Due ragazze musulmane in una foto di archivio scattata durante la manifetsazione anititerrorismo organizzata a Roma dopo gli attentati di Parigi del 2015 (Vincenzo Livieri - LaPresse)
  • Italia
  • lunedì 24 Aprile 2017

Cosa dicono i nuovi italiani

Sette interviste raccolte dal Corriere della Sera: alcuni giovani di seconda generazione e una ex preside raccontano come si vive in Italia essendo figli di stranieri

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Due ragazze musulmane in una foto di archivio scattata durante la manifetsazione anititerrorismo organizzata a Roma dopo gli attentati di Parigi del 2015 (Vincenzo Livieri - LaPresse)

Il Corriere della Sera he raccolto sette interviste nelle quali si parla di seconde generazioni. Le intervistate sono principalmente donne e tra i temi più ricorrenti c’è il continuo confronto e sforzo di adattamento tra le tradizioni dei genitori e le abitudini dei giovani cresciuti in Italia.
Samarkanda Abou El Kher, una delle donne intervistate, fa una precisazione interessante sulla grande differenza esistente – e spesso ignorata – tra la cultura araba e la religione islamica, dicendo che «ad esempio, in Egitto, la nostra cultura è molto patriarcale. Il ruolo della donna è frutto di questa cultura, non della religione in sé. E questa è una lotta che noi ragazze musulmane dobbiamo portare avanti. Portare il velo non è in contrapposizione a questa lotta: noi stiamo effettivamente combattendo la misoginia delle nostre culture di provenienza».

Che cosa pensano le ragazze e i ragazzi della nuova generazione di italiani? Che cosa sperano, quali modelli hanno, come immaginano il futuro? E soprattutto: come riescono a conciliare la cultura dei genitori con usi, costumi e regole del Paese in cui sono cresciuti? La cronaca nera riferisce di vicende drammatiche: veli imposti con la forza, matrimoni che diventano incubi, botte e segregazione. La quotidianità, spesso, è più leggera, quasi sempre meno violenta. Lo scontro generazionale, però, esiste. Ed è particolarmente duro per le ragazze, che devono contrastare mentalità arcaiche e maschiliste a volte derivanti da un’interpretazione retrograda dell’Islam. «Siamo costretti a mediare tra il mondo famigliare e la società», dice Esraa Abou El Naga. Sono giovani gravati da grandi responsabilità. Pratiche: accompagnare la mamma dal medico e fare da interprete, per esempio, parlare con gli insegnanti del fratello minore. Sociali: aiutare gli ex immigrati ora cittadini italiani a «integrarsi», senza abbandonare le proprie origini. È la questione più difficile del Millennio. E non possono affrontarla da soli. La scuola ha un ruolo centrale, primo spazio in cui si manifesta la «diversità» e la necessità di una mediazione. Ma serve poi il contributo di tutti. Queste sono le testimonianze di alcuni ragazzi di seconda generazione

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