• Cultura
  • martedì 21 febbraio 2017

Che cosa significa “Allah akbar”?

E prima ancora: si dice "Allah akbar" o "Allahu akbar"? Cosa vuol dire? Va automaticamente associata al terrorismo jihadista?

L’espressione araba “Allah akbar” o “Allahu akbar” viene ormai quasi esclusivamente associata all’estremismo islamico, perché viene spesso pronunciata prima di molti attentati terroristici. Spesso, anzi, il fatto che qualcuno abbia usato questa frase prima di un attentato viene usato – soprattutto dalla stampa italiana – come garanzia del fatto che quell’attentato abbia motivazioni religiose. Insomma è nato una sorta di automatismo: se sentiamo o sentiamo parlare dell’espressione “Allahu akbar” il primo pensiero che facciamo, almeno in Occidente, è rivolto a un attentato. In realtà, però, questa espressione – che significa letteralmente “Dio è il più grande” – non è esclusivamente legata al jihadismo e non è una specie di slogan dei terroristi: ha a che fare più generalmente con la religione ed è un’esclamazione di uso comune tra i musulmani.

Intanto: Allah o Allahu?
Allahu. “Allahu” è il nominativo di Allah, che vuol dire Dio. L’arabo classico segue le declinazioni come il latino: ci sono tre casi, nominativo, genitivo e accusativo. Il soggetto richiede la forma nominativa e la desinenza del nominativo viene indicata con il suono “u”.

Su “akbar” le cose sono un po’ più complicate: “akbar” non vuol dire semplicemente “grande”: è un’alterazione del grado positivo dell’aggettivo. “Akbar” è stato interpretato sia come un grado comparativo dell’aggettivo “grande” sia come un superlativo relativo: prevede cioè un termine di paragone, ma in entrambi casi le cose non tornano. Se si volesse dire “Allah è il più grande” sarebbe necessario, in arabo, l’articolo determinativo “al” prima di “akbar” che però non c’è: “Allahu al-akbar”. Dato che “al” non è presente sarebbe necessario esplicitare la comparazione: più grande, ma di che cosa? E questo qualche cosa dovrebbe seguire “akbar”. L’interpretazione prevalente tra gli studiosi è dunque che l’intera frase sia ellittica.

“Allah akbar” è ormai una forma molto diffusa, ma contiene un errore: la mancata declinazione della parola “Allah”. La traduzione risulta più problematica: “Dio è grande” può funzionare, ma non tiene conto del significato comparativo o superlativo che esprime la forma araba. Dire “Dio è più grande” lascerebbe in sospeso la domanda: “più grande di che cosa?”. Una buona soluzione, è dunque dire “Dio è il più grande”.

Il senso
L’espressione “Allahu akbar” – che è contenuta anche in un verso del Corano in cui si dice di magnificare Dio – viene anche chiamata takbīr ed è una forma abbreviata della frase “Akbar min kulli shay” che vuol dire “Allah è più grande di ogni cosa”. Takbīr ha la stessa radice di “akbar” ed è quello che in linguistica potrebbe esprimere il nome d’agente, cioè un nome derivato che indica colui che compie un’azione: in questo preciso caso quella di essere il più grande. Il takbīr è un’espressione generica della religione islamica, simile a quelle frasi ricorrenti presenti in altre religioni tipo “Dio padre onnipotente” o “Alleluja” (“Lodate Dio”).

“Allah è il più grande”, per una religione monoteista come l’Islam, sta a significare appunto che al di sopra di Dio non può esserci niente. Viene usata come invocazione per riconoscere i propri limiti di fronte a Dio, viene pronunciata dal muezzin per invitare alla preghiera, dai fedeli all’inizio delle preghiere, nelle cerimonie del pellegrinaggio, all’inizio dei riti religiosi. In generale viene usata dai musulmani in qualunque momento della loro vita per esprimere differenti sentimenti, e anche come esclamazione per le situazioni più quotidiane.

La giornalista Mehreen Kasana ha raccontato in un recente articolo che cercando su Google il significato di “Allahu akbar” i primi risultati l’hanno portata al sito di estrema destra Breitbart News (quello il cui editore è il consigliere di Donald Trump, Steve Bannon), a Jihad Watch e all’Urban Dictionary. Jihad Watch scrive per esempio che “Allahu akbar” è «il grido di battaglia dei jihadisti islamici quando commettono un omicidio di massa»; una delle definizioni su Urban Dictionary (un dizionario gestito in modo simile a Wikipedia) dice che la frase viene pronunciata da chi sta per compiere una decapitazione in nome di Dio; Breitbart insiste sul fatto che “Allahu akbar” significhi che «Allah è più grande del tuo Dio, o del tuo governo».

Il significato di “Allahu akbar”, dice Mehreen Kasana, si allarga invece «a una serie vertiginosa di immagini, suoni, sapori e sensazioni. Sono due parole arabe che comprendono in una frase molto semplice uno spettro di emozioni» e che sono state invece storpiate. La giornalista racconta di aver sentito l’espressione quando era bambina nel nord della Virginia dove viveva con i propri genitori: sua madre, musulmana, pregava davanti a lei, si inginocchiò a baciare la terra e sussurrò la frase. Ancora prima, quando sua madre la partorì, furono le parole che il padre le recitò all’orecchio.

Quando il Pakistan venne colpito da uno dei terremoti più devastanti della sua storia, nel 2005, Mehreen Kasana ricorda le strade piene di persone che dicevano “Allahu akbar”. E ricorda quelle che lo gridavano con gioia quando nel 2013 Reshma Begumun, una ragazza di 19 anni, venne trovata viva tra le macerie del palazzo di otto piani crollato diciassette giorni prima a Dacca, in Bangladesh. La frase viene usata quotidianamente («mia nonna sbadiglia “Allahu akbar”, quando si stira al mattino o quando si toglie qualcosa che le fa male, come una scheggia di vetro»). E ancora: giocando a Prospect Park, a Brooklyn, «i miei amici ed io abbiamo gridato “Allahu akbar” dopo aver segnato contro i nostri avversari: immaginate il terrore sui volti di coloro che ci circondavano». “Allahu akbar” viene usata nella disperazione e anche come espressione di stupore, in un modo simile a quello con cui i cristiani usano una frase come “Dio Santo”.

L’uso politico di Allahu akbar
In passato l’espressione “Allahu Akbar” è stata usata politicamente e fuori dal suo contesto originario: Saddam Hussein per esempio la mise sulla bandiera dell’Iraq dopo la prima guerra del Golfo, per enfatizzare l’ispirazione islamica del suo regime. Un uso simile ne fece Gheddafi durante la rivoluzione: l’inno nazionale della Libia dal colpo di stato del 1969 alla guerra civile del 2011 si intitolava “Allahu akbar”. Questo non vuol dire che non ci sia un legame tra l’espressione “Allahu akbar” e il terrorismo, ma solo che quel legame è molto meno diretto di come siamo abituati a pensare: e che l’espressione “Allahu akbar” abbia significati più ampi, sfaccettati, antichi e innocui.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.