Quel rapporto sulla ricchezza nel mondo è una cosa seria?

È stato molto ripreso dai giornali di tutto il mondo, sostiene che otto persone siano ricche come la metà più povera del pianeta, ma ci sono diversi problemi

Secondo l’ultimo rapporto sulla ricchezza nel mondo pubblicato dall’ONG Oxfam, le otto persone più ricche del mondo possiedono tanta ricchezza quanto la metà più povera della popolazione mondiale. È una notizia che è stata data da quasi tutti i giornali più importanti del mondo, e anche da molti giornali italiani: quest’anno anche con enfasi maggiore del solito, visto che la situazione secondo Oxfam è ulteriormente peggiorata rispetto a 12 mesi fa, quando secondo il precedente rapporto serviva la ricchezza combinata di 62 miliardari per avere l’equivalente di quanto posseduto dalla metà più povera degli abitanti del mondo. Gli annuali report di Oxfam sono sempre molto discussi e ottengono sempre molta attenzione: secondo molti tra giornalisti, economisti ed altri esperti, le cose, però, sono un po’ più complicate e quei report presentano i dati in modo un po’ disonesto.

Secondo i calcoli fatti da Oxfam, gli otto uomini più ricchi del mondo (Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffett, Carlos Slim Helu, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison e Michael Bloomberg) possiedono 426 miliardi di dollari, mentre i 3,6 miliardi di abitanti più poveri della terra ne possiedono appena 409. Non sono cifre raccolte da Oxfam, ma provengono da due fonti molti diverse. I dati sulla ricchezza dei più poveri del pianeta sono presi da un complesso studio realizzato per conto della banca Credit Suisse da un gruppo di accademici e aggiornato ogni anno (qui trovate il rapporto 2016). È uno studio importante e complesso che mette insieme informazioni provenienti da molte fonti non sempre perfettamente comparabili. Per questo, come scriveva il Financial Times commentando l’edizione del 2015, «bisognerebbe essere prudenti ed evitare di fare affermazioni roboanti quando si utilizzano questi dati».

I dati sulle otto persone più ricche del mondo provengono invece da “The World’s Billionaires“, una classifica realizzata dalla rivista Forbes che il Financial Times definisce in maniera abbastanza sprezzante: «Fatta per aumentare la tiratura». Per quanto molto citata, la famosa classifica di Forbes non è un lavoro scientifico, ma giornalistico: la ricchezza dei più grandi miliardari viene stimata con una grande varietà di metodi di indagine e spesso senza la collaborazione del diretto interessato. In altre parole, i dati utilizzati da Oxfam andrebbero presi con un po’ di cautela: non sono sbagliati, ma di certo sono più utili a fornire delle indicazioni generali piuttosto che una realtà incontrovertibile.

Il problema principale della ricerca che molti hanno indicato è però un altro, ossia che per quanto il conteggio fatto da Oxfam sia sostanzialmente corretto, non è molto utile a capire chi sono davvero i poveri e quanto davvero sono poveri. L’Economist ad esempio, ha notato come gran parte dei più poveri tra i poveri si trovino in Europa e negli Stati Uniti. La Danimarca risulta uno dei paesi con la più alta differenza tra più ricchi e più poveri, nonostante tutte le altre statistiche indichino il paese scandinavo come uno dei più egualitari del mondo (sul Foglio ne ha parlato il ricercatore dell’Istituto Bruno Leoni Carlo Stagnaro).

Questa “stranezza” deriva dal fatto che il rapporto di Credit Suisse misura la “ricchezza netta”, cioè la differenza tra beni posseduti e debiti. Significa che i più poveri tra i poveri non sono coloro che non possiedono nulla, ma quelli che hanno più debiti che patrimonio. In tutto, secondo Credit Suisse, 420 milioni di persone hanno una ricchezza negativa e tra questi ci sono 21 milioni di americani che hanno debiti in totale per 357 miliardi di dollari. Soltanto chi ha un minimo di solidità economica, ad esempio perché ha uno stipendio fisso o perché ha delle competenze particolari, può indebitarsi. Usando i parametri di Credit Suisse, però, risulta che un mendicante indiano è più ricco di uno studente che si è indebitato per frequentare la prestigiosa università di Harvard, o di un imprenditore che ha contratto un prestito per fare degli investimenti (qui trovate una lunga spiegazione del meccanismo fatta dal giornalista finanziario Felix Salmon, che analizza anche le risposte di Oxfam alle critiche ricevute). E quindi, le conclusioni del rapporto sono valide se prima ci intendiamo su cosa voglia dire essere poveri.

Il fatto che nel giro di un anno i miliardari che è necessario mettere insieme per avere tanta ricchezza quanto quella di metà degli abitanti del pianeta sia calato da 62 a 8 è un ulteriore indizio di come probabilmente l’intero studio realizzato da Oxfam non vada preso alla lettera, ma solo come indicatore del fatto che oggi la ricchezza è molto concentrata, un problema, quello delle diseguaglianza, che sottolineano anche i critici dello studio, come l’Economist. Inoltre secondo il professore della London School of Economics Anthony Shorrocks, esperto in misurazioni della ricchezza, Oxfam ha sbagliato i conti: la ricchezza dei “più poveri” sarebbe intorno ai 384 miliardi di dollari, per cui basterebbe conteggiare quella dei sette uomini più ricchi del mondo per pareggiarla.

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La risposta di Oxfam

Gentile direttore, in risposta all’articolo “Quel rapporto sulla ricchezza nel mondo è una cosa seria?”, pubblicato sulla vostra testata il 23 gennaio, ci sembra doveroso replicare ad alcune affermazioni e inesattezze. A partire dall’affermazione sulla presunta “disonestà” di Oxfam nella presentazione dei dati utilizzati nel rapporto “Un’economia per il 99%”.

Leggendo l’articolo ci sembra di capire infatti, che tale presunta disonestà o poca serietà (così come presentato nel titolo) non riguardi le fonti usate da Oxfam (elaborazioni delle analisi quali-quantitative di Credit Suisse e della Lista Forbes) che l’articolo stesso riconosce come “non sbagliate ma da prendere con cautela”, “più utili a fornire delle indicazioni generali che una realtà incontrovertibile”.

Vorremmo farle presente che il rapporto “Un’Economia per il 99%” https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/01/Rapporto-Uneconomia-per-il-99-percento_gennaio-2017.pdf contiene una serie di analisi e di informazioni che vanno ben oltre i pochi dati che i media hanno ritenuto di voler accentuare.

Ci auguriamo che abbia potuto rendersene conto leggendo personalmente e per intero il rapporto e la nota metodologica che lo accompagnava. Vi avrebbe trovato (Capitolo 1, Box 1) informazioni dettagliate sulla “statistica degli 8 miliardari”, come rappresentazione estrema del drastico squilibrio nella concentrazione della ricchezza netta su scala globale in cui l’1% più ricco era in possesso, sin dal 2015, di un ammontare complessivo del wealth stock, superiore al restante 99% del pianeta.

Il passaggio da 62 a 8 miliardari nella headline statistic è legato – come riferito da Oxfam – al miglioramento della qualità dei dati per i decili più poveri della popolazione di Cina ed India: la ricchezza netta della popolazione mondiale è stata di fatto ristimata al ribasso. I poveri (sotto il profilo patrimoniale) erano ancor più poveri di quanto immaginassimo in precedenza.

Il rapporto di Oxfam analizza inoltre anche la questione della “ricchezza negativa” (indebitamento netto) del primo decile della popolazione mondiale. A questo proposito, oltre che al rapporto, rinviamo alla lettura dettagliata della nostra nota esplicativa pubblicata sul sito https://www.oxfamitalia.org/ricchezza-poverta-estrema-perche-oxfam-non-esagera/.

Si sarà inoltre certamente accorto come il rapporto, oltre ad affrontare la povertà sotto il profilo patrimoniale, la affronta anche sotto il profilo della disponibilità di reddito (giornaliero o mensile). Dimensione sulla quale l’articolo tuttavia non si sofferma, salvo citare il caso della Danimarca dove l’effettiva disparità di ricchezza netta (dovuta alla struttura e dinamica del mercato dei mutui con effetti negativi sulla riduzione dell’indebitamento delle famiglie danesi) è accompagnata da un profilo egualitario nella distribuzione del reddito nazionale, riconducibile – dati EUSILC – Eurostat per il 2013 e il 2014, a un effetto redistributivo del fisco e dei trasferimenti sociali danesi. Ovvero, all’effetto di policies di contrasto alla disuguaglianza, che, tra le altre, raccomandiamo ai decisori politici nelle conclusioni del nostro rapporto.

Veniamo al cuore dell’articolo quando si riporta come: “ll problema principale della ricerca che molti hanno indicato è però un altro, ossia che per quanto il conteggio fatto da Oxfam sia sostanzialmente corretto, non è molto utile a capire chi sono davvero i poveri e quanto davvero sono poveri”. Oxfam è una organizzazione che da più di settant’anni lavora, in oltre 90 paesi del mondo, con programmi di sviluppo e campagne di opinione orientate alla lotta contro la povertà estrema. Conosciamo bene, non solo attraverso le analisi ma anche attraverso la nostra diretta esperienza, le dimensioni che tale umana condizione – non solo a livello economico – assume in varie regioni del mondo. Abbiamo pubblicato numerosi rapporti, regionali e globali, dedicati al fenomeno della povertà, alle sue cause e ad auspicabili rimedi, lavorando a stretto contatto con altre organizzazioni della società civile e con numerose agenzie delle Nazioni Unite e istituzioni internazionali. Il rapporto “Un’Economia per il 99%” però non è focalizzato sulle dimensioni tout-court della povertà estrema, ma su uno dei fattori che, nella nostra analisi e in quelle di numerose autorevoli organizzazioni ed istituzioni internazionali, ne rallenta lo sradicamento: l’acutizzarsi della disuguaglianza estrema. Crediamo infatti che l’estremizzarsi della concentrazione della ricchezza e le distorsioni nella sua distribuzione, ci diano una misura dell’aumentato rischio di resilienza finanziaria dei cittadini, ovvero della loro capacità di rispondere a shock improvvisi, e che le proprietà della distribuzione dei redditi su scale geografiche diverse siano un fattore chiave da esaminare per la formulazione di politiche di riduzione della povertà estrema su scala globale e della povertà assoluta su scale nazionali.

Siamo lieti di leggere, nel finale dell’articolo che, al di là del titolo e dell’accusa di disonestà che crediamo di dover rinviare al mittente, secondo l’analisi da voi proposta, “probabilmente lo studio Oxfam va preso come indicatore del fatto che oggi la ricchezza è molto concentrata, un problema, quello della disuguaglianza che sottolineano anche i critici dello studio”. Esattamente, anzi, come analizzato da Anthony Shorrocks, c’è il rischio che la ricchezza sia più concentrata persino di quanto riferito da Oxfam. Il punto però non è quello di voler fare una battaglia di cifre o statistiche, ma di dare conto di un fenomeno che sta rallentando gli sforzi contro lo sradicamento della povertà estrema, che oggi è anche al cuore dell’impegno della comunità internazionale che ha dedicato alla lotta alla disuguaglianza estrema a livello globale uno degli obiettivi dell’agenda di sviluppo sostenibile 2030.

Elisa Bacciotti, direttrice campagne Oxfam Italia

Pubblichiamo senz’altro le estese informazioni accessorie ricevute da Oxfam, solidali con le sue buone intenzioni e buone azioni: mi permetto solo di rispondere che la lettera non interviene sull’obiezione – che è il tema dell’articolo – nei confronti dell’ingannevolezza e fragilità dello slogan/sintesi diffuso per promuovere il rapporto, che è il fondamento dell’uso dell’aggettivo “disonesto”.

Luca Sofri

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