(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Gianfranco Fini dice di essere stato «palesemente un coglione»

«Ma certamente non sono mai stato corrotto in vita mia, e non ho mai mentito su questa vicenda», ha detto al Fatto sulla storia della casa a Montecarlo

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

L’ex presidente della Camera Gianfranco Fini è stato intervistato dal Fatto Quotidiano riguardo i nuovi sviluppi sulla famosa storia della casa a Montecarlo: un’indagine internazionale ha portato all’arresto dell’imprenditore delle slot machine Francesco Corallo, accusato di aver creato un’organizzazione criminale per riciclare circa 250 milioni di euro evasi al fisco italiano, attraverso una rete di società off shore tra le quali c’erano anche quelle di Sergio e Giancarlo Tulliani, suocero e cognato di Fini.

Con una parte dei milioni che, secondo l’accusa, sono passati per i conti esteri e le società dei Tulliani, sarebbe stata pagata una casa a Montecarlo che era di proprietà di Alleanza Nazionale, che la vendette ai Tulliani per un prezzo molto inferiore a quello di mercato (circa 300mila euro). La casa fu poi rivenduta a più di un milione di euro. Tra gli atti compilati dalla procura di Roma si dice che Corallo abbia versato altri 2,4 milioni di euro ai Tulliani, indicando nella causale il decreto legge 78/2009, emanato dal governo Berlusconi quando Fini era presidente della Camera, che permise a Corallo di arricchirsi con le slot machine. Nell’intervista data a Marco Lillo del Fatto, Fini ha detto di essere stupito da questo tipo di accuse, e ha commentato in maniera piuttosto sincera il suo coinvolgimento nella vicenda (che nel 2010 mise sostanzialmente fine alla sua carriera politica), dicendo:

«Sto soffrendo quanto loro [i militanti di AN, ndr], perché posso prendere in considerazione l’idea di essere stato, il termine che mi viene è poco protocollare, palesemente un coglione… Userei un’espressione, no? Ma certamente non sono mai stato corrotto in vita mia, e non ho mai mentito su questa vicenda».

Fini ha detto che da presidente della Camera non avrebbe potuto avere influenza sul decreto, emanato dal governo Berlusconi, e ha spiegato che la storia della casa di Montecarlo per lui è un dramma familiare, perché aveva creduto ai Tulliani, che però non gli spiegarono cosa stava succedendo con le loro società.

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