Ian McKinley con la maglia della Benetton Treviso durante la partita di coppa contro il Gloucester (Tony Marshall/Getty Images)
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  • lunedì 2 Gennaio 2017

Le due carriere di Ian McKinley

La storia da film di un promettente rugbista che si ritirò dopo aver perso un occhio durante una partita, e di cosa accadde dopo

di Pietro Cabrio
Ian McKinley con la maglia della Benetton Treviso durante la partita di coppa contro il Gloucester (Tony Marshall/Getty Images)

Tra il 2008 e il 2010 Ian McKinley si allenava con la squadra di rugby irlandese del Leinster. Era già nel giro della prima squadra, con cui aveva giocato ogni tanto nonostante fosse appena ventenne. Era inoltre il capitano della nazionale irlandese Under-20. Allo stesso tempo, McKinley giocava anche per la squadra universitaria dell’University College di Dublino: se al Leinster era un ragazzo promettente, nella sua squadra universitaria McKinley era uno dei giocatori di punta.

Nel gennaio del 2010, in una partita del secondo livello del campionato irlandese tra il College Dublin e un’altra squadra della capitale, il Lansdowne, McKinley si ritrovò come tante altre volte nel mezzo di una mischia aperta, disteso a terra sotto un gruppo di giocatori che lottavano per il possesso. Solo che questa volta, nel momento in cui era più vulnerabile, un tacchetto di metallo gli si conficcò in profondità nell’occhio sinistro.

L’infortunio
Leinster è una delle quattro province d’Irlanda, quella della capitale Dublino, ed è anche il nome della squadra di rugby che – insieme alla nazionale e alle altre tre squadre delle province – rappresenta il massimo livello del rugby irlandese in Europa. McKinley, che è nato a Dublino nel 1989, viene da lì: da uno dei club più antichi e prestigiosi al mondo, simbolo di una provincia e un paese che hanno dato al rugby alcuni dei migliori giocatori della storia. Ma la sua carriera è proseguita con quella delle altre grandi promesse del rugby solo per poco.

(David Rogers/Getty Images)

«Ero convinto che un avversario mi avesse calpestato di proposito, perché avevo sentito qualcuno a bordo campo avvisarmi di stare attento». Dopo l’incidente nella partita contro il Lansdowne, McKinley si alzò e non curandosi delle condizioni del suo occhio iniziò a cercare l’avversario che lo aveva calpestato tirando pugni alla rinfusa. Ma non c’era nessun avversario da cercare: il tacchetto era di un suo compagno di squadra che non si era accorto di avercelo sotto. Dal campo chiesero l’intervento di un medico, che appena lo vide capì subito la gravità.

McKinley fu operato in giornata a Dublino e l’intervento richiese quasi quattro ore: «Poi andai a casa con una benda sull’occhio e per un mese praticamente non mi mossi». Fin dal giorno dopo l’operazione i medici lo avvisarono che in futuro ci sarebbero potute essere delle complicazioni.

Per un atleta perdere la vista da un occhio il più delle volte significa la fine di una carriera: è vero specialmente nel rugby, dove una squadra avanza in linee che coprono tutta la larghezza del campo e il pallone si passa orizzontalmente verso destra o verso sinistra. Se, come McKinley, si gioca da mediano d’apertura va ancora peggio, perché bisogna decidere come far partire le azioni, saper calciare, avere sempre chiara la posizione dei compagni e soprattutto pensare e agire rapidamente.

McKinley si sottopose a una riabilitazione, riuscì a riacquistare più del cinquanta per cento della vista e tornò anche ad allenarsi con il Leinster. Un anno dopo l’incidente ritornò a far parte della prima squadra, ma non per un gesto simbolico del club: le sue qualità erano rimaste le stesse e fatta qualche prova capì che la vista ridotta dall’occhio sinistro non era un grosso impedimento. Ritornò in campo a febbraio nella partita del campionato Pro12 contro la Benetton Treviso, e fu un esordio memorabile. Segnò una meta preceduta da una grande azione di squadra e venne scelto come miglior giocatore in campo.

Giocò altre sei partite con il Leinster, alternandole ad altre con la squadra riserve. Tornò però ad accusare alcuni piccoli problemi all’occhio che preannunciarono delle complicazioni, fino a quando in primavera perse completamente la vista dall’occhio sinistro per i colpi ricevuti in campo. Si trovava a Galway, città sulla costa atlantica irlandese, per passare un weekend con degli amici: «Ero alla guida e un minuto prima potevo vedere le luci del semaforo, poi più niente. La retina si era distaccata. Hanno provato di tutto per salvarla e le operazioni a cui mi sottoposi furono le più dolorose che abbia mai provato, perché dovettero lavorare dietro l’occhio, nell’orbita oculare». McKinley dovette sottoporsi a più di un intervento, vanamente. Perse definitivamente la vista dall’occhio, cosa che a ventuno anni lo costrinse inevitabilmente a ritirarsi: era finita.

La riabilitazione
I dirigenti del Leinster continuarono ad avere regolarmente contatti con McKinley, a cui offrirono un posto come allenatore delle giovanili, ruolo per cui si dimostrò molto adatto ma che allo stesso tempo lo metteva in difficoltà. Per un ragazzo ancora giovane e con un grande talento che aveva dovuto smettere per uno sfortunato incidente, era complicato trovarsi ogni giorno su un campo da rugby e lavorare con dei ragazzi senza poter giocare. Ma era tutto l’ambiente a farlo star male: i suoi amici erano quasi tutti rugbisti e quindi si trovava spesso nel mezzo di discussioni che avrebbe preferito evitare.

Nel 2012 i dirigenti del Leinster cercarono di aiutarlo facendogli cambiare aria per un po’ e gli procurarono per vie traverse un posto come allenatore delle giovanili al Leonorso Rugby Udine, squadra allora nella quarta serie del campionato italiano.

Sollevato dalla nuova opportunità, McKinley accettò di trasferirsi a Udine, dove però i suoi primi mesi furono abbastanza difficili, soprattutto perché non conosceva una parola di italiano. Nell’aprile del 2013 suo fratello maggiore Phillip andò a trovarlo a Udine e insieme parlarono a lungo della sua vita in Italia, e di quanto ancora pensasse al rugby. Phillip si rese conto che suo fratello non se la stava passando molto bene e quando tornò in Irlanda riuscì a contattare uno studente del National College Art and Design di Dublino, che in quel periodo stava elaborando il suo progetto di fine corso. Gli disse che aveva in mente di studiare lo sviluppo di un paio di occhiali protettivi per il rugby: la vista di suo fratello non sarebbe tornata, ma un paio di occhiali gli avrebbero permesso di proteggere una parte del viso che doveva evitare ulteriori traumi, dandogli una sensazione di sicurezza. Avrebbe potuto riprovare a giocare, almeno per divertimento.

L’aiuto della tecnologia
La fortuna venne incontro a McKinley. Nell’ottobre dello stesso anno la federazione mondiale del rugby approvò la sperimentazione di un modello di occhiali protettivi sviluppati e prodotti da un’azienda italiana, la Raleri di Bologna. Nel gennaio del 2014, quando la sperimentazione ebbe inizio, McKinley poté ritornare in campo con la prima squadra del Leonorso per riprendere confidenza con il rugby: senza avere idea di come si sarebbe trovato, se si sarebbe reso ridicolo o se sarebbe stato tutto sommato dignitoso. Alla prima partita segnò due mete, chi lo vide si accorse subito di avere davanti un giocatore di un’altra categoria e gli occhiali si dimostrarono adatti al loro scopo.

Gloucester Rugby v Benetton Treviso - European Rugby Challenge Cup

(Tony Marshall/Getty Images)

McKinley capì che poteva riprovare a giocare ma anche che sarebbe dovuto riuscire a sfruttare al massimo la vista dell’occhio destro. Iniziò una serie di allenamenti specifici, per esempio lanciando una pallina da tennis contro il muro e afferrandola al volo fissando un punto fermo, per migliorare la vista periferica. Allenò molto i muscoli del collo, perché aveva bisogno di girarlo più spesso. Avendo difficoltà a calciare con il piede sinistro, allenò intensamente il destro. In questo fu aiutato dai suoi trascorsi giovanili nel football gaelico, uno sport che unisce elementi d calcio e rugby in cui è richiesto l’uso di entrambi i piedi.

Contro ogni pronostico, nel giro di pochi mesi e tramite una rete di contatti, McKinley venne ingaggiato dal Viadana, una delle principali squadre del campionato di Eccellenza, la massima serie del rugby italiano. A Viadana ci rimase due anni nei quali divenne anche capitano. Giocò così bene che ottenne prima la convocazione come permit player (una sorta di prestito temporaneo) con le Zebre di Parma e poi, la scorsa estate, un ingaggio con la Benetton Treviso, il più prestigioso club italiano: era di nuovo nel rugby europeo.

Un rugby diverso
La sua reattività non è mai tornata la stessa di quando vedeva con entrambi gli occhi, ovviamente, ma la sua capacità di attaccare le linee avversarie e trovare spazi negli schieramenti è rimasta quella di un giocatore di grande qualità.

(Henry Browne/Getty Images)

Come lui, anche il rugbista francese Florian Cazenave, non vedente da un occhio, utilizza occhiali prodotti dalla Raleri per giocare con il Reggio Emilia, dove si è dovuto trasferire nel 2013 perché allora l’uso degli occhiali non era consentito dalla federazione francese. Gli occhiali protettivi sono indispensabili per permettere a chi presenta condizioni di campo visivo ridotto o monoculare di giocare alla pari degli altri; permettono inoltre di indossare lenti correttive, eliminando così un ostacolo che allontana dallo sport soprattutto i più giovani.

McKinley ha avuto la fortuna di arrivare a Treviso all’inizio di una stagione che ha segnato il rilancio delle ambizioni della squadra. Con il suo ingaggio, la Benetton si è dotata di un altro mediano d’apertura di qualitàa. A gennaio, inoltre, McKinley diventerà convocabile dalla nazionale italiana: considerando l’utilità del suo ruolo è possibile che venga convocato per il prossimo Sei Nazioni da Conor O’Shea, irlandese come lui e alla guida della nazionale italiana dalla scorsa estate.