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  • sabato 12 novembre 2016

La storia della multa alla donna con il niqab in Friuli

È stata condannata a pagare 30mila euro per essersi rifiutata di togliersi il "velo" durante un evento al comune di San Vito al Tagliamento

( FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images)

A San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone (Friuli Venezia Giulia), una donna di 40 anni è stata condannata a pagare 30mila e 600 euro di multa per essersi presentata a una seduta del consiglio comunale dei ragazzi – un’assemblea informale di bambini e ragazzi della città – indossando un niqab, il velo musulmano che copre completamente il volto di chi lo indossa lasciando solo una fessura per gli occhi. Inizialmente il pubblico ministero di Pordenone Federico Facchin aveva chiesto una pena di quattro mesi di carcere e 600 euro di multa, che poi il giudice per le indagini preliminari Alberto Rossi ha convertito in una multa da 30mila euro. La donna, che ha origini albanesi, vive a San Vito al Tagliamento dal 2000 e da alcuni anni ha la cittadinanza italiana; il 19 ottobre si trovava alla seduta del consiglio comunale dei ragazzi, un’iniziativa dei comuni per coinvolgere bambini e ragazzi nella vita civica, perché aveva accompagnato uno dei suoi figli, eletto nel consiglio.

La donna è stata condannata per aver violato l’articolo 5 della legge 152 del 22 maggio 1975, la cosiddetta legge Reale, in cui si dice:

«È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino».

La donna era entrata nella sala consiliare del municipio di San Vito con il niqab e il sindaco Antonio Di Bisceglie, esponente del Partito Democratico, le aveva detto che avrebbe dovuto mostrare il proprio volto e rendersi così riconoscibile come stabilito dalla legge dato che si trovava in una sede pubblica. La donna si era rifiutata e si era comunque seduta su uno dei banchi della sala. Per questa ragione, secondo le ricostruzioni dei quotidiani locali, Di Bisceglie aveva chiamato due poliziotte della polizia municipale per identificare la donna in una sala separata; le poliziotte hanno provato ad accompagnarla fuori ma la donna, secondo la ricostruzione, ha opposto resistenza ed è rientrata nella sala consiliare, dove si trovavano bambini e ragazzi. Il sindaco le ha chiesto di nuovo di rendersi riconoscibile e successivamente, dato che non voleva che i ragazzi assistessero a un accompagnamento forzato fuori dal municipio, ha sospeso l’incontro.

Secondo Silvio Albanese, l’avvocato della donna, la condanna è ingiusta perché la propria fede religiosa sarebbe un «giustificato motivo» per coprirsi il viso con un niqab. Inoltre, per l’avvocato, il consiglio comunale dei ragazzi non è da considerarsi una manifestazione pubblica, ma «un’encomiabile iniziativa che tuttavia non può avere alcun carattere di ufficialità».

In Italia non esiste una legge che vieta l’utilizzo di veli che coprano il volto come il niqab o il burqa. Ce n’è una in Francia, del 2010, e una in Belgio, del 2011: nessuna delle due leggi ha espliciti riferimenti alla religione musulmana, vietano semplicemente di avere il viso coperto in luoghi pubblici. Non è la prima volta che in Italia si chiama in causa la legge Reale per questioni relative a veli usati da donne musulmane. Nel 2008, per un caso simile a quello di San Vito al Tagliamento avvenuto sempre in provincia di Pordenone, ad Azzano Decimo, il Consiglio di Stato stabilì che: «Il citato articolo 5 [della legge del 1975] consente nel nostro ordinamento che una persona indossi il velo per motivi religiosi o culturali». Nel 2011 era arrivato alla Camera un disegno di legge promosso da PDL e Lega che conteneva un divieto di indossare in luoghi pubblici burqa, niqab o altri indumenti che rendessero non identificabile il volto, ma poi non ci sono stati sviluppi.

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