”, andò molto forte per decenni quando qualcuno tirava fuori una chitarra nelle gite scolastiche o simili, e parla di ingenui artisti truffati dallo show business.

“The passenger”, Iggy Pop
Iggy Pop ha due pezzoni, che sanno tutti: questo e “Lust for life”, scritta da David Bowie, ed entrambe uscirono nel disco Lust for life nel 1977. Divenne forse inopinatamente anche un pezzo da serate dance new wave e pogare, e la sigla di mille cose.

“Just the way you are”, Billy Joel
Forse la canzone più famosa di sempre delle tante canzoni di Billy Joel, diventata un po’ la sua “Yesterday”, suonata in milioni di piano bar e matrimoni, buona per convincerci tutti che il nostro amato/amata ci ama così come siamo, senza che dobbiamo fare grandi sforzi. A lui non è mai piaciuta tantissimo, anche perché dalla moglie per cui l’aveva scritta divorziò.

“La vie en rose”, Grace Jones
Il terzo singolo del primo disco di Grace Jones, che prima era una modella con velleità di cantante e dopo divenne un fenomeno di glamour e stile anni Ottanta: la canzone era un vecchio classico di Edith Piaf, lei la infilò in un arrangiamento ballabile ma anche lounge prima della lounge, e andò benissimo.

“Dammi solo un minuto”, Pooh
Dal libro del direttore del Post: “Il problema con la versione dei Pooh era l’enfasi eccitata dell’esecuzione. Lo si capì quando uscì la versione dei Gemelli Diversi, deturpata dall’imbarazzante rap ma che invece rendeva ai versi la dolcezza e l’understatement che meritavano: “dammi solo un minuto, un soffio di fiato, un attimo ancora”. Poi succedono cose bislacche – tipo “stare insieme è finito” per fare rima con “capito” (però “dirselo è dura”: decidiamoci, gli infiniti sono maschile o femminile?), o “non c’ero preparato” – ma si perdonano”. In quel disco del 1977 c’era anche “In diretta nel vento”.

“Jamming”, Bob Marley
Il più grande pezzo da concerto di Bob Marley, e uno dei suoi più celebri. Lui era già piuttosto famoso, ma con questo disco Exodus e i suoi singoli andò molto forte nel Regno Unito dove si era trasferito e in tutto il mondo, era venuto il tempo.

“Baby come back”, Player
La prima cosa che si ricorda sempre è che nella band c’era Ron Moss di Beautiful che suonava il basso. Non fecero grandi cose ma ebbero qualche discreto successo commerciale soprattutto negli Stati Uniti, e questo ballatone da “Yacht music” arrivò al primo posto negli Stati Uniti.

“Mi vendo”, Renato Zero
Dentro Zerofobia del 1977 c’erano “Mi vendo”, “Morire qui” e “Il cielo”, tre canzoni probabilmente tra le dieci più durature e popolari di Renato Zero. Le prime due furono lato A e B di un singolo che stette dieci settimane in hit parade in Italia.

“Don’t let it show”, Alan Parsons Project
Alan Parsons era un produttore e tecnico del suono di grandi talenti e illustri precedenti (con i Pink Floyd, per esempio), e mise su una band piuttosto unica per sbizzarrirsi con la sua creatività, sapendo fare da solo di tutto con strumenti ed elettronica: gli mancava la voce e arruolò via via diversi cantanti. Nel suo secondo disco c’era questo lentone che si fece qualche spazio nelle feste da ballo più esigenti al momento dei lentoni, e che incitava a tenersi tutto dentro e a non mostrare al mondo sconforti e disperazioni: mentire, dissimulare, fare come se fosse tutto normale.

“It’s ecstasy when you lay down next to me”, Barry White
Erano anni in cui Barry White poteva fare qualunque cosa e sarebbe girata nelle radio, nelle discoteche e nelle classifiche: e infatti lo faceva, con più singoli l’anno. Quello del 1977 fu questo, non uno dei più memorabili, ma con qualche passaggio che sarebbe stato poi abbondantemente ripreso e campionato (come anche per “Playing your game, baby”, di quello stesso anno).