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  • lunedì 21 Novembre 2016

In Francia un marocchino è stato condannato perché leggeva molto un sito sul jihad

Ma non era un sito di propaganda, bensì quello di un noto e autorevole esperto: e quindi si discute del confine tra propaganda e informazione

Da qualche anno le autorità di sicurezza di molti paesi europei hanno cominciato a elaborare nuovi modi per frenare la propaganda online dei gruppi jihadisti, in particolare dello Stato Islamico (o ISIS). Nella maggior parte dei casi, i parlamenti nazionali hanno adottato nuove leggi che puniscono coloro che fanno ricorso alla propaganda in Internet per radicalizzarsi e per entrare in contatto con esponenti di gruppi estremisti islamisti. Il tema è molto complicato e spesso la linea che separa informazione e propaganda non è chiara, soprattutto agli organi giudiziari. Uno dei casi più emblematici di questa confusione si è verificato in Francia la scorsa settimana: ne sono stati coinvolti un marocchino di 22 anni e un sito molto apprezzato e rispettato da chi si occupa di gruppi terroristici e propaganda jihadista online.

La notizia è stata raccontata dai quotidiani nazionali francesi tra giovedì e venerdì della scorsa settimana, quando un tribunale di Senlis – un piccolo comune del dipartimento dell’Oise, nella regione della Piccardia – ha condannato un uomo di 22 anni per avere visitato più volte un sito che il giudice ha ritenuto vicino ai jihadisti. Il sito in questione si chiama Jihadology.net: è stato fondato ed è gestito dallo studioso statunitense Aaron Y. Zelin, che lavora per il centro studi Washington Institute for Near East Policy, specializzato nella politica estera degli Stati Uniti. Sul sito si può trovare parecchio materiale di propaganda diffuso dai gruppi jihadisti: video, numeri in pdf di riviste e newsletter, podcast e anche testi ripresi da altri siti. Non è materiale pubblicato per scopi propagandistici, però, bensì per ragioni di studio: Zelin è uno dei più rispettati e stimati esperti mondiali di Stato Islamico. Il giudice del tribunale di Senlis, ha scritto Libération, ha giudicato diversamente il sito di Zelin, per poca conoscenza dell’argomento: ha detto che «questo sito incita alla guerra santa e chiede di impegnarsi a diventare degli eroi». L’uomo è stato condannato a sei mesi di prigione, all’immediata espulsione una volta rilasciato ed è stato interdetto a rientrare in territorio francese per i successivi dieci anni.

La polizia francese era venuta a conoscenza delle attività online dell’uomo marocchino a seguito di una perquisizione amministrativa, grazie alla quale gli agenti erano entrati in possesso del suo cellulare e avevano trovato 212 visite al sito Jihadology.net nel solo mese di settembre. L’uomo era tenuto sotto sorveglianza dalla polizia da diversi mesi: nel 2015 era andato in Turchia passando dalla Bulgaria e dai Balcani, ma una volta arrivato a Istanbul era stato espulso e rimandato in Grecia. Non si hanno molti dettagli in più sui suoi movimenti e sui motivi dei suoi viaggi.

L’uomo ha spiegato in tribunale di essere arrivato su Jihadology.net da un tweet di un giornalista di France24 che si occupa di terrorismo e jihadismo, Wassim Nasr. Il giudice ha deciso però di condannarlo sulla base di una legge introdotta in Francia nel giugno di quest’anno e finalizzata a punire la propaganda jihadista online. Dopo la sentenza, l’avvocato dell’uomo marocchino, Julien Amoyal, ha criticato la decisione e ha detto: «I giornalisti fanno il loro lavoro e forniscono informazioni per le quali i lettori possono finire in tribunale». Secondo i critici della sentenza, uno dei problemi della nuova legge è che non attribuisce la competenza per questi casi al Tribunal de grande instance de Paris (TGI de Paris) – cioè quel tribunale che si occupa tra le altre cose di terrorismo e di crimini contro l’umanità e di guerra – i cui giudici hanno più estesa e approfondita conoscenza del mondo jihadista.